Nicola, cinquanta anni. Dopo essersi giocato lavoro e casa scommettendo su cavalli e carte nelle bische clandestine, ha iniziato a febbraio 2014 un percorso di disintossicazione dalla dipendenza da gioco, presso la Comunità San Carlo del CeiS, a Castel Gandolfo. Partecipa alle attività della Comunità e confronta le sue esperienze con quelle di altri giocatori che, come lui, stanno prendendo consapevolezza del proprio passato. Il suo obbiettivo è: tornare a una vita normale.

Nicola, iniziamo questa intervista con un bel ricordo. Pensa a un’immagine di Nicola bambino: cosa ti viene in mente?

Mi vedo quando stavo con i miei genitori e mia sorella e andavamo insieme al mare. Ci divertivamo. La mia è stata un’infanzia tranquilla. Avevo una bella famiglia; poi c’erano gli amici, bel gruppo di amici, come tutti. Una vita normale, insomma. Ora purtroppo, però, i miei genitori non ci sono più e con mia sorella, dopo quello che ho fatto, il rapporto è più difficile, anzi, non c’è proprio un bel rapporto…

Che istruzione hai avuto, sei andato a scuola?

La mia famiglia ha sempre tenuto che avessi una cultura, un’educazione, anche se io non ero molto portato per lo studio: a scuola, diciamo… bazzicavo poco. Abitavamo a Tivoli e i miei erano ristoratori, così, finita la terza media, ho fatto sei mesi di Istituto Alberghiero a Fiuggi, privatamente, per prendermi l’attestato.

Quando hai iniziato a lavorare?

Avevo 17 anni. Subito dopo aver preso il diploma alberghiero, ho iniziato facendo l’aiuto cuoco per farmi le ossa e guadagnare qualcosina. Sono stato per quindici anni con un grande ristoratore di Grottaferrata, lavorando nella zona di Tivoli, ma poi sono diventato bravo e mi sono spostato anche a Roma, con gente di un certo livello, nei ristoranti, negli hotel.

Lavoravi con contratti regolari?

Sì, certo. Ho sempre lavorato in regola, ma il cuoco non si affeziona mai a una famiglia, è sempre un po’ girovago, dura un anno, due, ma poi tende a cambiare. Sono arrivato al ruolo di Chef di partita[1], cucinando dai piatti più semplici della cucina romanesca fino a quelli più elaborati. Poi, quando è morto mio padre, ho iniziato a lavorare in una struttura alberghiera per un lungo periodo; era una situazione tranquilla.

Poi cosa è successo ?Storia Nicola 7

Verso i 40 anni avevo acquistato un po’ di fiducia in me stesso e così ho lasciato il lavoro e, con i soldi che avevo messo da parte, ho aperto un ristorante con un amico. L’ho tenuto per tre anni, fino alla fine del 2008. Poi… è venuta a mancare mia madre e forse lì si è verificato un po’ il tracollo, che mi ha portato alla dipendenza da gioco.

Ma tu giocavi anche prima di questo avvenimento?

Sì, certo, giocavo anche prima. Da ragazzo, come tutti: giocavo a pallone, facevo nuoto, ogni tanto la sera andavo al cinema e avevo anche l’hobby della pesca. In tutto questo, frequentavo anche le bische. Poi all’età di sedici anni ho incominciato ad andare agli ippodromi, a scommettere sui cavalli. Cavalli e carte sono sempre stati la mia passione, ma di più i cavalli. Qualche volta, quando non potevo andare all’ippodromo, andavo alle sale scommesse, ma in realtà ero un affezionato del campo, in particolare mi piaceva il trotto. Andavo a Tor di Valle assieme a persone più grandi di me; ero un po’ la mascotte, mi portavano con loro e mi raccontavano sempre le cose dell’ippica.

I primi tempi, secondo me, al gioco vinci sempre, lo dicono tutti: giochi a caso e vinci. Così sembrava facile diventare ricchi: vincente, piazzata, accoppiata

La passione per i cavalli è sempre rimasta fino alla fine, quando ho toccato il fondo. Anche le carte ci sono sempre state nella mia vita, venivano quando avevo finito con i cavalli: il pokerino la sera o durante la settimana, sempre a soldi ovviamente.

Prima del tracollo era una vita normale, pur essendo presente il gioco in tutte le mie giornate, riuscivo ad equilibrare le perdite con i guadagni, giocavo poco e perdevo poco, poi avevo il lavoro guadagnavo bene, e così non ho mai avuto grossi problemi. Giocavo sì, ma con moderazione e ogni tanto vincevo pure…

Quando è stato il momento in cui hai percepito che questo equilibrio si è rotto, che quella che era una passione è diventata un rischio?

L’apice l’ho toccato dopo che è morta mia madre: tra il 2008 e il 2010 quando ho iniziato a giocare forte. Quello che avevo messo da parte con il lavoro me lo sono giocato; quello che guadagnavo al ristorante me lo giocavo. E poi mi sono giocato anche il ristorante: ho venduto l’attività e con i soldi ricavati ho continuato a giocare. E poi mi sono venduto anche la casa, e me la sono giocata. E così mi sono ritrovato col sedere per terra.

Sono andato avanti per un paio d’anni. Alcune vincite ci sono pure state, ma il giorno dopo continuavo a giocare e gliene ridavo il doppio. Era diventato un gioco fisso, un circolo senza uscita: di giorno stavo all’ippodromo e giocavo ai cavalli e la sera ci riunivamo nelle case con le carte. In quel caso dovevamo pure stare attenti, sentire dove veniva fissato l’appuntamento, perché i carabinieri stavano sempre puntati per intercettarci. C’era un vero e proprio giro ed era per lo più gentaccia. Anche all’ippodromo uguale: forse fino a venti anni fa era anche pulito, ma adesso è uno sfacelo.

Spiegami meglio: che cosa erano questi appuntamenti, come funzionavano le partite, che tipo di persone incontravi?

Ci sono varie bische intorno a Roma, a Tivoli o anche in Abruzzo, ma ci sono anche dei posti che vengono trovati di volta in volta. Quando andavo io, c’era l’organizzazione, illegale ovviamente, che decideva il luogo e la sera verso le otto ci faceva sapere il posto per il ritrovo: una telefonata, un messaggio… eravamo una cinquantina di giocatori. Qualche volta è capitata anche la talpa, l’infiltrato per capirci, che faceva la soffiata e allora arrivavano i carabinieri e ci trovavano tutti lì…

Ma ce ne sono tanti di questi gruppi, ovunque; il gioco piace a tutti e in quegli incontri trovi tutti i tipi di persone, di tutte le categorie sociali: dall’industriale, all’impiegato, al banchiere. Si gioca dalle dieci di sera alle tre, quattro di mattina circa. Per partecipare a una serata devi portare minimo diecimila euro. Quando arrivi trovi diversi tavoli: lo Chemin de fer, la Zecchinetta, la Roulette e tu puoi scegliere. È proprio come un casinò, ma – come dire? – di tipo casereccio, anche se i soldi sono uguali. Poi c’è il cosiddetto “garante della casa” anche detto Casante, che è appunto quello che mette a disposizione il luogo dove si gioca. Lui, se finisci i soldi, a sua discrezione può decidere di garantire per te per altri diecimila euro, che però la mattina dopo gli devi subito riportare.

Come ti sentivi dentro mentre giocavi?

Sempre freddo. Sono persone che in genere non conosci, non è come a Natale che stai con amici e parenti. È tutto un azzardo, un lavoro e devi stare attento.  Si parlava di mila euro, non erano più bruscolini; le puntate erano da diecimila in su.

Quello è un ambiente particolare, molto rischioso. Anche se magari conosci il Casante, purtroppo capita comunque che ogni tanto spuntino fuori le carte truccate, devi stare attento. C’è gente che è stata rovinata proprio in questo modo. Sì, nelle carte ci può anche essere una abilità tua, l’intuito, ma comunque è difficile che il Casante perda. Diciamo che lo metterei al cinquanta e cinquanta di probabilità.

Quello che vedo, però, più problematico adesso sono le macchinette, (le slot machine, ndr) stanno diventando una dipendenza ancora maggiore delle carte, una piaga sociale. Io lo so come funziona, c’ho avuto un circolo per un po’. La macchinetta è tarata: 70% al proprietario e 30% al giocatore. Quando scarica vuol dire che di soldi ce ne hai messi tanti, ma tanti tanti.

Cosa ti spingeva a credere che giocarti tutto quello che avevi avrebbe potuto risolvere qualcosa?

Proprio questo sto cercando di capire adesso, piano piano, grazie anche al gruppo di terapia che faccio qui al CeiS assieme ad altre persone con il mio stesso problema.

Forse era la solitudine… ma c’era anche l’adrenalina, un istinto irrefrenabile di puntare: quando vedevo il cavallo che arrivava, il piacere di guardarlo correre… oppure quando tiravo una carta a Zecchinetta. L’adrenalina del gioco era come una forza che mi prendeva e contro cui non riuscivo a resistere, non potevo far nulla. Certo, quando vincevo era meglio ovviamente, c’era anche la sensazione di avere raggiunto qualcosa, ma più che il guadagno era il vero e proprio giocare…

Quanto tempo ci hai messo dalla morte di tua madre a perdere tutto quanto?

Un anno e mezzo. Mi sono ritrovato, a metà 2010, che non avevo più nulla. L’unica cosa che mi è rimasta è un Rolex depositato al Monte dei Pegni. C’ero affezionato: i Rolex mi sono sempre piaciuti.

Chiedevi soldi agli amici?

No, agli amici no. Li cercavo sempre “per vie traverse”. Però ho pagato tutti i miei debiti.

Che vuol dire per vie traverse?

Da gente a cui paghi il dazio, diciamo… gli strozzini. C’è un mercato enorme legato alle bische. Lavorano alla grande. Stanno proprio lì dentro con te, per cui quando finisci i soldi devi solo chiedere, senza neanche alzarti dalla sedia. Così come al casinò, quando esci stanno ad aspettarti fuori…

Quanto chiedevi in prestito?

In genere 1.000, 2.000 euro, ma sono arrivato anche a cifre molto più alte. Però le ho sempre ripagate, certo dovevi dargli la somma più il 10%.

Non hai mai avuto problemi con loro?

No, con loro no. Ho avuto qualche problema con la banca, che però ho risolto piano piano.

Le difficoltà maggiori le ho avute con mia sorella. Non avendo i genitori stavamo spesso insieme, anche se lei è sposata ed ha i bambini. Ha sempre saputo che giocavo, e poi comunque Tivoli, anche se è grande, è tipo un paese e le cose della gente si sanno, i movimenti… È ancora difficile adesso il rapporto con lei.

Cosa hai fatto quando hai toccato il fondo?

Ho provato a rimettermi a lavorare, ma non ero motivato, non ce la facevo. Ero stanco di quello che avevo combinato e così non mi applicavo. Poi, a un certo punto, ho capito che mi poteva accadere qualcosa, nel senso che o mi dovevo mettere una pistola alla tempia o dovevo andare a fare qualcosa di brutto per cercare i soldi. Ho toccato il fondo realmente, avevo perso la speranza, mi stavo rendendo conto che era finita, davvero. Io in genere sono uno che, purtroppo, di fronte ai problemi, scappa, ma in questo caso ho preso la decisione di farmi aiutare, di chiudermi per liberarmi, per non combinare altri guai. Diciamo che ho “preso una copertura”. Così, agli inizi del 2014, mi sono messo a cercare una comunità.

Come hai fatto a farti aiutare, a chi ti sei rivolto?

Bisogna muoversi tramite quelli del SerT[2] che, dopo aver studiato il caso, ti inseriscono in una comunità. C’è un primo livello che è quello dell’accoglienza che dura un mese e poi ti assegnano ad una vera e propria destinazione. Io sono stato mandato qui, ma ci sono varie comunità del CeiS in tutta Italia.

Qui come stai?

Qui si sta bene. Ovviamente, come in tutti i gruppi di persone, ci sono sempre dei piccoli problemi. Ma tendenzialmente bene.

Che cosa ti aspetti dal futuro?

Ora mi sento più sereno ho voglia di vivere felicemente. Proverò a cercare un lavoro, quando uscirò di qui, anche se lo so che non sarà facile. Prima era più semplice, ma è oggi è tutto diverso; sembra impossibile avere un contratto, non c’è speranza, te lo dico perché l’ho vissuto sulla mia pelle quest’anno. Non erano passati neancheStoria Nicola 5 tre mesi da quando ero entrato in comunità a febbraio, che dei politici mi hanno fatto una proposta di lavoro, una vigilanza. Ero contento per aver trovato subito una soluzione dopo poco tempo, così ho chiesto di uscire; ho interrotto il programma, speranzoso di potermi rimettere subito in carreggiata. Ma si sa, le promesse dei politici sono quelle che sono e una volta fuori i patti iniziali non sono stati mantenuti. Mi hanno preso in giro. Sono rimasto due mesi e mezzo dalla mia compagna in attesa, ma il lavoro prospettato inizialmente non è andato in porto. Non volevo tornare subito in comunità, mi vergognavo per aver fallito di nuovo e allora ho fatto di tutto per cercare qualcosa da fare. Ho incominciato a chiedere ovunque, anche lavoretti di solo qualche giorno: mail, telefonate, giornali, tutto, tutto, tutto. Ma alla fine non usciva niente. Al massimo ti fanno fare due giorni di prova come se fossi un regazzino poi ti dicono: “Sì, ti richiamiamo, aspetta solo qualche giorno…” ma nulla. Ormai oggi la concorrenza nella ristorazione stronca il mercato italiano. Con tutto il rispetto per i migranti, siamo invasi dalla ristorazione del Bangladesh, dell’Egitto… diventa impossibile lavorare per un cuoco. D’altronde, i danni li abbiamo fatti noi e noi ne paghiamo le conseguenze.

La mia compagna mi vuole bene, ma non possiamo vivere solo con lo stipendio suo, 600 euro al mese di pensione… sentendomi peraltro inutile. Lei mi sprona, ma io sono un tipo che quando prendo le offese o sono rimproverato, scappo, evito il problema. Mi sono trovato anche per strada, prendendo il treno per andare in un’altra città a vedere com’era la situazione; le ho provate tutte, anche in rami diversi dal mio: traslochi, volantinaggio… io andrei pure a pulire i cosiddetti… ma non ci sono opportunità.

Ora mi hanno ripreso in comunità e devo ringraziare davvero la direttrice e tutti gli operatori che mi stanno aiutando, ma ho un po’ paura perché tra poco potrò uscire di nuovo per cercare lavoro. Uscirò la mattina e tornerò la sera, ho 4 mesi di tempo e ovviamente dovrò stare attento anche a non ricadere nella tentazione del gioco. Non sarà facile. Spero di trovare qualcosa, qualsiasi cosa, credo di essere un bravo ragazzo, i problemi che ho avuto li sto superando e se qualcuno mi potesse dare un’opportunità, potesse mettermi alla prova credo che non se ne pentirebbe. Non chiedo tanto, io faccio il cuoco ma mi andrebbe bene un qualsiasi impiego per recuperare le dignità e poter portare un po’ di  soldi a casa così come fa lei, tirare avanti la vita insomma. Altrimenti con l’anno nuovo sarò costretto a lasciare l’Italia… ho un amico che ha un ristorante alle Canarie e mi ha chiesto di aiutarlo; non posso rifiutare, ma mi dispiacerebbe andare via e soprattutto non vorrei lasciare la mia compagna dopo tutto quello che ha fatto per me. Non smetterò mai di ringraziarla.

Come hai fatto a trovare la speranza per provare a ricominciare?

Ho capito quello che ho fatto, quello che ho combinato, da dove tutto è derivato… La mia testardaggine, il fatto che ogni sera dicevo “Ma ‘sti… cosiddetti, tanto domani trovo altri soldi”. Non ho mai pensato al futuro, perché sono testardo. Dicevo “Domani vinco e mi rifaccio“. Poi la morte di mia madre ha portato la solitudine e il gioco sfrenato compensava quella mancanza. Mi teneva impegnato diciotto ore al giorno, così non dovevo pensare ad altro; le restanti sei ore dormivo, quando ci riuscivo, perché avevo sempre il pensiero di dover trovare i soldi. Cercare cercare… domani mi servono altri 10.000 euro, vai in banca chiedi compila il foglio…

Ora sei consapevole del tuo errore?

Sì, piano piano, penso di sì… adesso ormai sono dieci mesi che… diciamo, non sento più niente rispetto al gioco. È ancora presto per dirlo, forse ci ricadrò, ma da quando non gioco sto più tranquillo. Partecipo ai gruppi di aiuto con gli altri giocatori, condividiamo le nostre esperienze: c’è davvero tanta gente che ha avuto questi problemi, chi con le carte, chi con le macchinette.

Ma la cosa che mi rode di più è che lo Stato… o chi manovra lo Stato, continua ad aprire tutte queste sale scommesse, ad offrire gratta e vinci nei supermercati o addirittura alle poste. Vedo tanti vecchietti che si stanno rovinando, prendono la pensione e poi: bum bum bum, si giocano tutto. Adesso i gratta e vinci stanno anche al supermercato! L’altro giorno stavo al Carrefour e la cassiera mi ha detto: “Invece del resto vuole un gratta e vinci?“. Io le ho risposto: “Signora, mi scusi, ma io ho dei problemi col gioco… non le sto a spiegare… ma è meglio di no“. Ma ti rendi conto? Pure al supermercato… vai a fare la spesa e ti offrono il gratta e vinci!

Penso che dietro al gioco d’azzardo ci siano le mafie che manovrano il mercato. C’è un giro di riciclaggio di soldi da parte della mafia, della camorra, della ndrangheta. Non penso, sinceramente, che lo Stato voglia rovinare tutta ‘sta gente, non è possibile; ma, se non si fa qualcosa, ora le opportunità di gioco continueranno ad aumentare e la gente continuerà a rovinarsi sempre di più. Il gioco, ormai, è diventato una piaga sociale e, se non interveniamo subito, aumenterà sempre e sarà difficile poi tornare indietro.

Ti risulta facile parlare del gioco d’azzardo e del problema che hai avuto?

Diciamo che ora sto imparando un po’ ad aprirmi e a parlare con le persone, grazie alla terapia e grazie anche, soprattutto, al supporto della mia compagna. Ora voglio riprendermi la vita, realizzando con lei tutto quello che non sono riuscito a fare per colpa del gioco. Vivere felicemente, andare al cinema, uscire fuori a cena, andare al mare. Insieme, come una coppia normale.

Immagina di trovarti di fronte ad una persona che gioca, un ragazzo per esempio, che sta oggi nella condizione in cui ti trovavi tu qualche tempo fa, che magari sta leggendo per caso questa tua testimonianza: che cosa gli diresti?

Gli direi che è vero, che tutti si divertono, il gioco è un divertimento, ma farlo con i soldi alla fine non diverte più. L’azzardo ti porta a livelli sempre più alti, una volta che vinci sale automaticamente la posta ed è lì che succede il patatrack. Più alzi, più credi di recuperare i soldi persi, più provi a recuperarli e più li riperdi. Con il gioco non si è mai arricchito nessuno, solo il banco si arricchisce. Quello che direi a quel ragazzo è di non giocare più.

Quale è stata la cifra più alta che ti sei giocato in una puntata sola.

Ventimila euro, su un cavallo.

Ed hai vinto o perso?

Ho perso.