DUE PAROLE CON ALESSANDRO

Shaker, Pensieri senza dimora

Presidente della cooperativa sociale Europe Consulting, è il fondatore dell’Help Center di Roma Termini e del Centro Binario 95. Ideatore dell’Oss ervatorio Nazionale sul disagio e la solidarietà nelle stazioni italiane (ONDS) in questi undici anni, assieme a Ferrovie dello Stato Italiane, ha fatto crescere una rete che oggi conta 15 centri aiuto nelle principali stazioni italiane e intercetta ogni anno 26.000 persone, rispondendo a circa 170.000 richieste di assistenza. Nel giornale “Shaker, Pensieri senza dimora”, di cui è direttore, cura la rubrica “Storie”, in cui intervista una delle persone accolte dal centro. Questa volta però sono stati gli ospiti a voler intervistare lui.

 

La redazione di Shaker

 

Buongiorno, presidente. In cosa consiste oggi il suo lavoro all’interno della cooperativa?

Con la mia attività di imprenditore sociale, cerco di mettere al servizio le mie capacità e quelle delle persone che lavorano con me per tentare di rendere la nostra città e il nostro Paese migliori. Ma oltre il ruolo, c’è una persona come voi, che ha creduto nei suoi sogni e con l’aiuto di Dio è riuscito a concretizzarne qualcuno.

Perché imprenditore e non operatore sociale o volontario?

Perché la nostra è una cooperativa sociale, un’impresa dove lavorano quasi cinquanta persone: una cosa diversa dal volontariato. La cooperativa deve cercare di garantire a tutti lavoro e uno stipendio alla fine del mese: questa è la parte dell’imprenditore. La parte sociale, invece, deriva dal fatto che le nostre azioni sono tutte orientate al benessere della collettività.

Come è iniziata la storia dell’Help Center di Roma Termini?

Per dieci anni, dall’inizio dell’università, dove studiavo matematica astronomica, sono venuto come volontario a Termini tutti i venerdì sera; portavamo cibo e coperte, ma soprattutto incontravamo le persone e ci parlavamo, come fanno tanti volontari ogni giorno. Quando tornavo a casa, però, pur essendo contento di avere aiutato, mi pareva di non aver fatto davvero tutto quello che potevo. Dopo essere stato tre anni al CNR come ricercatore, trovai un posto come informatico in una società che lavorava in Telecom Italia. Ma neanche quello era il posto giusto. Avevo fatto un anno di servizio civile in una cooperativa di ragazzi disabili, i Ladri di Carrozzelle, socia del consorzio Solco. Chiamai dunque il presidente del Consorzio, chiedendo se ci fosse un posto libero per me. Rimase sorpreso, conoscendo il mio percorso di studi, ma casualmente, proprio in quei giorni, il Solco stava avviando, per il Giubileo del 2000, un progetto con 250 giovani in servizio civile per l’accoglienza dei pellegrini proprio alla Stazione Termini, il “Termini Welcome Staff”. Era la mia stazione e quello era il progetto che mi stava aspettando proprio dietro l’angolo, senza che lo sapessi. Il giorno dopo avevo cambiato ufficio. Lo devo ancora ringraziare per la fiducia che ha avuto in me!

Così iniziò questa avventura. Proprio sul binario uno della stazione, si trovava il nostro ufficio di coordinamento. Sostanzialmente il nostro compito era quello di “risolvere problemi”. Così, finito il Giubileo, essendosi creato un ottimo rapporto con le Ferrovie, proposi al dirigente del neonato settore Politiche Sociali, Amedeo Piva (già Assessore alle politiche sociali del Comune di Roma), di organizzare e strutturare l’aiuto a chi ha davvero bisogno.

Subito mantenemmo solo l’uso dei locali, per mettere in piedi uno sportello per orientare le persone in difficoltà ai servizi del territorio. Con un finanziamento del Piano Nazionale Asilo iniziammo a dare assistenza ai rifugiati che transitavano in stazione. Dopo un anno di sperimentazione, il 12 dicembre del 2002, grazie a un piccolo finanziamento di Comune di Roma e Ferrovie dello Stato Italiane, quell’ufficio venne aperto al pubblico con il nome di “Help Center” e affidato alla Europe Consulting Onlus, di cui venni subito eletto presidente. Ecco qua!

Caspita che storia!

Com’era la stazione Termini dieci anni fa?

L’Help Center è nato subito dopo la ristrutturazione della stazione. Prima Termini era un luogo affascinante, da un certo punto di vista, ma l’atmosfera era tra il cupo e il futurista, alla Blade Runner per capirci! Era un mondo altro rispetto alla città, anche molto più pericoloso di adesso.

Recentemente sono andato in Polonia per promuovere delle iniziative sul sociale ed ho rivisto nella stazione di Varsavia la stessa atmosfera della Termini di quindici anni fa. Oggi, grazie anche alla presenza di servizi, dei negozi, degli addetti di FS, Termini è certamente uno spazio più vivibile e dignitoso; anzi, direi proprio un bello spazio; io amo questa stazione.

Come vivevano a quei tempi le persone senza dimora e a chi si rivolgevano?

Ovviamente c’erano i servizi sociali del Comune, anche se forse oggi sono più evoluti, e le organizzazioni di volontariato che distribuivano i panini, come oggi. Si collaborava con un servizio del Comune che si chiamava SPIS, Servizio di Pronto Intervento Sociale, l’antenato della SOS, la Sala Operativa Sociale, strutturata solo nel 2002. In stazione c’era meno coordinamento di oggi, gli interventi erano più improvvisati. Al di là di grosse realtà come

Caritas e S. Egidio, era un po’ tutto affidato alla disponibilità del volontario.

Qual è oggi il ruolo dell’Help Center in stazione?

L’avvento dell’Help Center ha provato la necessità di un’attenzione particolare al sociale in luoghi cardine delle città metropolitane come le stazioni. È stato un passaggio molto importante, perché prima si considerava il senza dimora solo come un problema. L’Help Center ha mostrato a tutti gli operatori di stazione la “persona” con una complessità di vissuto spesso molto grave, da gestire o orientare verso una soluzione condivisa.

Oggi c’è una rete di collaborazione che struttura gli interventi, una sinergia tra le istituzioni il privato e il Terzo Settore, e questa è la cosa più importante. Le Pubbliche Amministrazioni (Comune, Provincia e Regione) pagano gli operatori che gestiscono i servizi e le Ferrovie mettono a disposizione gli spazi e collaborano alla soluzione dei problemi. Così si esprime la responsabilità sociale di FSI: oltre alla mission principale far viaggiare bene i treni, l’azienda tiene conto anche di altri “clienti” della città-stazione, i quali, per un motivo o per un altro, la utilizzano come luogo di transito a lungo termine, quando non di sosta permanente.

Quante persone si rivolgono all’Help Center della Stazione Termini di Roma?

Sin dal primo giorno, abbiamo cominciato a “contare” il lavoro che facevamo. Oggi il sistema informatico ANThology, che abbiamo realizzato, offre l’opportunità a tutti i centri della rete ONDS di essere connessi tra di loro e di quantificare in tempo reale le persone che si rivolgono ai servizi. Questa rete si sta espandendo anche in diverse altre realtà sociali italiane. Da quando abbiamo aperto ad oggi, le richieste all’Help Center di Roma sono state più di 160.000 per un totale di circa 18.688 utenti presi in carico. Solo a Roma sono circa 8.000 le persone che vivono in strada: i dati mostrano che gran parte di loro prendono la stazione come punto di riferimento per “ripartire”. Per questo è importante che proprio lì dove il disagio si concentra ci sia un posto che orienti ai servizi del territorio. Il punto è che la ricettività dei territori è molto bassa. A Roma, per esempio, i posti di accoglienza per le persone senza dimora messi a disposizione dal Comune arrivano a un migliaio durante il periodo freddo dell’anno; il gap tra 8000 e 1000 è davvero spaventoso e, senza una casa da cui ripartire, è difficile rimettersi in gioco.

Ci puoi fare l’esempio di una storia di una persona seguita dal sevizio in stazione che ti è rimasta particolarmente nel cuore?

Le storie… quante storie! Ma se parliamo di cuore non posso dimenticare il mio caro Antonio, il “Che Guevara di Roma Termini” (vedi Shaker 7). Fu una delle prime persone che entrò all’Help Center. Ricordo che venne anche alla conferenza stampa d’inaugurazione del centro nel 2002: c’erano rappresentanti istituzionali, politici, giornalisti, amministratori delegati. Lui si sedette tra di loro come fosse il padrone di casa, ringraziò per la presenza, ribadì che era lui ad accogliere loro e non viceversa e se ne andò. Uno spettacolo! Aveva la capacità di uscirsene con frasi così semplici e così spiazzanti in momenti particolarmente critici, che ti lasciava senza parole. Veniva tutti i giorni a trovarci, era la nostra sentinella sui binari: se accadeva qualcosa in stazione o trovava qualcuno che aveva bisogno di aiuto, ci chiamava subito. Se n’è andato due anni fa, ma negli ultimi giorni si è rimesso in pace con il mondo e con la sua famiglia durante quello che credo sia stato uno dei periodi emotivamente più intensi della sua vita.

Da dove è nata l’idea di creare una rete di sportelli di orientamento in tutta Italia?

Quando è nato l’Help Center, ci siamo chiesti se in altri luoghi d’Italia ci fossero esperienze analoghe. Le abbiamo trovate e abbiamo pensato di metterle insieme, proponendo a Ferrovie, insieme all’ANCI, di creare una rete e istituire l’Osservatorio Nazionale per il Disagio e la Solidarietà nelle stazioni [www.onds.it]. Oggi gli Help Center sono 15, ognuno gestito da un’organizzazione locale diversa: un risultato per cui è stato necessario “favorire il cambiamento”, fare cultura, fornire informazione attorno ai senza dimora e indirizzare la comunicazione proprio verso coloro che

sono in genere lontani da questa realtà; un po’ come facciamo noi con Shaker e i nostri laboratori: creiamo ponti… o meglio binari su cui viaggiano treni di consapevolezza e di dignità.

A proposito di binari, com’è nato, invece, il Binario 95?

Incontrando le persone all’Help Center, ci siamo resi conto che occorreva, nei pressi della stazione, un luogo dove poterle accogliere per accompagnarle lontano dalla strada. Ma questa è un’altra storia…