PINO, UNA VITA CHE RIPARTE

Shaker, Pensieri senza dimora

Oggi uno dei referenti del progetto Bike 95, Pino Scala ci racconta alcuni momenti dell’intricata storia della sua vita, dove solo grazie a una ferma volontà di cambiare e di “smuoversi” è riuscito ad uscire da una difficile condizione di alcolismo e dipendenza.

Ciao Pino e grazie di avere accettato di condividere un po’ con noi la tua storia. Prima di entrare negli eventi che si sono succeduti nel tempo e ti hanno portato a diventare la persona che sei oggi, vorrei partire dalla tua interiorità che so in particolare in quest’ultimo periodo è stata oggetto di un grande lavoro. Cominciamo quindi con una domanda semplice: corpo e spirito, che significano per te?

Sì, eh, non è proprio semplice ma è una bella domanda. Lo spirito all’inizio lo avevo un po’ trascurato. Sono stato in carcere per quattro anni, pagando un cumulo di pene. Tra le sbarre avevo preso un attestato che, una volta fuori, mi ha permesso di lavorare un po’.  Poi però è arrivato l’Alcool, ho iniziato a bere e ho dovuto lasciare. Il mio corpo si era trasformato: pesavo 90 kg, non avevo più muscoli, ero quasi atrofizzato. Facevo fatica addirittura a scendere sotto casa e andare al supermercato: le uniche attività che riuscivo a compiere durante la giornata. Tutto questo a settembre scorso, quindi neanche un anno fa.

Lo spirito lo avevo perso, e allora è stato il corpo ad aiutarmi. Ho vissuto molto la solitudine per ricostruire il mio passato, stabilire il mio presente e puntare al mio futuro. Quando ho deciso di smettere con l’alcool è stato proprio il corpo il mezzo che ho usato per rinascere, per acquistare nuovamente l’autostima di me stesso. E così ho iniziato a fare palestra, nuoto, a muovermi in bicicletta. Ora ho nuovamente i muscoli, un bel fisico ed ho riacquisito fiducia in me stesso. Lo sport, inoltre, produce dopamina ed endorfine che sono delle sostanze che vanno a toccare gli stessi centri del cervello intaccati dall’alcool, quindi…

Come hai trovato la forza per questo?

Una sera stavo al computer, parlando con alcune persone in un gruppo di Facebook. Ho incominciato a litigare con tutti, a scrivere cose terribili: il giorno dopo ho riletto quello che avevo scritto e mi sono reso conto che ‘sbiascicavo’ proprio. Devo dire la verità: con la bottiglia del vino a passare le mie giornata davanti ad un computer, mi sono fatto schifo. Di solito si dice che la forza per uscirne te la dia la famiglia, ma purtroppo non è stato il mio caso. Dopo la morte di mio padre e la fine di mio fratello per overdose, sono rimasto solo con mia madre che non poteva aiutarmi più di tanto. La vera forza l’ho trovata nella voglia di rinascere che ho scovato dentro di me. Così un giorno mi sono messo davanti allo specchio, mi sono sputato in faccia e il giorno seguente sono andato al Policlinico per iniziare il percorso di disintossicazione.

Quale è  stato il ‘qualcosa’ che ti ha fatto smettere e che ti ha fatto ritrovare il vero ‘Pino’?

Mah, ti dico la verità: anche quando bevevo ero Pino. Nel nostro carattere c’è un lato bello e un lato brutto. Quando bevevo veniva estremizzato il lato brutto di me, perdevo il controllo sulla mia persona. Ero comunque Pino, ma senza alcun freno. Alla fine ero arrivato a considerare normale il mio lato brutto, a darlo per scontato in qualche modo. Sentivo come di essere in un altro mondo, non in quello reale. Il mio unico pensiero era l’alcool, bevevo sin dalla mattina, appena sveglio. All’inizio l’alcool riesce a darti una sensazione di euforia, ma dopo tutto passa.

Ora però vedo che ne parli con molta consapevolezza. Che cosa provi mentre mi racconti queste cose?

Per me parlare di questa cosa è un punto di forza, perché so che non è semplice e allora è una sfida che voglio vincere; il mio problema non è stato solo l’alcool, ho avuto anche un passato di tossicodipendenza. È dal 1995 che non tocco più eroina, proprio dalla morte di mio fratello. Però dopo c’è sempre rimasto l’alcool di mezzo: da quello non riuscivo proprio a staccarmi. Io so bene quanto possa essere difficile eliminare questa dipendenza.

Dall’eroina all’alcool, quale è stato il passaggio?

Bè, stiamo là. Sinceramente se qualcuno dovesse chiedermi come ho fatto effettivamente a smettere con la droga, oggi rispondo ancora ‘non lo so’. Ma l’alcool, forse è pure peggio dell’eroina. L’alcool ti porta  tante patologie che possono distruggerti. La dipendenza dalle due sostanze è simile, solo che l’alcool lo trovi dappertutto, è legale, è comune. L’eroina, invece, no. Pensa che io non mangio più il pan carré perché contiene alcool. Ho cercato di eliminare anche il minimo quantitativo di questa sostanza per non cadere in tentazione.

Come si gestisce il momento specifico della tentazione dalla dipendenza? 

È difficile. Soprattutto all’inizio del percorso di disintossicazione quando sei continuamente tentato: più breve è il tempo che hai smesso e più forte è il desiderio; poi più il tempo passa, più l’impulso è lieve. Sicuramente bisognerà stare attenti anche dopo molti anni. Ti posso fare un esempio: io realizzo collane che poi vendo per strada. Feci la richiesta per una licenza da ambulante itinerante, per mettermi in regola. Me la rifiutarono, perché non avevo i “requisiti morali”. Così avevo pensato di farmi prendere in carico dal primo Municipio, ma non ci sono riuscito. È brutto pensare di buttar via il tempo e i risultati raggiunti per una tentazione. Mi dico ‘come posso riprendere a bere e buttar via questo fisico?’. Più cose si costruiscono e più cose si possono perdere. Ora come ora io penso di essermi impegnato in quest’azione, investendoci tanto. Non ho investito i soldi, ho investito qualcosa di più: tutto me stesso, la mia vita. L’elemento distintivo della disintossicazione è pensare di puntare tutto su se stessi. Non ho pensato agli altri in questo momento, ho pensato solo a me: è questo che mi ha aiutato di più. Se io sto bene, staranno bene anche le persone che mi stanno intorno. Ed ecco allora che torniamo alla prima domanda: fisico e spirito sono stati la marcia in più per procedere in questo percorso, assieme all’autostima.

Quale è la prima cosa che ricordi di quando eri bambino? E… a proposito, Pino, quanti anni hai?

Devo compiere 42 anni ad agosto… Sì, so’ proprio vecchio ormai! Ma me ne sento ancora diciotto. Il primo ricordo di quando ero bambino? Il gioco e  gli amici di Porta Pia. Mi chiamavano dal balcone e  facevamo ‘sega’ insieme da scuola; poi andavamo a fare le ‘marachelle’. Ma Pino bambino è anche quando andavo in Abruzzo, la campagna, gli amici del paese di mia mamma, la mia famiglia, cioè mio padre, mia madre e mio fratello. Una bella infanzia, un ricordo positivo. Ma ero già un ragazzo difficile, comunque sia. Ero sempre un bastian contrario, un ribelle. Ero la pecora nera della famiglia, facevo come mi pareva, sempre e comunque. Dagli undici anni mi sono iniziato a rovinare per benino.

Come mai hai iniziato a rovinarti? Lo riconduci a un contesto?

Oggi non posso dare più la colpa all’educazione. Certo, mi è mancata molto la figura di mio padre, dell’uomo forte e determinato. È sempre stato ammalato, aveva un enfisema polmonare, lo ricordo costantemente attaccato alle bombole dell’ossigeno, non ce la faceva neanche a muoversi. Dall’altro lato c’era mia madre che gli doveva nascondere le cose che combinavo per non farlo arrabbiare. Questa situazione sicuramente ha un po’ compromesso la mia vita. Non posso, però, dare la colpa ai miei genitori, perché, in altri casi, si finisce, con l’uso di queste sostanze, molto prima. Per me c’era anche un fattore di dipendenza. Io ho sempre portato tutto all’estremo. Gli estremi sono impossibili da gestire e da controllare.

Quando hai preso coscienza di te stesso? 

Diciamo che ho vissuto una consapevolezza sfalsata, senza un andamento normale. Mio fratello maggiore era il mio esempio, era lui quello della famiglia che studiava mentre io, invece, ero lo scapestrato. Ma a me stava bene, potevo fare il ‘vagabondo’. La coscienza di cui tu parli si è sviluppata solo dopo la sua morte, come se mi avesse lasciato uno spazio. Io avevo vent’anni e lui ventuno. In quel momento ho pensato che le cose potessero capitare anche a me e non solo agli altri. Di questa storia, poi, mi porto anche un po’ il senso di colpa. Sono stato io a trascinare mio fratello verso il mondo della droga. Solo dopo ho capito che le cose si scelgono personalmente. Non è stata facile la mia vita, ho incontrato diverse difficoltà ma ora all’alba dei 42 anni sembra che le cose stiano cambiando.

Quanto ti ha segnato l’esperienza del carcere?

Sono stato in carcere più volte. Le prime le ho vissute bene, perché sapevo che sarei uscito. L’ultima invece l’ho vissuta male perché dovevo rimanere lì; non mi avrebbero mandato né ai domiciliari né in comunità. Dovevo stare dentro e basta! Alla fine non sono stati quattro anni effettivi, ma tre anni e otto mesi, e mi sono pesati parecchio. Alti e bassi, soprattutto bassi. Mi ha aiutato molto lo studio e poi l’ottenimento dell’attestato da Operatore Sanitario con il massimo dei voti. Questo mi ha ridato molta forza. Quando sono uscito di prigione nel 2011 ho lavorato all’Ospedale Israelitico di Roma, prestando servizio in oncologia e geriatria, mi sentivo soddisfatto. Ero bravo, devo dire, e cercavano tutti me. Poi è arrivato l’alcool, da un giorno all’altro non ci sono più andato e così ho perso il lavoro.

Hai trovato delle amicizie in carcere?

Non ne ho volute. Le ho trovate, sì, c’erano, ma non ho voluto affezionarmi, altrimenti sarei rimasto incastrato. E io non potevo permettermelo. Dipende da che vita vuoi dopo… Ancora oggi non ho grandi amicizie o persone a cui sono particolarmente legato. Sono in fase di costruzione. L’amico è una persona con cui fai una parte del percorso insieme, con cui c’è rispetto reciproco, che non ti nasconde le cose, né quelle belle né quelle brutte, che non ti tradisce. È la persona con cui puoi farti anche due risate. Ma ancora è presto per questo. C’è un conoscente… una persona che frequento quasi fosse in fase di amicizia ma mi sento ancora troppo sensibile. Ho appena raggiunto una stabilità caratteriale e più o meno anche fisica. Ora mancano le altre due cose: la rete amicale e l’amore per una donna.

Hai mai avuto un grande amore? 

Sì, l’ho avuto, è durato nove anni. Poverella, lei ha sofferto molto con me. Ha vissuto tutto il periodo delle mie brutte vicissitudini. Non siamo riusciti a venirci incontro. Nel tempo che è stata con me, ha fatto tre aborti. “Amore” forse è stato solo con lei, per il resto solo tante passioni occasionali. Ma poi troppe cose brutte si sapevano, troppe cose brutte si erano fatte… e così ci siamo lasciati.

Immagina che lei stia leggendo questa intervista, cosa vorresti dirle?

Non credo che ormai si possa ricostruire una storia. Comunque sia vorrei dirle che l’ho amata. E ora l’amore mi manca tanto.

Dove vivi oggi?

In un residence a San Basilio, un alloggio temporaneo del Comune. Prima abitavo al Torrino Sud, in una casa dell’ente in cui lavorava mio padre. Le case sono state vendute ed io, dato che avevo appena perso il lavoro, non sono riuscito a rilevare quella in cui vivevo acquistandola. Mia madre scrisse anche una lettera al sindaco di Roma. C’era Alemanno all’epoca e ci rispose, lui o chi per lui, che in città esistevano i dormitori e che ci saremmo potuti rivolgere ai servizi sociali. Ma ti pare!? Ma mia madre era una donna battagliera e andò una mattina, come ospite assieme a una sindacalista, a un programma televisivo, per denunciare questa situazione. E guarda caso… mentre eravamo  in diretta, uscì fuori la casa per noi. E così siamo finiti a San Basilio, in un residence. Sostanzialmente è un monolocale, con il bagno e l’angolo cottura. I vigilantes controllano lo stabile e mantengono l’ordine. I miei ospiti, quando vengono a trovarmi, devono lasciare il documento d’identità all’ingresso.

Anche per mia madre è difficile questa situazione: non è abituata. Da ragazza era proprietaria terriera, poi si è sposata con un impiegato statale, quindi ora la differenza con quello stile di vita è enorme. Per me è stata una sconfitta, proprio come figlio: non riuscire a garantire un futuro a mia madre in una zona tranquilla di Roma mi ha pesato molto. Questi alloggi temporanei sono stati concepiti per chi è in attesa di una casa popolare, ma la casa popolare… chissà se la vedremo mai!

Oggi come passi la tua giornata?

Frequento il Polo Alcologico del Policlinico Umberto I, vado in palestra, seguo le attività del Binario 95 e vado a lavorare presso Bike 95. A San Basilio invce non frequento nessuno.

Come hai conosciuto Binario 95?

Io un posto dove stare durante il giorno lo avrei: al residence in una stanza condivisa  con mia madre, il cane e il gatto. Ma avevo bisogno di riempire il mio tempo e non pensare all’Alcool, così ho chiesto ai dottori che mi stavano seguendo al Policlinico dove sto facendo il percorso di disintossicazione, di aiutarmi a trovare qualcosa per occupare la giornata. Così un giorno il dottore mi ha parlato di Binario 95. Diceva che sarebbe stato un ottimo posto dove dare senso alle mie giornate, iscrivendomi alle  le varie attività che si fanno. Mi hanno presentato il coordinatore, Fabrizio, e fatto vedere il centro. Inizialmente non ero riuscito a entrare nello spirito del Binario anche perché non mi sentivo di far parte del mondo delle “persone senza dimora”. Così sono andato un po’ e poi ho lasciato perdere. Dopo però ho sentito l’esigenza di tornare, ho spiegato le mie motivazioni agli operatori e loro mi hanno compreso e riaccolto tranquillamente. Mentre nella prima fase la partecipazione ai laboratori la sentivo come un dovere, dopo è diventato un vero piacere tanto che sono anche diventato uno dei testimonial della campagna “Se mi guardi ti voto”. Poi, con grande sorpresa è stato avviato il progetto di Bike 95 e allora mi si sono accese le lucine!

Hai chiesto tu di partecipare al progetto? 

Non direttamente forse, ma era quello che volevo. A me piaceva la bici, la utilizzavo tempo fa, prima che succedesse tutto il ‘patatrack’. Mi hanno proposto, innanzitutto, di fare un corso di formazione in ciclofficina poi è nata la proposta di inserimento come meccanico di Bike 95. Per me è una grande prova questa: sento che è l’inizio. Durante questo percorso io calibro di nuovo me stesso rispetto a un lavoro: ricominciare ad avere un impegno, degli orari, dei turni, determinare un nuovo rapporto con i colleghi e con i clienti. Insomma Binario 95 mi ha aiutato a… rimettermi in movimento!

So che frequenti anche un corso di Yoga, a cosa ti è utile?

Fare Yoga mi rilassa. Permette di fare entrare energia nel corpo. Io in precedenza agivo solo d’impulso, di istinto; ho capito invece che bisogna riuscire a collegare la testa con il cuore per trovare un equilibrio. Quando ho iniziato a capire questa verità mi sono sentito sulla strada giusta. So, però, di avere ancora tanto da fare. Da qui all’eternità dovrò sempre stare attento. Per me il rischio di ricaduta c’è sempre e l’attenzione deve essere sempre alta.

Pino, tu hai fede?

No, non ce l’ho. Ho una fede tutta mia, quello sì. Ho capito che nella vita le cose hanno un tempo. Anche il malessere ha un suo tempo, so che prima o poi finirà. Questo mi aiuta sicuramente ad affrontare le mie difficoltà. Al momento non mi reputo felice, ma una persona quasi serena, sempre alla ricerca della tranquillità.

Quanti altri segreti ha Pino?