TERRA DI CONFINE

di Erri De Luca

Con questa faccia da straniero” cantava il grecofrancese Moustaki negli anni ‘60. Chi è straniero nel Mediterraneo, il territorio più misto di epidermidi, altari e gruppi sanguigni? Certezza è che siamo meticci a dozzine di varianti. La pagina uno del Nuovo Testamento è un elenco di nomi maschili interrotti dall’intrusione festiva di cinque nomi di donne. Tre di loro non sono ebree ma appartenenti a popoli dell’area: la più preziosa dinastia, quella del messìa e del ceppo di Davide, è meticcia. Persino il messìa respinge la purezza di sangue. Chi è del Mediterraneo non può escludere dai suo antenati nessuna stirpe, nessuna origine. Fenici, ebrei, greci, normanni, saraceni, slavi e altri uccelli migratori ci hanno arricchito il patrimonio genetico attraverso invasioni, commerci, espulsioni, piraterie, rapimenti, epidemie, pellegrinaggi. C’entra la storia che ci ha rimestato nel suo calderone ma di più c’entra la geografia che ci offre spalancati ai mari e non abbastanza recintati dalla cresta di gallo delle Alpi.

Chi è lo straniero? In principio tutti nella scrittura sacra a partire da Abramo, raggiunto e afferrato dalla voce che gli ordina di andarsene dalla sua terra, dalla casa di suo padre verso una destinazione ignota. Abramo deve farsi straniero per continuare a ascoltare la voce del suo mandante. Una notte gli arrivano parole che l’invitano all’aperto e sotto la più fitta carambola di stelle gli avvisano una discendenza innumerevole quanto lo scintillio che lo sovrasta.

Bisogna essere stati almeno per un poco stranieri per afferrare un bordo dell’entusiasmo di Abramo in una notte carica d’immenso. Bisogna riconoscere nel proprio sangue l’istinto di accamparsi e di spaesarsi per respirare con lui il gas piovuto dalle stelle. Abramo capomastro di monoteismo, è lo straniero che ha battuto pista per tutti quelli che si sono messi in viaggio. Dopo di lui si è fatta comune l’esperienza di chi per trovarsi, deve prima perdersi. Dopo di lui l’esilio volontario è diventato scuola. Ogni persona che si incammina per una destinazione sconosciuta, su un percorso incerto, è sulla scia dello straniero Abramo suscitato dall’ordine : “Vai,vattene dalla tua terra”. È scritto che la divinità ama lo straniero. In lui si deve riconoscere non il fratello ma colui che è stato a lungo atteso. L’imparo da una storia maledetta che è accaduta e perciò non smette di accadere. Era settembre del 1941, giorni di capodanno ebraico e quattromila ebrei di una cittadina Lituana vengono condotti al cimitero per essere abbattuti sul bordo delle fosse comuni. È una strage ben pianificata, efficiente: a gruppi di venti si devono spogliare nudi e ricevere la raffica. Uno di loro, un ragazzo di sedici anni, si spoglia insieme al padre. Si concentra sulla cadenza degli spari ascoltati prima del suo turno. Hanno una ripetizione regolare che lui cronometra a mente. Quando tocca a lui si butta nella fossa un istante prima degli spari. Cade vivo sul mucchio dei corpi nudi, morti o in agonia. Su di lui cadono altri uccisi. È buio quando tutto è finito. Si alza districandosi dai cadaveri, è ricoperto di sangue e di escrementi. Va verso le case illuminate dei non ebrei. Bussa alle loro porte e ovunque si sente rispondere di tornarsene alla fossa da dove è uscito. Infine batte a un uscio isolato, dove vive una donna anziana, sola. Lo accoglie armata di un tizzone ardente, scacciafantasmi, per respingerlo. Allora il ragazzo le dice :”Donna non mi riconosci? Sono il tuo salvatore sceso dalla croce”. La donna si butta in ginocchio, lo fa entrare, lo lava, lo veste, lo nutre. Dopo tre giorni il ragazzo si congeda ordinandole di non dire della sua venuta. Poi s’inoltra nei boschi, si unisce ai primi insorti, si batte, sopravvive. Questa non è una parabola ma una storia accaduta a lui che si chiama Zvi Michalovskij. A me fa sapere che è lui lo straniero che bussa alla porta e che va accolto come chi è stato a lungo aspettato. Perché in lui si rinnova la storia e la figura del risorto.

Articolo tratto da Shaker 16