LA STORIA DI VIOLA

Shaker, Pensieri senza dimora

Questa è una storia d’amore, ma un amore difficile, al confine tra quello che appare e quello che si sente di essere. È un viaggio attraverso l’identità di una donna che lotta per affermare la sua femminilità. È una storia di sanità precaria e di interventi impossibili. Una storia che parte da una “Carretera” e finisce in una strada. È la storia di Viola.


Viola… oggi, ti conosciamo tutti come Viola, ma c’è una lunga storia che parte da lontano e che ti ha portato fino a qui. Ce la vuoi raccontare? 

Sì… era un’altra vita. È la storia di un altro mondo: la mia famiglia, i miei genitori, i miei fratelli e le mie sorelle. Sono nata il 12 dicembre 1969 e sono di religione cattolica. Oggi sono Viola, ma il mio vero nome è Pablo. Sono cresciuta con la mia famiglia in Colombia: mia mamma, mio padre e la zia Maria Luisa, sua sorella.

Provengo da una città che si chiama Popayan, situata nel Dipartimento di Cauca, nella parte sud est del paese colombiano. La mia era una famiglia allargata, oltre alle mie tre sorelle e ai miei tre fratelli di sangue, sono

cresciuta insieme ai figli di mio zio, il quale ha provveduto alla mia educazione. Ero un ragazzo come tutti fino a diciassette anni e mi piacevano molto le donne.  Pensa che in casa avevamo una ragazza che veniva a fare le pulizie e che fisicamente, mi attraeva molto. E Pablo, cioè io, ha avuto anche un flirt con questa ragazza. Ero un gran passionario, amavo le donne e me le potevo permettere perché ero un gran bel ragazzo.

Cosa è successo a diciassette anni?

Un giorno mi sono accorta di un ragazzo che abitava di fronte casa mia, il cui papà era morto da tanti anni. Era l’unico maschio tra tante donne molto belle presenti nella sua famiglia. Stava facendo il bagno nudo in una tinozza in giardino: l’ho guardato e mi sono resa conto che mi piaceva, mi piaceva tanto! Ma in quel momento non riuscivo a capire cosa mi stesse succedendo, l’ho scoperto solo qualche tempo dopo, quando iniziai ad andare a trovarlo a casa.

Come era stata la tua vita fino a quel momento?

Era una vita ‘normale’: ho studiato in un collegio privato, dove erano molto severi. Poi dopo la prima educazione sono andata in una scuola superiore a pagamento, per diplomarmi in psicologia. Preso il diploma decisi di andare a Bogotà, la capitale della Colombia, per riposarmi un anno, con l’intenzione poi di tornare nella mia città e aprire uno studio di consulenza psicologica. Nella capitale, per un primo periodo ho vissuto da un mio cugino, figlio di mia zia Maria Luisa. A quel tempo ero ancora Pablo, ma avevo capito che i miei gusti sessuali si erano già orientati in un altro senso sebbene nelle sembianze rimanessi ancora uomo.

Dalla piccola cittadina di Popayan ad una grande metropoli come Bogotá. Come ti sei riuscita ad ambientare?

Nella capitale colombiana entrai subito in contatto con un gruppo di delinquenti locali e di ragazzi che facevano una vita un po’ sui generis. Li incontrai in un bar che si chiamava “La Carretera” [ndr: “La strada”] e fu proprio in quel posto che per me iniziò una nuova vita. Pur essendo nelle sembianze ancora un maschio, indossavo vestiti eleganti, moltissimi gioielli e frequentavo ricchi ragazzi omosessuali. In quel giro c’erano anche molti professionisti, dai più grandi avvocati di Bogotà agli ingegneri, ai medici fino ai ricchi proprietari terrieri i quali, in cambio di soldi, richiedevano prestazioni sessuali ai giovani e aitanti ragazzi del locale, tra i quali c’ero anch’io. Così ho iniziato a far parte “del giro” e a guadagnare molti soldi, che mi consentivano di vivere una bella vita. Andavo spesso in discoteca e proprio in quelle sale da ballo ho provato per la prima volta la cocaina, l’unica droga che mi piaceva e che riusciva a tenermi sveglia e farmi lavorare per tutta la notte. Cominciai a farmi chiamare con un nome diverso, ancora da uomo, ma non più Pablo: per i clienti ero Vicente. Insomma a Bogotà ho iniziato a fare la bella vita. Avevo poco più di diciotto anni.

Cosa raccontavi alla tua famiglia?

Da quando ero arrivata a Bogotà i rapporti con i miei familiari avevano iniziato ad essere sempre più superficiali. Poi un giorno venni a sapere che mio padre aveva abbandonato mia madre per un’altra donna: Rosa, la moglie del camionista del paese. Sarei voluta tornare per stare vicina alla mamma, ma un’amica trans che viveva nel nord di Bogotà mi convinse a trasferirmi da quelle parti, dove diceva si lavorasse molto meglio; così invece di tornare al paese, lasciai la casa di mio cugino e presi una camera in affitto nei quartieri alti della città. La mia amica possedeva una casa molto bella ed era lì che svolgeva la professione di prostituta: guadagnava tantissimo. Diventammo intime finché mi propose di trasferirmi nel suo appartamento dove iniziai a lavorare anche di giorno organizzando con il telefono appuntamenti tra ragazze e ragazzi che volevano conoscersi.

Perchè a un certo punto hai deciso di lasciare la Colombia?

Una volta è successo che un cliente mi ha lasciato 50.000 pesos, che allora erano una gran bella cifra. Io da sempre avevo il sogno di andare a Parigi e adesso con quei soldi avrei potuto trasformarlo in realtà. La mia amica conosceva molte persone anche in Europa e appoggiò il mio progetto dicendomi che con l’aria e le abitudini di Parigi sarei sbocciata come un fiore. Mi mise in contatto con alcuni suoi amici che abitavano nella capitale francese e di lì a poco partii. Prima di lasciare Bogotà però, l’ultimo consiglio che mi diede per guadagnare più soldi, fu quello di “farmi donna”: truccarmi, indossare vestiti femminili e prendere ormoni. Lei aveva esperienza perché aveva girato il mondo e così la ascoltai e iniziai la trasformazione.

Quindi è stato a Parigi che hai iniziato a riconoscerti pienamente come una donna?

Sì, a Parigi ho iniziato a prendere gli ormoni che pian piano mi hanno rimodellato le forme. Ho eliminato la barba, ho fatto crescere i capelli, ho cominciato a truccarmi e a vestirmi da donna. Mi sono poi sottoposta a dei trattamenti molto costosi, di elettrolisi, che rendono il pelo debole alla radice, per eliminare tutta la barba. E così piano piano sono diventata Viola.

Quanto tempo sei stata a Parigi?

A Parigi ho vissuto per ben sette anni. Inizialmente, dormivo in una camera d’albergo, a Place de Clichy, il quartiere dove vivono i trans di Parigi poi, una volta messi da parte un po’ di soldi, sono andata a vivere in un appartamento assieme ad alcune amiche. Parigi era splendida. Iniziai anche a fare degli spettacoli in alcuni locali, guadagnavo bene ed ero felice e soddisfatta di quello che facevo. Poi un giorno conobbi un uomo che aveva un bel negozio di abbigliamento e che mi parlava sempre di Roma, della sua bellezza e della sua eleganza. Mi venne la curiosità per questa città e così un bel giorno presi i miei risparmi, di nuovo rifeci la valigia e partii per Roma, la città eterna.

Come era Viola a Roma?

Quando sono arrivata ero una bellissima ragazza. Lavoravo in un posto sul Lungotevere: c’era la fila di uomini che mi aspettava tutto il giorno, dalle sette del mattino fino a notte fonda. Con me c’erano molte altre ragazze, tra cui le mie amiche più care, Marianna e Bambi. Vivevo a Monti Tiburtini con altre donne: c’erano ecuadoriane, peruviane, argentine, colombiane e tante ragazze di diversa nazionalità. Ero ambitissima e molte delle ragazze erano gelose del mio successo. Vedi, qui, sul viso ho due cicatrici, entrambe frutto di sfregi che mi sono stati fatti da alcune ‘concorrenti’ gelose del mio successo e dei miei clienti. Una era un’amica trans argentina, che pensava volessi rubarle l’amante, un’altra invece una ragazza ecuadoriana che era solo invidiosa perché io guadagnavo più di lei.

Da una vita agiata alla strada. Cosa ti ha portato a diventare una persona senza dimora?

Un giorno, un incontro con un cliente è finito male per vari motivi. Sono stata derubata di tutti i miei averi, malmenata, abusata e pestata a sangue. Quel giorno è finito tutto. Sono stata portata in ospedale e ci ho messo un po’ per riprendermi. Una volta dimessa le mie amiche non mi hanno più voluto in casa per paura di ritorsioni anche contro di loro e così non sapendo dove andare a dormire sono arrivata alla Stazione Termini, dove sono rimasta per circa un anno. Stavo alla fine del binario 15. Poi da lì sono andata alla Stazione Tiburtina, dove ho vissuto in strada per circa due anni: i volontari che venivano la sera mi portavano cibo e un po’ di conforto ma trovare un posto per un transessuale in un centro di accoglienza sembrava fosse un problema. Evidentemente non sapevano se mettermi nei centri per uomini o in quelli per donne. Solo un paio di anni fa sono riuscita finalmente a trovare accoglienza e un letto dove dormire nei circuiti istituzionali. Questo devo dire grazie anche alla Sala Operativa Sociale e al Centro Binario 95. Ormai sono dodici anni che non mi prostituisco più: no droga, no alcool, no sesso.

A quali interventi hai dovuto sottoporti per diventare una donna?

Proprio qui a Roma ho fatto l’intervento per costruirmi il seno, mi sono messa una protesi. La cosa che mi ha rovinata però è stata la mia ingenuità quando ho fatto i trattamenti con il silicone. Mi sono fatta iniettare da un’amica un bicchiere di silicone liquido in entrambe le gambe. Ho pagato cinquecento dollari per questa operazione: ero convinta che il silicone rendesse più belle le gambe. L’operazione, però, non è stata eseguita in ospedale, ma a casa, nel residence di una trans argentina che mi ha iniettato il liquido facendomi diverse punture direttamente sulle gambe e anche sul sedere. Il problema però era che quando stavo per troppo tempo al sole, il silicone tendeva a sciogliersi.

Una volta un uomo, uno dei tanti che spesso frequentavo, mi ha portata al mare: lì, sotto il sole, il liquido ha iniziato a colare all’interno delle mie gambe. È stato terribile. Ora, dopo tanti anni, ho delle grandi difficoltà dovute proprio a questa ragione: ho gambe e piedi gonfissimi che mi portano numerosi problemi di salute oltre al fatto che peso ormai più di centocinquanta chili.

Cosa stai facendo per risolvere le tue questioni sanitarie?

I servizi sociali mi stanno aiutando a portare avanti questo percorso, che mi vede spesso in ospedali e centri di ascolto. Oggi dormo al centro notturno Binario 95 e una rete molto ampia di servizi sta seguendo il mio caso.

Se qualcuno volesse farti un regalo cosa chiederesti?

Il mio spirito di donna desidera orecchini e profumi. Li richiedo spesso, e ogni tanto qualche volontaria mi fa dei doni di questo tipo che io apprezzo moltissimo.

Vorresti cambiare qualcosa della tua vita?

Penso nella mia vita di avere seguito la strada giusta, quella dettata dal cuore. Io non sono né troppo giovane né troppo vecchia: ora come ora vorrei tanti soldi, in modo da poter fare una vita dignitosa in una casa confortevole. Tutti, uomini e donne, hanno diritto a un’abitazione. Ma io sono anche molto vanitosa, quindi mi piacerebbe avere oro e pellicce [ndr: sorride]. Ma soprattutto quello che vorrei ricevere dallo Stato italiano sono tutti i documenti per essere una libera cittadina italo-colombiana. Mi piacerebbe davvero poter chiedere questa cosa direttamente al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. E magari in questo Shaker mi potrà aiutare.

[ndr – i nomi utilizzati sono di fantasia]