DANIELE IL GIGANTE BUONO E LA POESIA TECNOCRATICA

Un metro e novanta; ha quasi sessanta anni ma guardandolo in volto hai l’impressione di stare davanti a un bambino che è maturato prima dei suoi coetanei e che porta sulla pelle le cicatrici di battaglie che lo hanno ferito ma che ormai sembra aver lasciato alle spalle. Non vive per strada, semmai vive la strada, passando dal Supermercato dove fa qualche lavoretto, al Binario 95, all’Ostello Caritas  sempre accompagnato dal suo sorriso, dalla gentilezza e dalla sua poesia.

Daniele, che cos’è l’amore?

L’amore è andare d’accordo con se stessi, ed è una gran fatica. Cercare di riportare nelle piccole azioni il proprio ordine: come ti vesti, come ti presenti agli altri, ciò che credi. È un sentimento d’amore generale. Poi c’è l’amore verso le donne, che purtroppo le condizioni di disagio non ti lasciano vivere. Le donne stanno molto distanti dagli uomini in questi ambienti. In un tempo della mia vita sono stato sposato anche se poi ho divorziato. Quando è arrivato il momento in cui avevo bisogno di mia moglie lei non c’era. Si è resa conto che io stavo cambiando e così ci siamo dovuti lasciare. Ho avuto, poi, esperienze con altre donne, anche un po’ più belle di lei e… in generale sono ricordi che metto da parte.

All’epoca scrivevo sempre poesie e quando parlavo cercavo sempre di risolvere i disagi femminili, cercando di ovviare ai problemi delle donne, che se la prendono su tutto, si stancano facilmente. Ci vuole una certa resistenza a trattare con le donne.

Tu sei stato il testimonial del Residente della Repubblica, la campagna di comunicazione nazionale per la residenza anagrafica, promossa da Fio.PSD assieme ai giornali di strada italiani, come ti senti ad essere in qualche modo portavoce di quelle persone a cui è stato negato un diritto?

Mi dà una grande emozione ma allo stesso tempo una grande responsabilità, da portare avanti con chiarezza e lucidità. Io ti devo dire che di residenza ne so poco, posso parlare solo secondo la mia esperienza. Le persone che mi vogliono bene mi hanno portato al secondo municipio, dove mi hanno aiutato a fare la carta d’identità e darmi l’intestazione Via Modesta Valenti, 21. Ho saputo solo dopo che questa è la cosa più importante, perché questa strada, in effetti, è una residenza fittizia, non esiste realmente. Prendere la residenza in questa strada consente il godimento di alcuni diritti che la condizione di senza fissa dimora preclude. Ho così pensato di approfittarne: ho fatto la domanda di invalidità e mi è stata accettata e questo è stato possibile farla solo grazie al fatto di aver avuto la residenza. È un esempio per gli altri. Più che portavoce a me interessa essere d’esempio per gli altri. Siamo tutti uguali, non ci devono essere differenze. Io sono quello che, forse, dopo tanti anni, ha un po’ più esperienza in questo genere di vita.

“Più che portavoce mi piacerebbe essere d’esempio”, questa frase dovremmo forse girarla a qualche  politico. E allora, cosa ne pensa Daniele della politica?

Io penso che la politica che ha intrapreso Monti è giusta: spiega bene come stanno le cose, non stiamo ai livelli della Grecia però dobbiamo fare sacrifici, fare a meno di tante cose che invece prima avevamo. Questo, sicuramente, ci porterà un vantaggio nel futuro.

Tu pensi che i politici ci possano rappresentare?

Se lo vogliono sì. A me, ad esempio, piace tanto Maroni e la Lega Nord in generale, perché hanno un modo di fare in cui la gente si identifica. Io ho trovato d’aiuto il fatto  che questo partito spiega sempre le cose e ti indica una strada. Ma se dovessi identificare due personaggi politici di riferimento per me, direi Giovanni XXIII e John Kennedy.

Daniele, tu hai vissuto in prima persona la nascita e l’evoluzione del Centro Binario 95 della Stazione di Roma Termini: cosa ti ricordi dei primi anni?

Al Binario 95, all’inizio c’erano meno operatori, prima della ristrutturazione il centro era molto piccolo: si cercava di trovare un accordo tra di noi per limitare il disagio delle persone senza dimora. Questo poi sarebbe anche il programma del centro, ossia aiutare e dare un sostegno alle persone che non hanno una casa. La cosa che ricordo con particolare gioia è l’inizio del corso di disegno. Con il disegno ci siamo tirati veramente su. Poi c’era anche il laboratorio di scrittura, che però, all’epoca, era ancora agli albori. Grande spontaneità e grande entusiasmo: ecco cos’era e cos’è ancora il nostro centro.

In particolare, per me Binario 95 rappresenta la casa che non ho. Noi abbiamo una casa molto grande da gestire. Quando entro nel centro di accoglienza rimuovo subito il pensiero di essere ‘senza fissa dimora’. Basta accordarsi con gli operatori, studiare bene il loro carattere e insieme svolgere il lavoro. Gli operatori hanno diversi stili e bisogna, così, trovare il modo di andare d’accordo. In questa maniera si forma il carattere giusto per stare lì.

Quale è la prima cosa che ti viene in mente la mattina quando entri al Binario 95?

Che ho una responsabilità e che devo essere d’esempio per tutti gli altri. Devo, fare delle cose personali, in maniera molto veloce: fumare una sigaretta, prendere il caffè e fare colazione, e poi fare i laboratori e pensare agli altri. Il teatro, per esempio, ci aiuta in questo: si parla di senza dimora e così mi preoccupo di utilizzare bene le parole.

__fra_danieleOltre il Binario com’è la tua vita?

C’è l’ostello della Caritas, dove dormono le persone che non hanno casa e che quindi hanno un disagio. Bisogna comportarsi bene lì. Io ancora non sono autonomo, per il momento, quindi, dormo in ostello. Quando riuscirò a trovare una forma di autonomia magari prenderò una casa, trovando un’altra situazione alloggiativa e andrò via dall’ostello. Ma al Binario 95 sarò sempre legato, una casa che non lascerò mai.

Ma come si aiutano le persone che non hanno una casa?

Quando sto nel centro io non penso al fatto di non avere una casa. Penso che devo aiutare gli altri,  andare d’accordo con tutti, partecipare alla vita quotidiana; non bisogna isolarsi e nello stesso tempo è necessario mantenere sempre un certo contatto con se stessi, evitare discussioni. Da quando sono entrato al Binario 95 nel settembre del 2007 ad oggi, la spontaneità si è trasformata in una coscienza di noi stessi. Infatti come dicevo pocanzi, prima c’era tanto disegno e poca scrittura, oggi invece tutti gli ospiti del Binario sono in grado di scrivere.

E cosa significa, per Daniele Lucaroni, scrivere?

Scrivere vuol dire esprimere con poche parole delle cose che non si possono dire apertamente perché non verrebbero recepite. Invece quando le scrivi queste cose puoi rileggerle e farti un’idea di te stesso. A me infatti piace scrivere e leggere le cose che scrivo, ma sempre in maniera poetica, cioè dandogli un’astrazione. Il disagio c’è, è inutile negarlo, ma con il disagio bisogna imparare a convivere, senza metterlo in evidenza.

Se pensi a Daniele bambino, quale immagine ti viene in mente?

Ci penso spesso a quando ero bambino. Ero solitario, però di simpatia. Un po’ come la canzone di Giorgio Gaber “non è di grande compagnia ma è di grande simpatia”: penso di essere simpatico, ho quelle capacità per farmi volere bene. Parlo pochissimo, ma quando parlo lo faccio per agire.

Che ricordi hai della tua famiglia?

Io ho un fratello e una sorella. Quando è morto mio padre mi sono preoccupato affinché mia madre andasse a vivere con mia sorella, mio fratello ha trovato un lavoretto presso un benzinaio. Io, invece, ho preferito star per conto mio. Per tanto tempo sono stato per strada, però mi sono comportato bene. Gli addetti di un supermercato mi hanno aiutato, dandomi un po’ di lavoro da fare come scaricatore di merci. Grazie a loro, poi, ho scoperto la Caritas e l’ostello, dove ho trovato accoglienza. Le stesse persone del quartiere africano, dove vivevo e dove si trova il supermercato, si ricordano bene di me, perché spesso pulivo le strade per guadagnare qualcosina. Io sono una persona che tende a farsi volere bene, a non creare problemi e aiutare quando bisogna farlo. È importante la relazione: sto molto attento a come reagiscono le persone. Sono anche molto attento a quello che dico e a quello che faccio, se stare in piedi oppure seduto.

Che cos’è per te l’amicizia?

L’amicizia non esiste, anzi è meglio che non ci sia amicizia, non bisogna essere amici, bensì cordiali. Cordiali sì, amici no, altrimenti giustifichi troppe cose. Esiste la cordialità, ossia comportarsi in modo utile. Con l’amicizia non si riesce a reagire, con la cordialità, invece, si può semplicemente cambiare discorso. L’amicizia genera troppe implicazioni. La cordialità è quel sentimento che unisce due persone. Se tu vuoi bene ad una persona non glielo devi far vedere, altrimenti perdi un amico.

La vita secondo Daniele Lucaroni, che cos’è?

È l’ordine e l’abitudine di mettere ogni cosa al proprio posto. È una cosa ordinata, una società tecnocratica, in cui ognuno ha un ruolo, ma dove c’è anche spazio per la propria spontaneità. La società tecnocratica è un mo(n)do che mette al primo posto i dati tecnici.

Essendo anche molto sensibile io sono per una ‘poesia tecnocratica’. La poesia infatti, secondo me, è la chiave della tecnocrazia. Se uno impara a scrivere le poesie con una certa tecnica, apre il cuore alla sensibilità delle persone.

Dove si trova Dio?

Dio è il caso. ‘Il caso volle che incontrai questa persone, il caso volle che non la guardai’. Tante volte vedo le persone che camminano ma non le saluto, le lascio camminare per conto loro. Quello è Dio, è una manifestazione, dove non può arrivare la tecnocrazia. Così, quando non riesci a spiegarti le cose puoi scrivere sulla lavagnetta elettronica: ‘oggi ho incontrato Dio’, e così apprendo altre cose delle persone che mi circondano. Dio è colui che ci sveglia la mattina e ci mette a dormire la sera. Dio è una manifestazione del giorno, della luce. Poi quando uno si mette a dormire non rientra più nel campo di Dio, ma nella poesia. La notte serve a far maturare i propri sentimenti e le proprie emozioni. Prima c’è la poesia, poi la tecnocrazia e infine la sfera dei sentimenti.

Quando scrivi una poesia dove vai a cercare la tua ispirazione?

Ti faccio un esempio. L’inizio di una bella poesia è questo: ‘oggi ho fatto un bel sogno’.

Uno dei miei sogni ricorrenti è come se fossi sempre legato a qualcosa, legato a una fune, legato in una strada, legato a qualcosa di stretto che mi mantiene fermo. I sogni non sono altro che le emozioni generate dal nostro cervello. La poesia ci aiuta a far uscire proprio queste emozioni. La poesia è l’alimento, il cibo dell’uomo. Le cose si aprono e si chiudono, cose astratte che poi mano a mano diventano concrete, e  poi da concrete diventano di nuovo astratte.

Tra cinquant’anni, un ragazzo in una biblioteca leggerà questa intervista. Quale messaggio vorresti mandargli ?

Tieniti sveglio perché le opportunità da prendere sono tante per far sì che la tua vita sia più lieve, più leggera e nello stesso tempo distensiva.