NOI E LA STAZIONE

Shaker, Pensieri senza dimora

Intervista a Fabrizio Torella, responsabile Politiche Sociali e rapporti con le Associazioni di Ferrovie dello Stato Italiane spa.

 

Fabrizio Torella, Ferrovie dello Stato Italiane

 

La stazione è un punto di incontro: ci sono i treni e i viaggiatori, ci sono le attività commerciali, ma c’è anche chi è in difficoltà, e cerca, in questo luogo, una sorta di protezione. Cosa rappresenta la stazione per una persona senza dimora?

Penso che in partenza rappresenta un rifugio, perché sono pochi i luoghi nella città che restano sempre aperti e, quindi, per uno che si trova in momenti di difficoltà, che non sa dove andare, la stazione è un punto di riferimento, un rifugio.

Chi è, secondo lei, la persona senza dimora?

La persona senza dimora è una persona che nella sua vita si è trovata a vivere un momento di difficoltà, senza un chiodo a cui afferrarsi. Bisogna avere un chiodo: basta uno, da lì, poi, si comincia a star su.

Cosa significa per le Ferrovie dello Stato italiane attuare delle politiche sociali?

Significa affrontare temi e problemi con attenzione e con rispetto. Per Ferrovie dello Stato Italiane il rapporto tra dipendenti dell’azienda, ed in particolar modo i ferrovieri, ed il passeggero è diretto. Questo servizio diffuso su tutto il territorio, caratterizzato da contatti fra tante persone, fa sì che le Ferrovie siano sempre state un servizio dal volto umano. Al momento “politiche sociali” significa far sì che questa anima sociale sia anche un’anima concreta che riesca a dare delle risposte.

Quali le politiche sociali del Gruppo FS e quali gli interventi messi in atto per venire incontro al fenomeno dell’homelessness?

Si è trattato di prendere in seria considerazione questa realtà, che, se non gestita bene, crea disagio. La presenza di persone senza dimora in stazione crea difficoltà soprattutto in rapporto ai passeggeri. È stato quindi affrontato questo problema mettendo in moto delle vere e proprie politiche sociali all’interno della stazione. Questo ha significato, concretamente, portare l’assessore alle politiche sociali, che è colui che rappresenta l’obbligo della Pubblica Amministrazione di attenzione ai cittadini in difficoltà, all’interno della stazione. Ecco, con gli Help Center la nostra azienda ha favorito questo percorso.

Cosa rappresentano gli Help Center all’interno delle stazioni ferroviarie?

Rappresentano la presenza della Pubblica Amministrazione, quindi la presenza della solidarietà della città all’interno della stazione.

Facendo riferimento all’Help Center di Roma, ha qualche particolare ricordo legato allo sportello di orientamento della Stazione Termini?   

Il ricordo va a Che Guevara, se devo pensare all’Help Center, perché è stata la prima persona che, tanti anni fa, ho incontrato lì, alla Stazione Termini.

Quali sono le difficoltà che avete incontrato negli anni per far convivere tutte queste realtà all’interno delle stazioni ferroviarie?

La difficoltà principale è la gestione di alcune delle persone senza dimora, in particolar modo con coloro che hanno problemi a livello psichiatrico, e con i quali  diventa difficile dialogare. Ma è anche difficile far capire ai passeggeri la posizione aziendale e che per queste persone occorrono tempi e modalità che sono più lunghi e più complessi.

Come si conciliano solidarietà e sicurezza? A volte vediamo delle scene toccanti: le forze dell’ordine, che, ad esempio, scacciano in malo modo alcune di queste persone dalla stazione. Si potrebbe richiedere una maggiore concertazione tra servizi sociali, vigilanza e forze dell’ordine?

Condivido completamente. Penso che il nostro ruolo è quello di far sì che tutti concorrano allo stesso obiettivo. Il che non significa che non sia utile la presenza delle forze dell’ordine, ma anche che non si può chiedere loro di diventare assistenti sociali. Vigilanza e forze dell’ordine devono essere la sicurezza presente nella stazione. Al loro fianco ci sono operatori e assistenti sociali dell’Help Center, che sanno gestire queste situazioni dal punto di vista sociale. Ad ognuno il proprio ruolo.

Quale augurio vuol fare agli Help Center di tutta Italia?  

Di non perdere l’entusiasmo che hanno acquisito, che non diventi mai routine il loro lavoro. Perché, se gli Help Center dovessero diventare lavoro routinario, varrebbe la pena chiuderli e riaprirli da un’altra parte, perché non servirebbero più a niente.

E quali sono le prospettive che potrebbero esserci per un allargamento della rete degli Help Center? 

Per alcuni versi, si potrebbero intravedere in futuro ancora più Help Center. L’aumento della povertà porta le stazioni ad essere viste maggiormente come un riferimento per le persone che si trovano in grande difficoltà. Il rischio per gli Help Center, come dicevo, è di eseguire un lavoro di routine. Il lavoro che è stato fatto fino a questo momento è stato scoprire dei punti di sperimentazione innovativa, nel tentativo di aprirci alle esperienze degli altri paesi, fare iniziative vivaci e che ridanno fiducia alle persone. Se ad un certo punto, invece, aumenta troppo la pressione della povertà e del disagio che arriva nelle stazioni, il rischio è che si debba gestire solo l’emergenza senza lasciare spazio ad innovazioni. Sarebbe, in questo caso, veramente difficile, anche per gli Help Center, dare vie d’uscita. Gestirebbero esclusivamente l’emergenza: questo sarebbe un grande impoverimento.

Dottor Torella, ci vuole riportare il suo ricordo personale dell’Help Center della Stazione Termini? 

Ricordo la prima volta che ho conosciuto Che Guevara. All’epoca, per FS, lavoravo per una struttura che si occupava di politiche economiche e sociali. In effetti la nostra attenzione era focalizzata maggiormente sui tanti problemi economici, microimprese, start up di imprese giovanili. Ma il sociale vero, che è quello del disagio nelle stazioni, non veniva affrontato. Oggi, dopo tanti anni, abbiamo invertito la tendenza, occupandoci di questi temi in maniera molto attiva. Il mio primo “bagno” nel sociale vero fu questo approccio con il Che Guevara della Stazione Termini.

Che anno era?

Era il 2002. Noi, come struttura, siamo nati nel 2001. Era proprio agli inizi, era la prima volta che mettevamo piede in stazione per occuparci del disagio sociale. Ed è stato lì che ho conosciuto Antonio, detto Che Guevara. Se devo dire la verità, ho trovato una persona inaspettata. Lì per lì, la soggezione di stringere la mano a un disagiato, a “un barbone”… Mah, insomma! Mi chiedevo chi fossero queste persone, avendo un po’ di pregiudizi portati dalla nostra società. E poi invece scopri una persona che è tutt’altra cosa, anche se indubbiamente caratterizzata da una complessità di vita e di comportamento. Antonio era un po’ l’emblema di quelle che sono le tante situazioni di contraddizione che si vivono nelle stazioni. Una persona che aveva una grande umanità, ma che aveva rotto il legame con la famiglia. Un po’ il percorso che fanno tutti i senza dimora che abbiamo conosciuto e, in questi anni di maggiore attività nelle stazioni, ho anche apprezzato la loro complessità esistenziale. Questo ha rafforzato la nostra voglia di prendere in mano questa situazione e di cercare, con tutte queste persone, di trovare degli sbocchi che portino al reinserimento sociale. È un grande risultato per noi quando sentiamo dire che ci sono delle persone che si sono reinserite, anche grazie al centro Binario 95, e che si sono rimesse in gioco con delle nuove iniziative. In effetti, grazie a queste iniziative, persone prima disagiate hanno fra di loro ricostruito un tessuto di convivenza, che spesso ha portato a riallacciare i rapporti con le famiglie. Io sono contento di fare questo lavoro perché poi misuri tangibilmente quelle che sono le tue attività con i benefici che dai alle persone.