Andrea era un pescatore, ed oggi è uno degli ospiti della comunità terapeutica San Carlo di Castel Gandolfo. Ha sessanta anni e sono sei mesi che frequenta il gruppo di recupero per giocatori patologici, da quando ha capito di non poter riuscire, da solo, a curare la sua dipendenza dalle slot machine. Secondo lui quella da gioco d’azzardo è la più forte delle dipendenze, più difficile da combattere anche rispetto alle droghe.

Andrea, parlaci della tua famiglia.

Sono nato il 6 marzo del 1954 a Lampedusa, l’isola più bella del mondo. Vengo da una famiglia di pescatori, tutti capitani: mio nonno possedeva le barche ed anche papà è sempre stato per mare a capo di barche da pesca; si è sposato giovanissimo, a 18 anni. Noi eravamo sette fratelli: cinque maschi e due femmine.

Che immagini ricordi di quando eri un bambino a Lampedusa?

Mi rivedo come un negretto africano che nudo cammina per le strade dell’isola… Tra i ricordi più belli che ho impressi nella mente ci sono quelli di quando nostro fratello maggiore Paolo, per insegnarci a nuotare ci buttava in acqua dove il mare era più profondo. Quando toccò a me avevo quattro anni, l’acqua era gelida ed io iniziai ad annaspare come un cagnolino con una fifa che mi  si portava, ma dopo poco avevo già preso confidenza. Mi lasciai galleggiare un po’ e poi iniziai a dare le prime bracciate, così ho imparato a nuotare. A Lampedusa c’erano circa cinquemila abitanti, ma d’inverno rimanevamo noi bambini con le mamme e i vecchi; i giovani andavano tutti per mare. E allora, mi ricordo, per imitare i nostri genitori giocavamo a costruire le barche: quelle piccole con i barattoli di conserva mentre i barconi più grandi con i bidoni dell’olio da cento litri. Il gioco era portare queste barche a rimorchio, così noi ci mettevamo sopra delle alghe che rappresentavano il pescato. Volevamo imitare i nostri genitori. All’epoca c’erano parecchie Lampare che ritornavano dal mare così piene di pesci che sembrava stesse per entrare l’acqua a bordo. Era una gioia vederle arrivare, uno spettacolo che ci colpiva ed entusiasmava. Pescavano principalmente gli sgombri. Lampedusa era famosa per la lavorazione dello sgombro e lo è ancora oggi.  All’età di circa sette anni invece, già andavamo a pescare davvero, con le fiocine, sott’acqua. Quanti pesci c’erano a quei tempi!  Ma anche seppie, polpi… prendevamo tutto quello che capitava a tiro. Ora purtroppo Paolo se ne è andato, è morto, e così il nostro fratello più piccolo. Siamo rimasti in cinque.

In cosa consisteva nello specifico il lavoro di tuo padre?

Papà lavorava per due armatori di Palermo, due fratelli, che avevano una flotta di quattro o cinque barche grandi, di ferro. A quei tempi si guadagnava bene con la pesca, c’era di tutto, merluzzi, calamari, dentici, palombi. Pescavano, selezionavano il pesce e lo congelavano “al minuto”, e finché la barca non era piena non tornavano. I primi tempi che i mari da quelle parti erano diciamo vergini, con solo tre mesi riuscivano a fare il carico e poiché si lavorava “alla parte”, i marinai guadagnavano bene. Le acque di Lampedusa prima erano piene piene di pesce. Venivano qui a pescare con le flotte da Ancona, da Bari, da San Benedetto del Tronto. Ma noi avevamo rispetto del mare, selezionavamo il pesce e quello troppo piccolo lo buttavamo in mare, altri invece prendevano qualsiasi cosa, senza scrupoli. Poi sono arrivati i giapponesi e i russi che all’epoca stavano molto più avanti di noi: avevano le navi-fattoria dove c’erano vere e proprie famiglie che ci vivevano sopra. Prendevano il pesce e lo lavoravano direttamente sulla barca, senza buttare a mare niente. Gli scarti li tritavano e ci facevano la farina. Alla fine leva, leva, leva non si dava tempo al pesce di ripopolarsi e così le hanno disastrate quelle acque. Anche qui nel nel Tirreno adesso succede la stessa cosa: prima c’erano dei motori di piccola cilindrata, camminavano con 200 cavalli; adesso ne servono almeno 700 per stare al passo con gli altri. Se prima un tratto di mare lo coprivi con tre o quattro ore adesso lo fai con un’ora, un’ora e mezzo. E così La pesca che si faceva quaranta anni fa, non è più la stessa. Prima si riuscivano a prendere fino a 100 casse di pesce, adesso è tanto se se ne riescono a prendere 10, 15, massimo 20. Insomma, col tempo papà ha dovuto andare a pescare lontano, nell’Atlantico: Spagna, Marocco, fuori Casablanca e così iniziai a vederlo poco. A quei tempi i viaggi eerano lunghi, non c’erano gli aerei e così capitava che tornasse a casa anche una sola volta durante l’anno.  Avevo 9 anni quando papà ci disse che per esigenze lavorative ci saremmo dovuti trasferire ad Anzio.  E così abbiamo lasciato la nostra bella isola.

Che istruzione hai avuto, hai frequentato le scuole ?

Ho il titolo della terza media e da esterno ho preso l’idoneità al quarto anno di geometra. Ma la vera scuola l’ho fatta a bordo: ti imbarchi come mozzo e piano piano impari i segreti del mestiere. Quando ho compiuto 18 anni papà ha comprato una barca nostra e così ho cominciato anche io a lavorare con lui; ero l’armatore, mi occupavo dei viveri e dei materiali per la pesca, che andavo a comprare anche in altre città per trovare i prezzi migliori. Ho sempre lavorato con le barche di famiglia finché è stato vivo papà.

Hai un buon ricordo di lui?

Certo! Tutti hanno un buon ricordo di lui, anche nei porti, le persone più anziane ovviamente, lo ricordano! Era un uomo che non fumava, non beveva caffè, non prendeva alcool, un uomo in gamba. La ditta dove stava lui aveva cinque barche da pesca. Erano barche grandi, ognuna con quaranta persone a bordo e l’armatore, qualsiasi cosa dovesse fare, chiamava sempre mio padre e lui, dovunque si trovasse, anche in mezzo all’Atlantico, chiamava Lampedusa e gli preparavano i marinai, le barche, tutto quanto insomma… potevi contarci, non si fermava mai.  Poi  quando è andato in pensione a 60 anni, ce lo siamo ritrovato a casa e anche lì… ha continuato a comandare, come faceva a bordo! Così dava ordini a tutti quanti, a bacchetta. Era un uomo straordinario. Bastava che ti guardasse e capiva che problema avevi. Eravamo una famiglia unita e lo siamo  tutt’ora, fratelli e sorelle mi sostengono ancora oggi. In particolare diciamo che io sono stato sempre un po’ il coccolo di tutti.

Cosa è successo quando è morto tuo padre?

Mio padre se ne è andato nel 2004, e fino al 2005-2006 ho tenuto una  barchetta per conto mio con cui andavo a pesca, ad Anzio. Poi… diciamo che so’ diventato vedovo… non nel senso letterale del termine, ma io e mia moglie ci siamo lasciati, anzi lei mi ha lasciato. Ho sofferto come un cane per questo avvenimento. Chiaramente, le colpe erano mie perché magari non mi rendevo conto dei suoi bisogni…  solo in quel momento ho scoperto davvero che lei era la persona più importante che potessi avere. Abbiamo avuto due figli, uno che adesso ha 35 anni e l’altro 26. Probabilmente proprio il fatto che andassi sempre a giocare invece di stare con lei, ha influito sulla separazione. Lei era contraria al fatto che io giocassi, anche se bene o male i soldi li portavo a casa sempre…

Come è entrato il gioco nella tua vita?

Ho cominciato a giocare intorno ai 25 anni, in una bisca ad Anzio. Quando lavoravo i soldi non mi mancavano e così non mi pesava andarmi ad “affacciare” in bisca: la preferivo al bar. Giocavo a carte, principalmente a Zecchinetta e Chemin de fer; sono giochi popolari che ti prendono peggio del poker, dove è tutta fortuna e la bravura c’entra poco o nulla. L’unica abilità se c’è è quella di barare nel mischiare le carte, in modo che poi ti possano capitare quelle giuste. In questo in genere il banco fa da padrone e così alla fine chi vince è sempre la casa. L’unica destrezza che devi avere, se sei una persona un po’ sveglia, è quella di accorgerti che stanno facendo un imbroglio e quindi levargli le carte dalle mani per non fargli alzare il mazzo.

Come funziona l’ingresso nelle bische?

Ci può andare chiunque, ma devi essere sempre accompagnato, oppure conosciuto da qualcuno che sta già dentro. C’è sempre la paura di infiltrazioni (ndr. di poliziotti)

Cosa ti piaceva dell’andare in bisca?

Mah, che potessi vincere, quello era la prima cosa. Magari all’inizio ci credi pure, ma poi dopo le prime volte ti accorgi che alla fine perdi sempre. A carte non si vince quasi mai; se vinci oggi stai certo che  domani perdi e dopodomani pure. Io ero uno che magari si manteneva un po’, diciamo sulle tre quattrocento mila lire a botta, ma dentro si perdevano i milioni. Comunque il gioco con le carte, sì, mi prendeva, ma riuscivo a controllarlo, a equilibrarlo. Il problema maggiore è nato invece quando c’è stata la separazione e ho iniziato a giocare alle slot machines: lì è stata la mia dannazione, non sono più riuscito a fermarmi. Mi trovai a vivere da solo perché dei miei due figli uno era sposato e l’altro viveva con la madre. Non avevo nessuno con me, per cui non mi sentivo più alcuna responsabilità. Inoltre nessuno mi controllava e quindi potevo fare quello che volevo, senza dare conto a niente e nessuno. Ma le macchinette sono peggio della droga. E’ stato quello. Giocare occupava il mio tempo, giocare mi aiutava a non pensare. Da quando mi sono lasciato con mia moglie ho perso ogni controllo e negli ultimi quindici anni mi sono lasciato andare parecchio, facendo anche uso di cocaina. E quando stavo sotto effetto della sostanza giocavo ancora di più, ci restavo appiccicato a quelle macchinette. Poi paradossalmente dalla cocaina sono riuscito a staccarmi, da solo con la forza di volontà; sono cinque anni ormai che non ne faccio più uso, mi ritrovo invece ancora in faccia alle macchinette, come un deficiente. È una cosa più forte di me. Questo è il motivo per cui sono qui in comunità.

Hai mai provato a chiederti cosa è che ti attira in una Slot?

Quello che mi attira non lo so. Se inizio a mettere 1 euro dentro la macchinetta e in tasca ne ho 500, stai tranquillo che ce li metto tutti. Se li finisco vado a casa e ne prendo altri per andarli a giocare; se poi finisco i soldi a casa vado a prenderli al bancomat e torno a giocare. Consapevole, dopo averci messo 400, 500 o 1000 euro che non riuscirò mai a recuperarli, anche perché so benissimo che il 70% finisce alla macchinetta e il 30 % al giocatore. Ma stupidamente in fondo a me spero sempre di arrivare al momento cui la macchina sia carica, di poter prendere io il bonus e vincere.

Quanto ti è capitato di vincere ad una slot?

Mah, pure 700-800 euro tutto in un botto, però calcola pure che prima ce ne devi buttare  300-400 come minimo, o magari il bonus non arriva mai e allora ce ne metti fino a 700 e poi la macchinetta ti scarica un bonus di 300 euro, per esempio. A quel punto pensi che ce ne devi rimettere 300 per cercare di recuperare e poi magari ne riprendi solo 100… insomma, stai sempre a riempire la macchinetta e ricaricarla sperando che prima o poi si scarichi e ti faccia guadagnare su quello che hai messo… ma perdi sempre non c’è nulla da fare, eppure continui a giocare nonostante tu sappia che continuerai a perdere…

Qual è la cifra più alta che hai buttato dentro una macchinetta?

In quelle a monete ci ho messo pure 1000-1500 euro. Sono capitato nei bar che magari a mezzanotte chiudevano e riaprivano il mattino alle cinque, ebbene andavo a casa, mi sputavo in faccia allo specchio perché avevo buttato tutti quei soldi e alle quattro di mattina ero di nuovo davanti al bar con un’ansia che me se magnava, ad aspettare che aprisse per continuare a giocare. E se il gestore ritardava di cinque minuti  me ce ‘ncazzavo pure e lo pijavo de petto: “Ao! Che m’hai preso in giro, avevi detto alle cinque!”

Storia Andrea 1Era più forte di me, più forte della droga, e te lo dico per esperienza.  Quando sniffavo e non avevo la cocaina non correvo, non impazzivo per andare a cercarla. Invece quando finivo i soldi per giocare, ero capace di andare a chiederli a qualsiasi persona in mezzo alla strada pur di tornare a quella macchinetta infernale e infilarceli dentro. Le macchinette sono la peggior droga, incontrollabile. In tutti i bar che ho frequentato ho visto delle scene terribili a ripensarci! Tipo una mamma che mentre tiene per mano la figlia continua a mettere soldi dentro la macchinetta. La ragazzina la chiama più volte: “Mamma! Mamma! Andiamo via!”, ma lei continua a giocare e come un automa risponde “no, aspetta, aspetta, aspetta”. Questo mostra che è qualcosa di più forte di noi, qualcosa che schiaccia anche i sentimenti più forti.

Ricordo un compagno del nostro gruppo di aiuto ci ha raccontato che una volta mentre stava giocando a una slot è entrata nello stesso bar la figlia e lo ha salutato: “Ciao Papà”. Lui ha risposto: “Ciao”, senza neanche sollevare lo sguardo dallo schermo. Lei si è fermata, si è presa un caffè e se ne è andata. Poi la sera quando è tornato a casa gli ha detto: “Papà, scusa ma… io sono venuta al bar, ti ho salutato sono rimasta lì, e tu mi hai appena detto ciao, senza neanche guardarmi in faccia…” . In quel momento lui si è reso conto di non essersi neanche accorto che lei fosse entrata… ma ti rendi conto a che livelli siamo? In quel caso il mio amico ha detto di essersi fatto talmente schifo da decidere di andare da uno psicologo per essere aiutato. Così ha fatto e il dottore poi lo ha poi mandato qui al CeiS per iniziare il percorso di disintossicazione.

Io pensavo sempre di riuscire a uscirne da solo come avevo fatto con la cocaina. All’epoca, per motivi di salute, avevo pure una pensione di invalidità civile di 300 euro ma appena la ritiravo me la giocavo tutta. Non avendo altri introiti perché ormai avevo smesso di lavorare, a volte restavo anche quindici giorni, un mese senza soldi e senza giocare e allora mi dicevo “vedi, hai smesso…”. Ma non appena arrivava la pensione con una giornata la buttavo tutta dentro le macchinette.

E come campavi?

Eh! Campavo… riuscivo a campare. Tramite amici o andando a mangiare di tanto in tanto da mio figlio, in qualche modo trovavo sempre. Poi stando solo con 50 euro di spesa riuscivo ad andare avanti anche per una ventina di giorni, un mese… insomma, m’arrangiavo.

C’è stato un evento particolare che ti ha fatto rendere conto di avere una dipendenza e che era il caso di dire “basta”?

Mah, più che un evento particolare… mio figlio grande ha quattro figli, quello più piccolo invece non lavora. Io durante quel periodo mi sono anche venduto un terreno che mi hanno pagato in contanti dilazionati mese dopo mese. Ebbene io appena ricevevo i soldi, invece di condividerli con i miei, me li giocavo tutti, tutti! Un giorno mentre giocavo è venuto mio figlio nel bar, io quella mattinata avevo già messo 700 euro dentro la macchinetta e proprio mentre lui entrava stavo giusto scaricando 300 euro di vincita. Giustamente immagino che il ragazzo avrà pensato che io mi stavo giocando tutti ‘sti soldi mentre loro erano senza lavoro… Insomma mi ha detto: “Papà, mi servono un po’ di soldi…”. “E pijateli” gli ho risposto io. Fatto sta che ha allungato una mano e si è preso una manciata di monete dal cestello dove le aveva appena scaricate la macchinetta. Ma mentre li prendeva, insomma, io ho rosicato e pensavo: “Ma guarda questo mi sta a levà i soldi miei che ho appena vinto…”. Poi a mente serena ripensando a quanto  era accaduto e come mi ero sentito mi sono detto: “Ma che cazzo… Butto migliaia di euro in quelle macchinette e mi risento se mio figlio se ne prende cinquanta per campare?”. Insomma, in quei momenti incominci davvero a farti schifo; così come ogni volta che stavo fuori tutta la giornata a giocare al bar e poi tornato a casa la sera, proprio davanti allo specchio mi guardavo e mi dicevo: “Ma io so’ proprio un deficiente! So’ proprio uno scemo!”.

Quindi tu eri consapevole che esistevano questi due momenti, uno del gioco e uno del pentimento; questi due atteggiamenti che vivevi dentro di te. Eppure non riuscivi a farci nulla?

Sì. Sai che ti pentirai, ma la  spinta a giocare è più forte. Vivi una vera e propria sensazione di impotenza perché sei consapevole che andrai lì e non vincerai nulla, però non ce la fai, ci vai lo stesso e i soldi ce li continui a mettere: Te ritrovi lì, in faccia… senza sapere come e perché.

Che bisognerebbe fare per risolvere questo problema  livello generale secondo te?

Secondo me bisognerebbe levarle proprio di torno ‘ste macchinette. Quando mangio io, stai tranquillo che hanno mangiato tutti; ma ci sono padri e madri di famiglia, mamme che stanno lì e si giocano tutti i soldi, mentre a casa non hanno neanche da mangiare per i figli. Ma per me la colpa è dello stato che permette un proliferare incondizionato di queste macchinette, ormai sono ovunque! Manca poco ce le troviamo anche dentro le farmacie. E come fai a non giocare? Magari facessero dei centri specifici, tipo casinò, così la gente che si vuole ammazzare va lì, consapevolmente, e si ammazza; ma non che si ammazzano tutti. La gente già non ha lavoro, non sa come campare, ha quattro soldi eppure l’unica ambizione è quella di trovare dieci euro e metterli là… che poi non sono dieci, perché cominci con dieci e poi ne metti cinquanta e poi cento e alla fine ce li metti tutti! Lo stato dovrebbe prendere provvedimenti, tutelare queste persone ma non lo fa, perché con queste cose ci guadagna, e parecchio. Evidentemente c’ha i suoi interessi, il suo tornaconto. E se non è direttamente lo stato ci sono dei ministri, penso, che dovrebbero tutelare il popolo e invece sfruttano i sogni della povera gente che magari ha l’illusione di andare lì, vincere, e cambiare la propria vita. E invece non solo perde, ma si trova poi invischiata in un vizio da cui non riesce più ad uscire!

Tu hai mai chiesto dei soldi in prestito a qualcuno?

No, io agli strozzini non mi sono mai rivolto perché conosco il mondo dello strozzinaggio dal momento che c’è stato un periodo in cui l’ho fatto pure io e… sinceramente, non mi piaceva. Tanto è vero che all’epoca avevo titoli da incassare per circa 50-60 milioni dati a persone che ne avevano bisogno, ma ho strappato tutto e non ne ho voluto sapere più niente perché mi sono reso conto…

Chi è che veniva a chiederti i soldi?

La gente che veniva…

Perché si rivolgevano a te?         

Mah, a me importava e non importava. C’era magari chi se l’era giocati e nel frattempo doveva portare avanti l’attività e gli servivano.

Come si fa in quei casi? Si fa un accordo scritto o ci si basa sulla parola?

Sulla parola, sui titoli. Io ho i contanti e tu mi dai un assegno, una cambiale.

Quanto ci guadagnavi su ogni prestito?

All’epoca si prendeva il 20% al mese. Se per esempio ti davo 1 milione, mi dovevi portare 200.000 lire ogni mese finché non mi ridavi il milione. Siccome però è una cosa che non è bella, poi ho strappato i titoli della gente, diciamo l’ho regalati insomma, e neanche sono rientrato di tutti i soldi miei che avevo investito. Di quei 50-60 milioni che avevo tirato fuori ne avrò ripresi si e no 15-20. Quando mi sono reso conto che la gente che veniva stava effettivamente morendo di fame… diciamo che ho fatto beneficenza. Comunque non è stato  un bel capitolo della mia vita…

Come hai trovato questa comunità, il CEIS?

Ho mio figlio che fa l’operatore in una comunità ad Anzio e pur essendo consapevole del mio problema non mi ha mai detto niente, ha aspettato che fossi io a prendere la mia decisione, perché con l’esperienza aveva imparato che se la scelta la fanno gli altri per te, difficilmente poi mantieni il punto. Così sono andato da lui e gli ho detto: “Senti, non è possibile questa cosa che la macchinetta è più forte di me”. E lui mi ha detto: “Papà… che vuoi fare?”. Così gli ho chiesto di cercarmi un centro, una comunità dove poter chiedere aiuto. Secondo lui la dipendenza dal gioco era una conseguenza del fatto che ero riuscito a staccarmi dalla cocaina da solo e quindi avevo traslato la dipendenza. Avrò pure traslato la dipendenza, ma questa per me era troppo forte e da solo non ce la facevo proprio a combatterla; sarò pure uscito dalla cocaina ma col gioco davvero non c’era niente da fare. Così insieme abbiamo trovato il CeiS qui a Roma, che io già conoscevo perché prima mio figlio faceva uso di sostanze e quando è entrato in comunità, per stargli dietro e fargli vedere che faceva una cosa buona sono andato con lui. E’ stato in quell’occasione che ho cominciato a non toccare più la cocaina. Sapevo quindi che il CeiS era un centro valido dove davvero ti possono aiutare.

Come è iniziato il tuo percorso in comunità?

Sono stato alla sede di I livello in via Ambrosini più di un mese, andavo la mattina e stavo fino alla sera. Però sentivo di essere ancora in pericolo, cioè avevo la sensazione che da un momento all’altro avrei potuto ricominciare a mettere soldi nelle macchinette. Così l’ho subito riferito all’operatrice e gli ho chiesto di mandarmi in comunità. Loro si sono attivati immediatamente e adesso sono 6 mesi che sto qui a Castel Gandolfo.

Come ti trovi qui? Ti senti in  gabbia?

No, qui c’è la massima libertà, facendo il tuo, quello che ti spetta, non stai in trappola. Io per ora ho il compito del centralino, rispondo al telefono, facciamo i turni con gli altri colleghi. Poi ho una camera dove stiamo in quattro. Fortunatamente ho trovato delle persone ottime con cui ho subito legato; abbiamo un bel rapporto, sono nate anche delle amicizie, proprio ieri c’è stata l’autovalutazione di un ragazzo che dalla prima è passato in seconda.

Quindi ci sono vari livelli?

Sì, ci sono varie fasi. La prima fase è caratteriale, devi far fronte al tuo carattere, a quello che sei. Per i ragazzi che hanno dipendenze diverse dal gioco il programma è più lungo, fanno sei mesi di prima fase, poi otto mesi di seconda, per poi continuare in terza per circa un anno. Il programma per il gioco invece è personalizzato e un po’ più breve. Quando sono entrato mi hanno detto che sarei dovuto rimanere due anni, ma io ne ho già 60 di anni e sinceramente, gli ho detto, che non avrei voluto perderne altri due. Magari otto mesi, un anno al massimo… Ma, stando qui alla fine mi dovrò fidare, sono nelle loro mani. Gli operatori sono persone eccezionali, ho un ottimo rapporto con loro e anche con gli altri utenti. Poi c’è la direttrice che è una donna davvero in gamba, è come la mamma di tutti; qui diciamo che trovi come una seconda famiglia perché ti affezioni alle persone. All’inizio ero spesato ma ora conosco tutti, nome per nome.

I tuoi figli cosa dicono rispetto al fatto che sei qui, sono contenti?

Sì, mi hanno accompagnato loro due, sono contenti che sto facendo questa cosa perché io devo stare bene per me, ma stando bene io, staranno bene anche loro. Se mi ero perso, se avevo perso tutti i valori, il rispetto di me stesso, qui piano piano li ho riconquistati.

Qual è la tua speranza per il prossimo futuro, cosa ti aspetti?

La speranza mia è di non giocare più quando sarò fuori; anzi non è una speranza, deve essere un dato di fatto. Avevo perso tutti gli stimoli alla vita, alla scoperta, ma ora ho ripreso la mia personalità, il mio orgoglio, il mio essere, insomma. E una volta che sarò fuori voglio cercare assolutamente di collaborare con i miei figli, fare qualcosa… qualcosa insieme a loro.

Tua moglie la senti ogni tanto?

Sì, ho un buon rapporto con mia moglie, “la buonanima”, la chiamo così perché non sta più con me e quindi per me è come se fosse morta, infatti dico in giro che sono vedovo (ndr. sorride). Però le voglio sempre bene, abbiamo passato una vita insieme, lei era una bambina quando ci siamo fidanzati, aveva neanche 14 anni e io ne avevo 20. Siamo stati circa cinque anni insieme e poi ci siamo sposati. Ora ha un’altro compagno, sta bene, ma abbiamo un buon rapporto, io sono disponibile nei suoi confronti e lei è disponibile nei miei.

Andrea, ti ringrazio di cuore per esserti aperto così con noi, e proprio per valorizzare ancora di più questa tua intervista ti faccio un’ultima domanda:  cosa suggeriresti a una persona che si trova nella stessa condizione in cui eri tu qualche tempo fa. Cosa gli suggeriresti di fare per uscire da questo incubo del gioco?

A tutte le persone, in particolare ad alcuni miei amici che ancora giocano, fanno anche uso di cocaina e poi si ritrovano sempre in faccia alle macchinette, a quelle persone che non credono che il gioco d’azzardo possa diventare una malattia e che serva un vero dottore per curarlo, dico: provate a stare 10-15 giorni, un mese senza giocare e vedete se non sentite quello che sentivo io dentro la pancia, cioè che c’è qualcosa di più forte di te stesso che ti dice di andare a giocare.  E allora dovete capire che buttare i soldi così, consapevoli come lo ero io di non vincere, di non realizzare niente, non ha senso. E voi lo sapete. E allora fatene un’altro uso dei soldi, dateli ai vostri figli che sicuramente ne hanno più bisogno; o a quelli che sono in pensione, che hanno i figli grandi, che sono nonni ma continuano a buttare soldi nel gioco, e ce ne sono tanti, dico: date quei soldi ai vostri nipoti. Fatene buon uso dei vostri soldi e non permettete a certa gente di arricchirsi alle vostre spalle… alle nostre spalle.