U MUNACHICCIO E LA LUCERTOLA A TRE CODE

Intervista a Carmine, pastore di strada. Carmine oggi vive alla stazione di Roma Termini, ma in passato era un pastore.

Carmine, intanto grazie.

Di che? Ormai simm’ amici. 

Beh, dell’opportunità che ci hai dato di fare questa intervista. Raccontaci un po’ la tua storia.

Son nato a Potenza. Sono vissuto lì fino all’età di nove anni. Allora mio padre era prigioniero perché prima, sai benissimo come funzionava.

Prigioniero di chi?

Stava sotto le armi. È stato sei anni prigioniero. Quando è ritornato a Potenza, io c’avevo 6 anni: pensa un po’…

Tu vivevi con tuo padre e tua madre?

Io fino a dodici anni, si può dire che vivevo con lui. Poi, insomma, come avevano maltrattato mio padre, avevano maltrattato mia madre… Insomma, mi sono vissuto come nù cane in mezzo a una strada. Non mi metto vergogna, dico la verità: mangiavo il pane buttato dai padroni, pane buttato che stava nelle buste. Perché mo’ vedo questi, gli stranieri che girano, però l’ho fatto prima io. Come si dice? Sono venuto dalla gavetta, in poche parole.

Cosa ti ricordi di quando eri bambino?

Ma no, ma io lo ricordo tutto. Una volta mi ricordo stavo in ospedale. Come un sogno. Perché io, all’età di due anni, combinavo i primi guai. Mi madre aveva messa l’acqua calda, bollente e io, camminando camminando… Insomma, andai là dove stava l’acqua calda bollente. A me mi è rimasto il segno bianco qua [ndr. si batte una mano sulla coscia]: se questa gamba me la tagli, me la urti, mi metti il fuoco sopra, io non sento nulla. Sono fatti i primi guai e mi sono fatto nove mesi in ospedale, detto da loro. Cioè, io mi ricordo l’ospedale: giocavo seduto su una coperta a terra e dovevo passare il tempo. Mi ricordo solo questo. E mi ricordo che si prendeva tutto con la tessera: il zucchero, il pane, la farina. Poi è cominciato a uscire le dieci lire. Poi un altro mi fece male qui  [ndr. si tocca una spalla], mi buttò l’accetta dall’albero: stavo sotto, mi disse spostati ma non ho fatto in tempo e m’è rimasta la cicatrice.

Poi quando ero più grande ho avuto un colpo di martello dal falegname. A nove anni andavo a pulire nel negozio di falegnameria. E squagliavo la colla dentro un affare, un barattolo. Ma ogni tanto sbagliavo, siccome che ero piccolo, perché un bambino è un bambino, anche che ha dieci dodici anni, nu piccirill è nu piccirill, e così una volta… boom!

Torniamo alla tua storia come andavate avanti con tua famiglia?

Eh! Ai primi tempi è tutta colpa di mia madre, io lo ricordo tutto. Teneva un altro: era tempo di guerra. Quando mio padre è tornato dalla guerra che l’ha saputo, l’ha perdonata. Che lo facevano per crescere i figli, per la panza… e l’ha perdonata. Poi questa però ha continuato di nuovo e lui allora se ne è andato a Taranto. Poi lì in paese ogni anno fanno la festa della Madonna l’8 settembre, e lui è venuto alla festa:

“Carmine vieni con me, Carmine… c’è il mare, il giorno te ne vai al mare…”.

Nove anni c’avevo. Ero un bambino. Lo sai benissimo che come vuoi te lo imbrogli a un bambino. So’ arrivato a Taranto e mi so’ trovato sotto la martirizzazione! Sono andato con mio padre in una masseria. Sì, perché mi ha imbrogliato. Perché lui c’è stato trentatrè anni sotto questo proprietario, mica un anno o due e gli davano 5000 lire al mese. Io i primi cinque mesi, mi mandavano dall’agnelli, per separarli dal latte, no? Dalle mamme: gli davo la biada all’agnelli. E stavo all’agnelli. So’ stato cinque mesi e poi altri cinque mesi sono stato nell’altro podere e prendevo mille lire al mese. La mattina alle tre bisognava alzarsi perché io cacciavo le pecore da dietro. Stavo dietro alle pecore. Perché la pecora è disgraziata. Io preferisco mungere veramente 100 capre, che 50 pecore. Perché la pecora è disgraziata da mungere, non c’è niente da fare.

Adesso quanti anni hai?

Adesso 69, sono nato nel ’40.

A scuola ci sei andato?

Sì, sono stato però devo essere sincero. Non mi metto vergona. Sono stato un po’ duro, perché mia madre non sapeva leggere. Quello che mi sono messo nella testa è perché ho trovato una maestra alla scuola serale, che avevo 15-16 anni: si entrava alle sei e si usciva alle otto. E questa maestra diceva:

“Una cosa devi fare: se non vuoi scrivere, devi leggere. Se non vuoi leggere devi scrivere: senza far niente qua non ci si sta”.

E sotto questa veramente sono imparato qualche cosa. La mattina lavoravo e la sera andavo a scuola. Ora leggo piano, ma una pagina me la finisco.

Ti piaceva fare il pastore?

Per allontanarmi dai miei. Ho fatto per 23 anni il pastore. Ma non facevo solo il pastore: pulivo i cavalli, stringevo e tritavo foraggio e paglia per darlo ai cavalli e alle vacche.

Perché volevi allontanarti dai tuoi?

Sono stato sempre maltrattato da uno e dall’altro. Pure da mio padre, dalla matrigna, eh lo sai tu… Poi trovavo dei datori di lavoro che erano più infami di mio padre. E ci dovevi stare. Sono sempre stato un cretino a non denunciarli. Pane con i vermi dentro ci davano da mangiare. Vermi dentro alle fave… Io dormivo dentro la stalla e quando vedevo che si avvicinava mio padre le budella a me si facevano così! Se io riesco a trovare la fotografia da piccolo, ci rimani per come ero bello coi capelli così, a boccoli…

Il 14 di agosto, si cambiavano poderi, si cambiavano proprietari, io ne avrò cambiati cento! Un giorno dico “Io da quest’anno voglio questa cifra, e il panatico…” che sono 15 kg di fave al mese, 27 kg di grano pure al mese, 2 litri d’olio e 2 litri di petrolio, che allora luce non ce n’era. Perché cominciavo ad arare, a mettere sotto il traino i cavalli, insomma, facevo i servizi da grande. M’hanno dato cinque mila lire al mese, ma il panatico se lo rivendevano. Sono stato sempre sfruttato. Solo una fetta di pane mi davano i mezzadri, fina fina così, con le fave con i vermi. Raramente ci davano la pasta. I soldi li consegnavo a mio padre. Quando stavo con lui, dalle sette della mattina alle quattro, sempre abbassato, con un panariello, chiamiamo noi, un cestino così largo, insomma aveva cinque chili di oliva dentro, che come lo riempivano le donne, lo dovevi riempire tu! Ti dovevi dar da fare. Mi davano 400 lire al giorno, poi quando vedeva che non ce la facevo, mi portò a 300 lire al giorno, poi magari non lo riempivo sempre, qualche volta scappavo, non ce la facevo…

Ti ricordi qualche storia particolare che ti è capitata quando facevi il pastore?

Ogni quindici giorni ci prendevamo una giornata e mezza di riposo, ci mandavano via il sabato a mezzogiorno e il lunedì mattina alle cinque dovevamo tornare lì, per mungere, per cacciare le pecore. Una volta c’era la luna piena, non lo dimenticherò mai! C’era la luna piena, mio padre mi accompagnava, perché noi eravamo poco distanti da un podere all’altro. Arrivati a un certo punto si fermavano lì e io continuavo a camminare, ogni tanto mi davano un fischio e io rispondevo. Bèh una mattina, bella luna piena, bella grossa, mi vedo una persona. Come l’ho visto mi sono girato, mi sono fermato e veniva verso di me, come è arrivata, su per giù da qui a lì, mi sparisce. Mi guardava, con le mani così, fuori la camicia… Insomma, una persona normale. La pauraaaa! Noi diciamo in dialetto nostro, “la pippa fa novanta”, a me quella mattina la paura mi fece, non a novanta, ma a mille. Perché ho avuto una settimana di tremore, di tremolazione…

A causa della visione di questa persona?

_DSC7930Si, di tre metri lontana. E mi è scomparsa davanti gli occhi miei. Poi ho capito che questa persona mi è parente, che la sua famiglia sta tutt’ora in America. Si era informato a Tito tramite dei parenti suoi. “Carmine dove sta? Perché me lo voglio andare a prendere. Deve venire con me in America”. E allora non c’erano gli aerei come adesso, allora si viaggiava con le navi, arrivato a Taranto, sapeva tutto: sapeva dove mi trovavo io, veniva a colpo sicuro, mi prendeva e mi portava con loro. Tanto il Signore non l’ha voluto… Dall’America era arrivato fino a Taranto. Poi ha preso una macchina a noleggio, ma era tardi… Ha fatto un incidente ed è morto. Si vede che Gesù non voleva che mi spostavo… Al ritorno nella masseria, dice: ” Che cosa è successo?” Dico: “Così, così, così….”. “Ma cammina…”. E caricature, caricature a non finire… E io, bollivo dentro, come se fossi stato dentro una pentola, che mi stava cucinando. Poi è passato.

Dopo cinque-sei giorni, sempre la mattina alle tre, ho buttato tutte le pecore dentro, per mungere. C’era un lume a petrolio su un muretto, quando a un certo punto mi vedo un bambino così [ndr. alto circa 40 cm] e quella era ‘na Luria…

Cos’era?

‘Na Luria! In dialetto lo chiamiamo “u Munachiccio”. Ma quant’è bella… La vuoi vedere? La vuoi sentire te? Da stanotte, dormi sempre di pancia in aria, non ti girare mai…

Ma che cos’è?

Un bambino così, con il montgomery, un cappotto con il cappuccio, le mani, come ti devo dire? Così. La pancia dentro, come una bambola, tondo, tondo, tondo… Guarda io devo stare a crepare, ma mi resterà sempre nella mente!

E dove stava?

Sopra la pecora. E spariva, ritornava, sempre sulla stessa pecora, si voltava, si girava. E c’era il sottomassaio che mi guardava :

“Carmine, ma perché stai piangendo?!”

“Porco giuda” dissi, “questo è un bambino! Che è questo qua…?”

“Ma dove?”

“Sulla pecora!”, gli dico.

“Ma io la pecora la vedo, e sulla pecora non c’è nulla!” mi risponde.

Insomma non mi credeva, e a caricature che non ti dico. Cioè io lo vedevo, ma lui no! Poi però nella stessa settimana, allora, lui si girava così, per prendere la pecora, per mungerla, dice:

“Carmine, Carmine…”

“Che C’è!?” gli faccio io.

“È lì su quella tale pecora! Vai da dietro, levagli il cappellino, che quello ti da i soldi!!”

Sì, perché quello si faceva avvicinare da me.

Questo dove è successo?

Sempre a Taranto. A 12 anni: un ragazzino ero… quante me ne sono capitate! La mattina, la sera, non sai che si mangiava… A dire sempre le stesse parole. E mo’ ci credi che io ho visto una persona che è arrivata vicino a me ed è sparita? Non ci credi neanche a questo? Bisogna vederla! Sono cose che… io non lo so guarda chi mi dà la forza.

Sai cosa, ora te lo dico: io a 15 anni ho preso il veleno dei topi.

Veleno per i topi? Perché?

Perché volevo morire, perché so io quello che ho passato. Non mi metto vergogna. Io sono andato a cercare il cibo dentro al cassonetto. Cioè venivano a scaricare il camion, io guardavo dentro le buste per vedere se trovavo qualcosa da mangiare.

Quante me ne sono successe! Una volta era d’estate, a giugno, le pecore anche se sono tosate, tolta la lana, la mattina si esce presto, perché fa caldo, povere bestie. Sento caldo io che andavo sbracciato senza canottiera, figurati loro. Le facevo abbeverare e poi le mettevo sotto l’albero dell’ulivo e rientravo all’imbrunire. Mentre stavo tornando, mi vedo spuntare una lucertola a tre code, da un buco sotto terra…

Una lucertola a tre… ?

A tre code! Ci sono a due code e a tre code. Un amico mio ce l’ha a due code e ce l’ha dentro una bottiglia di spirito; io l’ho buttata, perché non lo sapevo che nello spirito rimaneva intatta, che ne sapevo io? Sennò, ce ne avevo due: una piccola a tre code e una grande che mi morse… Insomma è spuntata fuori e poi se ne è rientrata nel buco, io ero girato dalla parte opposta, con un fazzoletto così in mano, come è uscita. Tah! La prendo! La metto dentro al fazzoletto lasciando sempre un buco per l’aria e me l’ho portata appresso. Ho fatto bere le pecore, ho messo tutto a posto, sono andato dalla proprietaria e gli ho detto:

“Signora, ho trovato una lucertola a tre code”

“No?”

“Eh! Vedi!”

Ho preso un barattolo, ho messo la retina sopra… Ci davo il pane! Se magari io ci davo le cavallette o magari un po’ di carne tritata forse non c’era morta.

Quanto tempo hai fatto il pastore?

Dai 12 anni fino a 23 anni. Poi sono stato trasferito ai cavalli. Al maneggio di cavalli, a pulirli, a strigliarli, come al solito. E sono stato quattro anni. Poi sono andato sette anni in Germania.

E in Germania che facevi?

Facevo le saldature. Poi il lavapiatti in un ristorante per un certo periodo. Poi sono tornato in Italia sempre al solito posto. Maledico quel giorno che sono tornato… Sono stato al maneggio per quattro anni e poi ho incominciato a girare, a seguire la volontà di Dio. Un po’ in Toscana, un po’ qua, un po’ la, poi di nuovo in Toscana, dove trovavo a zappare… sempre dentro la campagna, ecco!

E dove dormivi?

Dormivo ai poderi. Poi quando stavo al maneggio ne ho vista un’altra! Era grande così, le code erano il doppio del mio dito.

Una altra Lucertola? Sempre a tre code?

Si, a tre code! Mi guardava e camminavo, mi guardava e camminavo. Insomma, c’erano l’albero di olive e gli arancini che ci sono gli aranci, con un muretto così. Dentro a quel muretto, io penso a tutt’ora che deve esserci qualche cosa, sennò la lucertola non andava dentro al buco.

Dici che la lucertola ti aveva indicato qualcosa?

Sì, se è entrata dentro al buco dentro al muro, c’era un motivo! Magari delle monete o qualche lira, che ne so’… Quest’estate mi dai una mano, possiamo andare anche di sera a cercarle! Certo, sui ponti, sui ponti…

Carmine, quando sei venuto a Roma cosa è successo?

Sono venuto a Roma e sono stato alla Caritas. Mio padre mi aveva detto: “I soldi tuoi non li consumo io, li metto alla posta”. Alla fine invece se li prendeva lui e si è fatto la casa e invece io mi sono ritrovato senza casa, senza soldi e in mezzo ad una strada.

 Prima di andare alla Caritas dormivi per strada?

No, stavo dentro un’altra casa, che pagava l’affitto lei.

Lei chi?

Quella… Meglio che sto zitto! Una che avevo conosciuto all’ospedale, era straniera. C’avevo uno che conoscevo che mi diceva: “Questa è buona, è quella giusta”. E dai, e tira: è durata un anno. Pensavo che ce n’erano tante che avevano figli, il lavoro, che stavano bene. Allora mi sono sposato a Statte e la sera stessa se n’è andata con quello. Lui le diceva:”Caccialo, caccialo!”. E così, quando meno te lo aspetti, ti trovi su un carrello per strada. L’ha fatto solo per la cittadinanza italiana, ma adesso è stata scoperta dove sta e mo’ sono batoste a non finire! E ora mi deve dare l’abbandomnamento coniugale ed il mantenimento di sette anni e li voglio pure subito i soldi, che ho saputo che ha messo sù pure un bar. Se la vedo le faccio vedere io a lei e a quell’avvocato che non mi ha voluto interpretarmi! Che tanto io non c’ho niente da perdere.

Tuo papà poi che fine ha fatto, l’hai più incontrato?

No, non l’ho più pensato… Praticamente quando tornavo al paese con il motocarro, la prima cosa che facevo era guardare sui manifesti funebri, sperando di trovare che mio padre era morto. Adesso ha buttato u sanghe… è crepato!

Ma non ti senti dopotutto di perdonarlo?

Non gli posso far passare tutto. Io per 23 anni ho preso le botte.

“Papà mi fa male la gamba, papà…”, dicevo.

“A chi lo dici a ‘o muro?!” mi rispondeva, “quando non hai voglia di lavorare dici che ti fa male la gamba!”

Quando mi hanno operato mi hanno messo tre pezzi di plastica dentro l’anca che è diventata più corta… c’ho 25/26 punti. Ma io ho sempre resistito. Anche se bestemmio tutto il giorno chiedo scusa e il Signore mi dà la forza. Non pensare che mi vedi così, io se dico una cosa la faccio. E se trovo una lucertola a tre code, te la regalo! Che quella porta fortuna.

 

‘U MUNACHICCHIO”

(o munacielle)

La fantasia popolare della Basilicata lo rappresentava come uno gnomo fornito di poteri misteriosi il quale appariva a suo piacimento, e solitamente abitava in nascondigli poco luminosi. Si credeva che “u munacíelle” incarnasse l’anima dei bambini morti prima del battesimo, desiderosi sempre di fare scherzi e dispetti a chi capitava. Sembra che se si riesce ad afferrare il berretto rosso che ha in testa, gli si può chiedere, come corrispettivo per la restituzione, ciò che si desidera: denaro, oro, palazzi.

(Giuseppe Nicola Molfese, Ceneri di Civiltà Contadina in Basilicata)