MASSIMO: UNO SGUARDO SU ROMA DAGLI ANNI ’70 AD OGGI

Shaker, Pensieri senza dimora

Con un forte accento romanesco, Massimo Consalvi, ospite del centro diurno Binario 95 e redattore di Shaker, ci racconta la sua vita. Da Trastevere a Primavalle, passando per Ardea e Pomezia, la storia di un uomo tra ribellioni giovanili, famiglia e strada.

Ciao Massimo. Da quanto tempo conosci Shaker?

Lo conosco da cinque anni perché l’ho visto in alcuni posti e in stazione.

Massimo quando sei nato?

Io sono nato il 10 novembre 1956, da madre romana e padre romano, eh vabbè, a Roma. Sono nato esattamente alla Maternità Savetti e sono stato battezzato a San Cosimato, a Trastevere. Me dovevo chiamà Pietro, però siccome mio padre si chiamava così, m’era rimasto o Simone o Caio Mario. A cavallo non ce potevo andà, ed è così che mi chiamo Massimo.

Dopo la tua nascita vi siete spostati da Trastevere?

Sì, chiaro. La mia prima abitazione è stata a Primavalle. Poi mio padre, giacca e cravatta, un uomo di cultura varia, preferiva montare sull’autobus ed aveva messo un negozio di scarpe e borse, più tardi ha messo anche i portafogli a poco prezzo. Questo negozio era in via Macinghi Strozzi, alla Garbatella. Ci siamo spostati molto, si doveva marcià pe’ campà.

La tua infazia l’hai vissuta a Primavalle. Cosa ti ricordi in particolare di quel periodo?

Da ragazzino mi ricordo che quando passavo dalla piazza centrale mi chiamavano per offrirmi un gelato o una grattachecca e io ci andavo. Non sapevo nulla che mio padre c’aveva da “abbuscà”, palate a suon de pizze. Io mica lo sapevo, ero ragazzino. Io uscivo con il gelato e mio padre usciva con gli occhi neri. Poi dopo ho capito ed ho cominciato a svicolà. Mi chiamavano con la dolcezza, mio padre giacca e cravatta, polsini alla camicia, se non cacciava i soldi che doveva… so’ tutte feste ma con gli occhiali da sole.

E tu come la vivevi questa situazione?

Fino a 16 anni non la sentivo, poi ho iniziato a girare per conto mio. Un po’ qui un po’ là mi divertivo a vedere Roma, a parla’ romano.

Hai mai aiutato tuo padre in bottega?

No, io entravo salutariamente e vedevo sempre pieno di gente. Passavo di là, salutavo: “Ciao zio”, e manco lo chiamavo papà. Questo perché non lo potevo sapere, magari venivano le donne e ci provavano con lui, non volevo far vedere che io ero suo figlio. Ambè, mio padre era un donnaiolo.  Era un tipo, tant’è vero che  lo chiamavano Pietro er Matto, perché portava i capelli tutti all’indietro, moro, con la brillantina Linetti.

È durata poco la bottega di vari oggetti, perché poi mio padre è diventato romano romano. Ha cominciato la trafila al carcere: Rebibbia, e poi pure galera in trasferta. Io all’epoca avevo 18 o 19 anni. E quando lui stava in galera le veci della famiglia le dovevo fare io.

Io, poi, ho avuto una malattia, una semi-paralisi. Tant’è vero che sono diciannove anni che ho rimesso piede fuori dal Forlanini e non sto più in carrozzella. Ho avuto una semi-paralisi con una flebotrombosi che mi ha preso a metà e mi aveva paralizzato le gambe. Tutto questo mi è successo quando avevo 33 anni. Sono stato la bellezza di quindici anni tra ospedale e paraplegia in consulto.

E come ti è successo tutto questo?

Perché andavo in moto e sono caduto. Allora andava il Kawasaki, me l’ero fatto prestare per andare a fare il bello con le donne e me sò fatto un volo!

Che ricordi hai, invece di tua mamma, qual era il suo ruolo all’interno della famiglia?

Lei lavorava ed era “il capofamiglia”:  faceva le faccende in casa, c’aveva il compito dell’amministrazione, insomma era il punto fermo della famiglia. Ha fatto diversi lavori. Era abbastanza brava, come persona sveglia e istintiva, un pepe come donna. Se è morta non lo so, io ho abbandonato tutto e me ne sono andato per strada, a causa di una crisi di cervello.

Com’era il tuo rapporto con le donne, da giovane, hai avuto qualche amore particolare?

Io ho avuto un minestrone di donne, però a me è sempre piaciuta la ragazza semplice, acqua e sapone.

Ed una donna che ti è rimasta impressa?

Il mio primo amore è stata mia moglie, Teresa. Stavo a ballà mi sento una botta da dietro e dico “e che è?”, mi giro “buum”: andava in ballo a gambe svelte. Siccome lei era figlia di contadini ballava come i tacchini, io mi so’ messo a ridere e m’è arrivato un calcio. Da lì, però, gli sò entrato in simpatia. Lei l’ho conosciuta a 24 anni, prima del mio incidente. Era più vecchia di me, però sai, come si dice, quando una è ben emancipata trova il ganzo e lo vorrebbe spennare, invece “sto ganzo” l’ha trovato alla rovescia.

E com’è andata poi la storia d’amore?

Lei si era fidanzata con me, ma stava anche insieme ad un altro, poi quando me la sono sposata ‘sta relazione continuava. Da lì ho cominciato ad avere “le noie”, perché sai giovane, “capezza” (ndr. Nel dialetto romanesco si usa chimare così la catenina di oro indossata al collo), ero un ragazzo piacente. Occhiali da sole, tuta da ginnastica di quelle che si apre sportiva, un anello di quattrocento mila lire: stavo benino insomma, e così ho iniziato a rigare un po’ storto. Un giorno avevo progetto che sarei andato a prendere lei per andare a ballare e invece te vedo sul balcone il suo spasimante, un vecchio di 56 anni. Appena l’ho visto volevo menargli per sistemare la situazione. Manco sono arrivato, sulla scala uno dei fratelli di mia moglie mi ha detto “fermo, tu non c’entri più niente!”. “Ah, gli ho risposto, è così: e che mi sò sposato, per la gloria?”, così gli ho detto “lo sai che c’è, me ne vado, me ne vado a ballare e chi s’è visto s’è visto”. È iniziato così un altro periodo, una ne lasciavo un’altra ne pigliavo, le consumavo come gli asciugamani. Le donne mi servivano per fare scena: mi facevo dare le loro scarpe e le usavo come coppa per bere lo champagne.

All’epoca sono stato con Lola Falana, come amica, con Roberta Stoppa: le ho conosciute perché c’era un certo feeling con Peppino De Capri. Lavoravo anche sui set della cinematografia.

Che cosa facevi in questo settore?

Ho prestato il volto e la voce agli attori stranieri. Facevo attività di doppiatore. Ma facevo anche altro, a Cinecittà, comparsa, stunt man…

E poi com’è finita la storia con Teresa, tua moglie, non l’hai più sentita?

Ci siamo rivisti. La volevo riconquistare con un anello molto costoso, che avevo rubato. Mi aveva preso anche la polizia, ma alla fine mi hanno rilasciato per riconosciuta insufficienza mentale.

Con Teresa, invece, dovevamo rimanere insieme per amor dei figli.

Quanti figli hai?

Due, stanno a Roma, ma io non so che fine hanno fatto. Non intendo intromettermi nella vita loro, perché un padre che ha fatto le masclazonate in un certo modo e non si può intromettere nella vita dei figli. “si ta passi bene buon per te, si ta passi male è sempre buon per te”. Il 50 % della colpa è la mia. Grazie a Dio i miei figli non si sono rovinati, tutt’apposto, anche se non so dove stanno.

Quando li ho lasciati stavano in collegio, internati lì fino al 18esimo anno di età. Una volta mi sono andato a far vedere.

Ero uscito dall’ospedale, ero secco “allampanato”, stavo male. Camminavo perché vedevo cammina’ l’altri. Andai al collegio con un coltellino piccolo. La madre superiora non mi voleva fare vedere i miei figli, così le ho puntato il coltello al collo. Prima avevo tagliato i fili del telefono. L’altra suora che stava in custodia con i ragazzini aveva il telefono nello studio è salita ed ha chiamato con il direttivo la centrale. Quando sono arrivati quelli della centrale di Nettuno, ne conoscevo un paio che mi hanno fatto vedere i miei figli. Quando mi hanno visto i ragazzi sono rimasti stupiti, io quasi non li riconoscevo. Chiamo il maschio “Anacleto!” lui mi guarda  e mi dice “ha detto mamma che non devi venirmi più neanche a trovare”. Io: “Ahmbè. Mo a suora l’ho presa per la gola, a tua madre la piglio per culo, vedi un po’ che dobbiamo fa”. Gli ho spiegato che quando avranno avuto la maggiore età potevano uscire. Lui mi ha detto che all’uscita sarebbero stati con la mamma. Me ne sono andato così, molto arrabbiato. E da lì ho cominciato a bere e facevo un po’ di risse nei locali.

E Teresa?

Con lei avevamo iniziato le pratiche di divorzio. Io ero un po’ freddo di natura, calcolatore, il giorno stavo con lei e la notte mi piaceva andare in giro. Teresa mi diceva che ero troppo mammone e che credevo alle favole. Abitavamo insieme dalle parti di Lunghezza, prima invece stavamo a Pomezia. Poi Teresa si è ammalata di tumore alla mammella sinistra, l’ho accudita per un po’ di tempo ma poi è morta.

Perché tu facevi il duro?

Era la vita che avevo che mi faceva comportare così, un po’ duro, un po’ scontroso. Mi adeguavo al contesto in cui mi trovavo.

E se tu rincontrassi i tuoi figli, cosa vorresti dire loro?

E… dipende da come mi dice la testa in quel momento. Comunque certo che lo vorrei rivedere. Questo è il bello della diretta.

E poi cos’è successo, quando hai lasciato la casa?

Me ne sono andato da casa di mio fratello e sono andato alla stazione Termini. Lui aveva un’altra situazione, tale per cui dovevo andarmene. Dormivo, mogio mogio, in stazione.

Mi è toccato un po’ di fare esperienza di strada. Mi ero dato anche all’alcool, ma non ero mai nè violento nè fastidioso. Alle prime luci dell’alba “zompavo in piedi”. Avevo 47 anni quando ho iniziato a vivere per strada. Sono rimasto molto legato a mio fratello.

Che consiglio vorresti dare sul tema Roma Sociale?

In primo luogo “largo ai giovani”. Bisogna trovare la giusta via di mezzo per risolvere i problemi, ossia dare lauta disposizione a tutto, per poi piano piano regredire.