STORIA DI GEORGIA

Dall’Eritrea all’Italia, per scappare da guerra e povertà. La storia di Georgia inizia così e l’arrivo a Roma ha significato per lei una nuova vita, una famiglia e un lavoro da parrucchiera. Qualche anno dopo, però, non tutto è andato per il verso giusto. Dopo una malattia e lo sfratto dalla casa in cui viveva, oggi Georgia è ospite del circuito di accoglienza della Capitale. Da qui, con determinazione e speranza nel futuro, cerca di ricostruire la sua vita.

Buongiorno Georgia, parlaci un po’ di te e della tua storia.

Ho sessant’anni: sono nata nel 1952 a Massaua in Eritrea, una bella cittadina sul Mar Rosso di cui ho bellissimi ricordi. Mio padre è di origine partenopea, ancora oggi vive in Grecia, ma ha sposato una donna per metà italiana e per metà eritrea.

Mio padre… in realtà fino a otto anni non sapevo che fosse lui mio padre; vivevo con due persone che chiamavo mamma e papà, e con lui sì, ma che si faceva chiamare zio; in realtà quelli che io chiamavo genitori erano i miei zii e quello che io chiamavo zio, ossia lui, il mio vero padre. Un bel casotto insomma! Quando poi mio padre (vero) si è sposato, allora mi ha detto la verità e mi ha portato a vivere con lui e sua moglie. Hanno avuto dei figli e quella è diventata la mia famiglia. Mia madre, quella naturale, l’ho vista una volta sola nella mia vita,  a quarantasei anni quando sono tornata in Eritrea dall’Italia per un viaggio.

Caspita! Un’infanzia certamente movimentata. E quando sei diventata adulta che hai fatto? 

Ho lavorato. Sempre. Lavoro da quando avevo diciotto anni, ho iniziato come apprendista parrucchiera in un negozio in città, gestito da italiani; non ero retribuita ma i miei genitori stavano bene economicamente e comunque facevo un sacco di mance. Lavoravamo tantissimo, domeniche e lunedì compresi. Nel mio paese ho frequentato le scuole italiane e dentro di me ho avuto sempre il desiderio di venire in Italia per seguire un corso di specializzazione, per poi tornare in Eritrea e aprire un salone tutto mio magari ad Asmara, la nostra capitale. Avevo già pronto il visto per partire prima ancora che iniziasse il conflitto tra Eritrea ed Etiopia.

Come hai reagito allo scoppio della guerra?

In realtà sapevamo tutti che prima o poi la guerra sarebbe scoppiata: sono cresciuta fin da piccola con l’attesa di una cosa che sembrava inevitabile, che era sempre nell’aria come un temporale che sta per arrivare. La guerra ha significato per me molti momenti brutti: i caccia, i carrarmati, le bombe. Ricordo che un giorno improvvisamente andò via la luce, il gas e addirittura l’acqua, e allora  ci rifugiammo nella cattedrale, come sfollati. La nostra giornata si svolgeva tutta lì: i preti ci davano le gallette da mangiare perché non c’era nient’altro. Ma ho anche qualche ricordo bello di quel periodo: l’umanità e la condivisione di quei giorni sono valori che non posso dimenticare.

Avevo ventidue anni quando alla fine decisi di venire via, da sola, lasciando lì il resto dei miei familiari.

Come ti sei sentita quando sei arrivata in Italia? 

Contenta e confusa. Lasciavo la mia vita, la mia famiglia, ma anche la guerra, la paura e la sofferenza. Sono venuta a Roma, e in un primo periodo sono stata ospite presso un’amica, Paola. Iniziai a lavorare al salone di un parrucchiere italiano, una bravissima persona, che ha fatto davvero molto per aiutarmi. Lavorare mi permetteva di rinnovare, di volta in volta, il mio permesso di soggiorno.

Poi però, per questioni varie, dovetti lasciare la casa della mia amica e, nonostante gli sforzi, con quello che guadagnavo non riuscivo a mantenermi. Alla fine ho ceduto e ho deciso di tornare ad Asmara dove ho iniziato a lavorare come parrucchiera in casa.

La situazione però era sempre difficile, c’era ancora il coprifuoco, non c’era lavoro e la gente non aveva soldi, così mi sono trasferita a Addis Abeba, ospitata da uno zio e ho continuato a lavoricchiare lì. Poi un bel giorno la sorpresa: arriva una lettera del mio vecchio principale da Roma. Aveva bisogno di me! E mi offriva un bello stipendio e una sistemazione. Sono partita subito.

È in quel momento che è davvero iniziata la tua vita italiana?

Sì, piano piano mi sono ambientata, poi ho cambiato negozio e ho conosciuto il mio compagno, che in seguito è diventato mio marito, anche lui un bravissimo parrucchiere. All’inizio vivevamo in un bel residence a Marino, poi un giorno abbiamo deciso di raccogliere tutti i nostri risparmi e comprare un terreno per costruirci, piano piano, la nostra casa. Una villa vera e propria da cui se era bel tempo si poteva vedere Roma e addirittura il mare del litorale e le navi che passavano… che ricordi! Avevo sempre lavorato molto, con entusiasmo, non avevo paura di fare sacrifici e ora potevo godermi un po’ di serenità. Lui aveva già quattro figli e quella era diventata la mia di famiglia: la sua ex moglie veniva anche a trovarci con il suo nuovo compagno. Stavamo bene, era la classica famiglia allargata. Ma ogni favola ha il suo tempo e dopo diciotto anni ci siamo lasciati. Non lo so perché, ma non andavamo più d’accordo. Lui in realtà non voleva chiudere e anche quando ci siamo allontanati premeva che tornassimo insieme, ma io…  Dopo il divorzio ho tenuto io il salone da parrucchiere che avevamo aperto assieme, ma lui si è tenuto la casa. Da allora, non ho più rivisto nessuno. In quegli anni mio marito è morto.

Eri sola, senza una casa, senza una famiglia, che cosa hai fatto?

Ho trovato un’altra casa, in affitto, e poi un’altra e poi un’altra ancora, nel frattempo ho continuato a lavorare sodo. Poi è arrivata la malattia e lì ho ceduto; non avevo più le forze, mentali e fisiche. Ho dovuto cedere l’attività. Una parte dei soldi della vendita me li hanno dati subito e con quelli sono andata avanti per un po’ di tempo, ma il resto non lo vidi mai. Non riuscivano a far decollare l’attività e così dopo un po’ hanno chiuso per fallimento e io sono rimasta fregata e senza una lira. È stata indetta anche un’azione legale ma… la mia malattia era la depressione e non ce la facevo proprio a seguire la causa, non mi restavano neanche i soldi per pagare l’affitto, così mi sono lasciata andare, sono stata sfrattata e mi sono ritrovata per strada. Ecco qua.

Ho passato molto tempo girando tra ospedali e centri di accoglienza: oggi sono accolta al centro notturno di Castelverde.

Riflettendo sul passato, però, posso dire che grazie alle mie disgrazie ho imparato a dare valore alla vita, alle cose importanti, a scegliere le amicizie. Io che sono stata ricca, è da quando sono povera che ho imparato tante cose.

Ti manca il tuo paese? Pensi mai di tornarci? 

Vorrei tornare a cercare mia madre, che ho conosciuto solo nel 1998, per sapere se è ancora viva. Ma anche laggiù ormai amici non ne ho più, se non la mia vecchia datrice di lavoro che per me più che un’amica è una vera sorella. Ma ormai… credo che resterò qui, in Italia. In fondo se guardo alla mia vita non mi posso lamentare. È stata bella, una bella vita. Sul lavoro ho avuto grandissime soddisfazioni: ho dato tanto e ho ricevuto tanto. Forse sul piano affettivo un po’ meno.

Passiamo ad argomenti più generali, qual è, secondo te, il ruolo delle istituzioni nel combattere la povertà?

Credo che il tema della povertà si sia trasformato in un business enorme. Sono otto milioni le famiglie povere in Italia e cinquantamila le persone senza dimora. Sono numeri sempre in aumento: l’ho sentito in tv. Sarebbe impossibile dare una casa a tutti e poi ci sono tanti opportunisti. Si deve verificare chi povero lo è davvero e usare di conseguenza le risorse a disposizione, magari dandogli anche un vero lavoro.

Quale consiglio vorresti dare ai politici italiani?

Primo, di smettere di rubare. Secondo, fare una buona legge sull’immigrazione. Il mondo è di tutti: non ci dovrebbero essere le frontiere. Però credo che prima di tutto sia importante essere onesti e avere voglia di lavorare. Altrimenti, bisogna restare, se possibile, al proprio paese e arrangiarsi là. È una questione di onestà, di dignità. Ora che non posso lavorare, sarebbe giusto che anche io tornassi al mio paese, in Eritrea.

Che suggerimenti daresti al nuovo sindaco di Roma?

Controllare tutti gli impiegati pubblici e fare una selezione per determinare chi veramente lavora: dalle Poste, alle ASL, ai ministeri, agli ospedali e, in generale, a tutti i posti pubblici.

Quale sarà il tuo criterio di voto, visto che sei cittadina italiana e residente a Roma?

I mezzi d’informazione danno visibilità ad alcuni candidati e chi non s’intende di politica, ovviamente, va come tira il vento, è normale. Però è difficile capire per chi votare, quando sono sempre così tanti: le liste esposte in Municipio sono lunghissime, con nomi e cognomi scritti piccoli, piccoli. Non lo so, sceglierò all’ultimo momento.

Per Georgia, esiste l’amicizia?

Sì. Io credo nell’amicizia anche se è molto difficile trovare dei veri amici. Ma ci voglio credere.

E la felicità, esiste?

Sono sprazzi. Di solito sei felice per tanti motivi, ma poi non lo sei più. C’è l’affetto, il voler bene, il bisogno l’uno dell’altro, l’amore, ma la felicità… è fatta solo di momenti.

Ricordi  un tuo momento di felicità?

Il lavoro mi ha dato tanti momenti di felicità e di occasioni per esserlo. Ad esempio quando i bambini, a cui tagliavo i capelli, volevano me e solo me e non permettevano che le mamme cambiassero parrucchiere. Oppure quando ho stretto la mano a Lluis Llongueras, il più bravo parrucchiere del mondo. Avevo i brividi. In quei momenti sono stata felice.

Oggi mi accontento di poco. Anche venire al Binario 95 mi rende felice. Ho i miei amici con i quali gioco a carte e scherzo usando le loro stesse espressioni. Mi diverte. Questo fa parte dei miei piccoli momenti di felicità. È così che ho potuto far fronte alla depressione e ai rovesci della vita.

Georgia, so che tu sei credente. Che cosa pensi quando rifletti su Dio?

Certo che sono credente. Penso però che in questo momento Dio deve aver girato lo sguardo da un’altra parte! Però ci credo, come no. Recentemente ho rivisto il film di Zeffirelli, il più bel film mai fatto nella storia, con quel Gesù favoloso da cui niente poteva distrarmi. Durante le funzioni canto volentieri. In chiesa piango pure, ma sono serena.

Ti piace Papa Francesco?

Molto. Ma a volte mi viene la paura che gli facciano fare una brutta fine perché il cambiamento che vuole fare è grande! Tutta quella semplicità di modi, quella povertà interiore ed esteriore… e di povertà, in particolare esteriore, non credo che le gerarchie che governano il Vaticano ne vogliano tanto sentir parlare. Ma… staremo a vedere. Sono fiduciosa.

Hai un desiderio?

Vorrei stare bene in salute, per ricominciare. Sono brava nel mio lavoro e potrei guadagnarmi la giornata andando a fare i capelli anche a domicilio. Però ora non ce la faccio. Non mi sento sicura e determinata come una volta. Ma ho giurato a me stessa di impegnarmi e far vedere quel che valgo.

Che messaggio vorresti mandare ai tuoi amici?

Io ho ricominciato venendo in Italia. Ho ricominciato dopo il divorzio. Ho ricominciato dalla mia depressione: ho tentato il suicidio tre volte e ne sono venuta fuori. Ho assistito il mio compagno, malato terminale, fino alla fine, anche se poi sono crollata. Ma va bene così. Forza e coraggio! Mai perdersi, si può sempre ricominciare.