ALDO: CAPPELLAIO, AGENTE SEGRETO E VOLONTARIO

Aldo è un romano d’altri tempi, appassionato di politica e di cultura. Proviene da una famiglia nobile della capitale e, durante la sua giovinezza, ha praticato il mestiere di giornalista per alcune testate di controinformazione. A 65 anni è stato sfrattato dal suo appartamento ed ha chiesto aiuto ai servizi di accoglienza. Oggi vive in una casa di riposo dove gioca a scacchi e coltiva le sue amicizie.

Quanti anni hai?

Ho 68 anni, sono a Roma nel 1942. Sono un “romano de Roma” sin da sette generazioni e fin da giovane mi sono impegnato in azioni sociali.

I tuoi genitori cosa facevano?

Mia madre era modista, mio padre è morto quando avevo due anni. Provengo da una famiglia nobile romana che risale ad un dinastia del 1220. Io sono conte di San Sebastiano; inoltre abbiamo un ramo corsico in quanto un nostro antenato è stato maresciallo di Francia e ambasciatore a Roma. Però la nobiltà è solo un fatto patrimoniale, pertanto rimane una cosa isolata.

Tu hai anche fratelli?

No. Io sono solo al mondo non ho più nessuno.

Come ha inciso questa nobiltà nella tua vita?

Non ha inciso più di tanto perché da quando è stata abolita la consulta araldica ed è finita la monarchia in Italia non è un fatto rilevante, e quindi non ci ho mai pensato. Fin da giovane, però, mi sono impegnato nelle attività di solidarietà.

Cosa facevi nella tua infanzia?

Sono andato a scuola: ho fatto il liceo a Roma, ho frequentato il Visconti.

Che cosa ti dicevano del fatto che eri nobile, a scuola?

Io non ho mai parlato della nobiltà. Anzi questa è la prima volta che dico questo: rimane un fatto aneddotico per raccontarti un po’ della mia vita. Essendo di questo livello sociale ho conosciuto diversi nobili, tra cui i Colonna, i Barberini, gli Orsini.

 Tua madre riusciva da sola a gestire la famiglia?

Nella sua impresa mia madre aveva dieci dipendenti. Poi venne la crisi e fu costretta a chiudere l’attività.

Avevamo un appartamento molto grande, a due piani, a piazza di Spagna: una parte era adibita ad abitazione e ci vivevamo noi, l’altra era dedicata all’atelier di cappelli che mia madre produceva per l’alta moda e vendeva. Aveva una clientela molto selezionata di signore nobili e borghesi, e l’attività, dunque, rendeva molto. Ecco perché porto sempre il cappello. Dopo, però, arrivarono i parrucchieri e ci fu la crisi.

Perché in quegli anni non c’erano i parrucchieri?

Sì, esistevano ma ce ne erano pochi. Il cappello per una signora della buona borghesia romana era importante. Con la crisi fu costretta a chiudere l’attività e dovette inventare altri modi per investire i soldi che aveva guadagnato. La mattina andava alle aste del Monte di pietà, nei pressi di Campo dei Fiori, e comprava i gioielli e li rivendeva: lei se ne intendeva di pietre, di oro e di argento.

Fino a quando è andata avanti questa crisi?

Fino al 1965 mia madre vendeva i cappelli e poi ha chiuso l’attività, investendo i soldi che aveva e che sapeva amministrare molto bene, nella compravendita di gioielli. Era una tipa severa nel modo giusto, e mi ha fatto da padre e madre, infondendomi tanti valori, come quello della solidarietà e del rispetto.

Che cosa hai fatto subito dopo la scuola?

Ho aiutato mia madre nei suoi lavori con l’oro, l’argenteria e i gioielli, che ha portato avanti fino al 1980. Nel frattempo io mi iscrivevo all’Azione Cattolica, di cui divenni dirigente. Poi alle ACLI e alla Democrazia Cristiana, di cui sono diventato dirigente per la sezione giovanile.

Mia madre lavorava con i gioielli e io facevo politica e giornalismo.

Spiegaci meglio Aldo.

Dal 1964 ho praticato mestiere di giornalista presso l’Agenzia Montecitorio di Lando dell’Amico, un personaggio di grande fama. Avevamo la sede a Piazza San Claudio e a distanza di tempo capii che cos’era. L’Agenzia era collegata ai servizi segreti e schedava tutto il personale politico, ecclesiastico e sindacale. Era un organo di controinformazione e fu una grande esperienza. Incominciai con la rassegna della stampa, archiviando gli articoli per società, persona oppure ente.

Chi vi contattava?

Il direttore era Lando dell’Amico che aveva dei contatti importanti. Le notizie venivano spedite ad una specifica utenza che si abbonava all’agenzia.

 E i servizi segreti cosa c’entravano?

Se leggi i libri di Piero Calderoni e Giuseppe De Lutiis scoprirai che sono nominate queste agenzie di controinformazione: ci sono l’Agenzia Montecitorio, l’Agenzia Repubblica e l’Agenzia OP, Osservatorio politico internazionale, fondata da Pecorelli.

Perché queste agenzie si chiamavano di controinformazione?

Il motivo è che si intrufolavano in tutto ciò che riguardava la politica dello Stato, la politica militare, la guerra fredda, gli scandali politici ed economici attraverso l’attenzione alla cronaca giudiziaria, all’informazione economica. Queste agenzie riuscivano ad ottenere una serie di informazioni privilegiate, che servivano a fare gli scoop. La stampa quotidiana e quella settimanale, poi, riprendevano questi servizi per fare notizia. Le agenzie funzionavano con gli abbonamenti.

Il tuo ruolo era quello di fare la rassegna stampa?

Io ho cominciato con la rassegna stampa e poi facevo i pezzi, cioè scrivevo io stesso gli articoli. Ero un giornalista a tutti gli effetti. Ma oltre al giornalismo, la mia più grande soddisfazione è stata quella di conoscere Mino Pecorelli. Io militavo nella Dc, nella corrente di Fiorentino Sullo, e conobbi lui che era il capo ufficio stampa dell’allora ministro Sullo. Era una persona squisita. Tant’è che nel 1973 mi chiamò perché aveva da poco fondato l’agenzia giornalistica OP, che aveva sede a via Tacito. Il primo direttore di questo organo di informazione fu Enrico Fiorini, del Giornale d’Italia, di proprietà dell’onorevole Luigi Amato. Quindi nel 1973 entro a far parte della redazione di Pecorelli.

Tua mamma era viva ancora?

Sì sì, mia madre è morta nel 1996. Nel frattempo continuava a fare il suo lavoro.

Che cosa fai dopo del 1973?

Ho collaborato con le comunità di lavoro delle ACLI e in generale con tutto il movimento ecclesiastico. In questi ambienti riuscivo a muovermi abbastanza bene. Nel frattempo dedicavo un po’ del mio tempo alla solidarietà. Sempre alla solidarietà.

E che cosa ti spingeva verso questo?

Mia madre mi ha detto sempre che bisognava esercitare la carità. Come ci insegna San Paolo, la carità è la prima cosa. Nel povero c’è il volto di del nostro Signore Gesù, per questo non bisogna mai abbandonare l’essere umano e i poveri.

Non è che eri come Sant’Agostino, convinto dalla madre a prendere i voti?

Bè io un po’ di birichinate le avevo fatte, mia madre, però, mi ha impresso valori come il rispetto, la laicità, il pluralismo del mondo ecclesiale. Io non accetto l’integralismo cattolico, come non accetto ogni forma di integralismo religioso: ritengo che la pluralità è importante, come il Concilio Vaticano II, che io ho seguito come giornalista accreditato dal Vaticano, ha confermato. La carità e il perdono sono due cose importanti. Chi non sa perdonare in terra non verrà perdonato neanche in cielo. Nello stesso tempo deve esserci una laicità dello Stato: quest’ultimo non può essere sottoposto a pressioni di natura religiosa, o pressione politica o delle lobby.

Tua madre quindi ti ha fatto crescere con questa attenzione verso il prossimo. Da quando hai iniziato ad essere attento al tuo prossimo?

Eh, tutta la vita. Ero contento di seguire i poveri.

Continuiamo a seguire i passi della tua vita. Nel 1973 apre questa nuova agenzia, l’OP: fino a quando dura questa esperienza?

Facevo parte dello staff ma non sono stati tempi facili. Abbiamo continuato questo lavoro di controinformazione fino al 1985, quando c’è stato il caso Kappler, che ci ha fatto capire che se avessimo continuato in questo lavoro, ci poteva accadere qualcosa di grosso.

All’epoca era Presidente del Consiglio Andreotti e ministro Lattanzio; Kappler era uno dei più grandi criminali di guerra e stava scontando la sua pena in Italia.  L’ex comandante SS aveva avuto man mano un allentamento della sorveglianza, da Gaeta stava all’ospedale del Celio. Annelise, la moglie, lo andava a trovare, e così è fuggito. Kappler seguiva i servizi segreti tedeschi a Roma, pertanto, il caso aveva sollevato grandi questioni nazionali. Tant’è che ci fu un’inchiesta sulle responsabilità interne alla fuga di Kappler dall’ospedale. Noi che collaboravamo con l’agenzia OP siamo stati chiamati per essere interrogati su quello che sapevamo. In effetti era arrivata una documentazione che vedeva coinvolti in questa vicenda anche Andreotti, Lattanzio e i servizi segreti. Si scoprì che l’Italia aveva chiesto un prestito alla Germania, il quale veniva concesso solo se Kappler veniva rimesso in libertà e riaccompagnato alle frontiere del suo Paese. Era un argomento che non veniva toccato facilmente dalla politica italiana. Il direttore dell’Osservatore Politico Internazionale fu arrestato. I giornali di sinistra e la Federazione della stampa si mossero per ottenere la sua libertà, così decidemmo di allentare la presa ed io lasciai questo incarico, perché non intendevo più lavorare in ambienti del genere.

Aldo, hai detto che siamo al 1983, quindi avevi 41 anni, che cosa hai fatto dopo di questa esperienza?

Mi sono dedicato ad una piccola comunità casa-alloggio. A casa mia avevo creato la comunità San Sebastiano, di cui sono stato il presidente, e per vent’anni tra i miei libri, la mia biblioteca e le mie camere ospitavo persone in difficoltà. Avevo una casa di 120 mq e otto posti letto.

Tua mamma c’era ancora quando hai fondato questa casa-alloggio?

Sì, certo. Mia madre questa mia esperienza con molto entusiasmo. Lei aveva la sua stanza ma stava in casa con me e gli altri ospiti.

Come funzionava questa comunità?

Se una persona era autosufficiente, o giovane da poterlo essere, veniva ospitato in modo temporaneo oppure in modo permanente. Potevano pure essere di passaggio per una doccia, cambiarsi i vestiti, per mangiare e io davo ospitalità gratuita, senza mai volere niente in cambio. Certamente ho avuto un aiuto dal Vaticano, dal papa Giovanni Paolo II che mi ha dato 2 milioni di lire; ero conosciuto alla Caritas, avevo conosciuto monsignor Di Liegro. Nel 1989 abbiamo occupato, con la Casa dei diritti sociali, la Pantanella, che era un pastificio abbandonato e degradato dove successe un fatto. All’Acea a Piazza Vittorio ci fu una storia: buttarono tutti fuori e con Dino Frisullo, Evio Botta e Giulio Russo ci insediammo in questo stabile.

Che tipologia di persone venivano nella tua casa-alloggio?

In maggioranza venivano per lo più giovani, sia stranieri ma anche italiani.

E come campavi?

Ce la facevo perché avevo tanti amici che mi aiutavano. Non avevo risparmi ma solo persone che conoscevo che mi davano una mano, abbastanza sostanzioso a livello economico. Avevo una rete di conoscenze che andavano dai cardinali ai preti e ai vescovi. Questa esperienza è andata avanti fino a che ho potuto.

E tua mamma cosa diceva di questo fatto?

Lei era contenta: non stava mai sola!Chiacchierava con i ragazzi, stava sempre in compagnia.

Non hai mai avuto problemi con questi ragazzi?

Ma no, qualcuno che mi ha rubato delle cose, ma niente m’importava di queste cose immateriali. Molti di questi ragazzi, oggi, sono sistemati, c’è chi si è sposato, grazie anche al mio aiuto: come i gabbiani hanno volato, costruendosi il loro nido.

Quando è nata la comunità?

Ufficialmente la casa-alloggio è nata nel 1994, però io ho cominciato nel 1987. ho dedicato il tempo alle mie cose, senza abbandonare le attività culturali che seguivo. C’erano persone esterne che mi aiutavano nella comunità, non ero solo, avevo comunque una rete di rapporti. Io mi occupavo soprattutto della burocrazia, come la convenzione con la Croce Rossa per le derrate alimentari. Tutte le persone che sono passate da me erano regolarmente denunciate. Dall’emarginazione si può recuperare l’80 % delle persone: però se non c’è una progettualità nel campo del lavoro (artigianato, recupero rifiuti, o qualcos’altro) non si fa niente. Bisogna ridare una dignità a queste persone emarginate.

Adesso come adesso molte organizzazioni di volontariato e del Terzo settore sono emerite, però non investono sul lavoro.

Quanto dura questa comunità?

Quasi venti anni: fino al 2006. Poi non ero più in condizione di sostenere il tutto. C’era stato pure il problema di cartolarizzazione del patrimonio del Pio Istituto di Santo Spirito, all’interno del quale c’era anche la mia casa. A fronte dei debiti di altre strutture sanitarie il governatore Storace ed Augello dovettero dismettere questo patrimonio. E c’era pure casa mia! Era un palazzo del 1400, quindi o compravo o finivo in mezzo alla strada.

Ma quindi voi non pagavate l’affitto?

Sì, c’era un affitto molto basso: pagavamo cento euro al mese, una stupidaggine. Dopo la cartolarizzazione questo patrimonio fu messo in vendita e subentrò la Banca nazionale del Lavoro.

Dove stava questa casa?

A Piazza del Popolo. Prima stavo in via Bocca di Leone, a Piazza di Spagna, poi sono passato a via del Vantaggio, vicino Piazza del Popolo. Ovviamente ci sono arrivato tramite conoscenze. Abbiamo preso quest’ultimo appartamento perché era di un ente pubblico: nel 1985 ci trasferimmo, io e mia madre. Quando poi c’è stato il problema di cartolarizzazione o compravo la casa oppure me ne andavo. Io, ovviamente, non avevo i soldi per comprarla: ci volevano un milione e duecentomila euro e avevo il diritto di prelevazione. Incontrai una persona, il quale mi anticipò dei soldi per le spese di acquisto della casa. Tra notaio e cose varie partirono duecentomila euro. Avevo preso cinquecentomila euro, per vendere questa casa, ma al momento di prendere il resto mi sono accorto che mi avevano frodato. Lottavamo con il comitato degli inquilini per riavere la nostra casa. Era un grande patrimonio quello: 400 appartamenti nel centro storico di Roma, ed in più i negozi. Ed il patrimonio è stato venduto a pochissimo. A quel tempo se avevi cento milioni liquidi potevi scegliere dove abitare, via Frattina, via Condotti, ecc, pagando una mazzetta a chi si occupava di questo. Era questo l’andazzo.

Nel 2006 che succede, ti tolgono questa casa e tu dove vai?

Non me l’anno tolta, mi hanno frodato! Con i soldi che avevo avuto presi un appartamento bellissimo, per il quale pagavo tremila euro al mese, arredato, ad uso foresteria. Ad un certo punto non ce l’ho fatta più e improvvisamente mi sono trovato in mezzo alla strada.

Che giorno era, ti ricordi?

Era un venerdì del 2007, mi ricordo che pioveva. Comunque non ho avuto problemi, perché avevo sempre lottato con le associazioni per il diritto alla casa. Grazie a questo mi hanno mandato al Centro Madre Teresa di Calcutta, a Via Assisi, dove sono stato fino a poco tempo fa.

Quindi non hai dormito neanche una notte per strada?

Fortunatamente no. A differenza di altri poveri sono stato fortunato, anche perché ero un personaggio conosciuto. Lì ci sono stato un anno e due mesi ed è stata un’esperienza importantissima, non c’è mai mancato nulla. Poi ho conosciuto Binario 95 e quindi, durante il giorno, andavo al centro diurno: il giovedì e la domenica si cucinava e si mangiava, si guardava la tv, si leggeva il giornale. Al Binario 95 sono stato veramente tanto bene, si facevano i pranzi fuori, le gite, si andava agli spettacoli. È una famiglia.

E dove stai oggi?

Adesso sto alla casa di riposo Santa Francesca Romana che è una struttura di accoglienza convenzionata con il Comune. È a Trastevere ed è gestita dai principi Doria Pamphili.

Come si svolge la tua giornata?

Non sto tutto il giorno lì dentro, esco perché mi piace incontrare persone, mi sento ancora una persona dinamica. Lì siamo una quarantina di persone: si mangia a mezzogiorno e alle sei. Il rientro è alle ventuno. Frequento la parrocchia e faccio giri vari. Quando rimango nella casa di riposo giochiamo a scacchi, a carte, guardiamo la tv e giro molto la città perché voglio mettere in cantiere alcune iniziative e sentirmi utile agli altri. Per me sto facendo le pratiche per farmi riconoscere l’invalidità al 100%. Con quattrocento euro al mese, quella che è la mia pensione sociale, che ci faccio? Trecento li do per l’ospitalità e me ne rimangono solo cento. Oltre alle sigarette, cose personali, tintoria, perché a me piace essere dignitosa, non ce la faccio con soli cento euro, quindi devo arrotondare. C’è sempre qualche persona generosa che mi regala magari venti euro. Purtroppo che devo fa’?!?  In qualche modo devo supplire a questo! Qualcosa in giro la rimedio. Poi mi compro qualche libro. Io ho una biblioteca in un deposito che contiene circa 4000 volumi: e non posso pagare neanche questo affitto per il deposito. Ho anche tutto ciò che c’era a casa mia in questo deposito.

Aldo, raccontami l’evento più bello della tua vita.

Quando siamo andati a vedere lo spettacolo Notre Dame de Paris con gli ospiti del Binario 95, a capodanno.

Addirittura l’evento più bello della tua vita?

Sì, sì, sì… è stata bella quella serata. Era il 31 gennaio, per me è stato importante. Così come è importante il Natale con la Sant’Egidio. Sono due eventi che non mi perdo, così come non mi perdo le altre cose.

E della tua infanzia, invece, cosa ricordi di particolare?

Ero un ragazzo che andava sempre in parrocchia.

E donne, amore?

Ho avuto diverse avventure e diverse storie, ma poi con il tempo ho abbandonato tutto, come Sant’Agostino.

Tu hai conosciuto Di Liegro, che cosa hai imparato da lui?

Ho imparato il concetto del servizio ai poveri e della carità.

Che significa per te aiutare gli altri?

Dare un arricchimento spirituale e interiore ad altre persone, sia come laico che come cristiano. Rivivere i valori autentici del cristianesimo. La politica deve essere al servizio dei poveri, così come la Chiesa.

Diamo un consiglio ai giovani, soprattutto a quelli che stanno in strada, che tu conosci. Cosa diresti loro?

Bisogna lanciare un appello forte: quello di contattare le organizzazioni del volontariato, fare i percorsi insieme e uscire dall’emarginazione. Questo è importante, perché se non si ha un contatto con queste realtà presenti sul territorio non si fa niente. Sia per gli stranieri sia per gli italiani. C’è un lato molto triste: questi giovani si dedicano anche alla prostituzione. Bisogna che le organizzazioni di volontariato concertino anche un programma di avviamento professionale, attraverso l’attivazione di corsi di formazione e attraverso la cooperazione. Ammiro molto l’onorevole Silvia Costa che ha dato un grande contributo per l’imprenditoria femminile: 158 persone sono state in grado di creare un’azienda.

Allora diamo un consiglio anche ai politici. Cosa vorresti dire al nuovo governatore del Lazio?

Un’attenzione maggiore alla sanità e alle politiche sociali. Il primo problema da affrontare è il diritto alla casa. A Roma ci sono centocinquanta mila appartamenti sfitti, palazzi interi abbandonati e vuoti: bisogna rispondere all’emergenza casa. In Italia c’è il dramma della casa. Se un essere umano non ha una casa è un cane randagio. Ci sono anche persone anziane che dormono per strada, e questo non è possibile nel Terzo millennio: grida vendetta a Dio. Si devono utilizzare i poteri del sindaco, i poteri sottratti al prefetto, come la requisizione dei palazzi o di chi specula sugli appartamenti. Ad esempio al quartiere Esquilino ci sono appartamenti in cui gli extracomunitari vivono in venti in una casa in condizioni disumane. Questo non deve essere permesso. Per chi specula ci deve essere il sequestro dell’appartamento. Bisogna trovare una soluzione a questo problema.