ROMA: DIGNITÀ DA GARANTIRE PER UNA CITTÀ ACCOGLIENTE

Lettera aperta a Shaker, dell'assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale, Francesca Danese

A pochi mesi dal nuovo incarico come assessore alle politiche sociali, salute, casa ed emergenza abitativa di Roma Capitale, Francesca Danese racconta a Shaker il proprio impegno politico in favore degli ultimi. Da sempre una professionista del Terzo settore, l’assessore ha ricoperto il ruolo di presidente del Cesv (Centro di servizio per il volontariato del Lazio) e vice presidente di Csv.net, il coordinamento nazionale di Centri di servizio.

Cominciamo dall’acqua. Bene comune per antonomasia. Acqua del sindaco. A Roma, per tutti, ci sono i “nasoni”. Che, però, qualcuno chiude, in alcune zone della città, per non vedere i senza fissa dimora in fila per lavarsi, per riempire taniche da portarsi in baracca. E che dire dei bagni chiusi nei locali pubblici, inaccessibili per chi non ha una casa. Oppure a pagamento nelle stazioni e quasi mai decenti. Che fine hanno fatto i bagni pubblici?

E il diritto alla salute? Gli ospedali che hanno in carico i senza dimora non dovrebbero pigiare sui Drg, sulla logica miope che impone le dimissioni di pazienti entro tempi standard. Miope perché anche un bambino capirebbe che una convalescenza in casa è molto diversa da una convalescenza tra i cartoni. Servirebbe un accordo con le Asl per un sistema di dimissioni protette.

È una questione di dignità da riconquistare e da garantire. E con l’acqua, l’igiene, la salute c’è anche il cibo. La sua distribuzione, da parte delle strutture di volontariato, dovrebbe incorporare l’idea di dignità, dovrebbe avvenire in luoghi sicuri, protetti e decorosi. Meglio in spazi dedicati dentro le stazioni, ad esempio, piuttosto che ai loro margini, tra le auto e i passanti. E mai più vorrei dannarmi per strappare i corridoi delle stazioni delle metropolitane per l’emergenza freddo. Monsignor Di Liegro non tollerava che il normale alternarsi delle stagioni venisse considerata un’emergenza.

Questa non è, non ancora, una città accogliente. Sta imparando, con lentezza, a lottare contro la povertà, a riconoscere le nuove forme delle povertà, la composizione inedita dei pezzi più fragili di società dopo gli sconquassi determinati dalla crisi.

La crisi ha rottamato, per sempre, l’idea falsa e quasi romantica del clochard che si apparta per scelta, che fugge dai ritmi frenetici della città ma ci restituisce ogni giorno la disperazione di fasce crescenti di romani, stanziali e migranti, padri separati e madri sole, minori non accompagnati, anziani espulsi dal mercato del lavoro e da quello della casa, precari, intermittenti, disoccupati cronici, giovanissimi “neet” (né studio, né lavoro), marginalità legate all’abuso di sostanze, all’esposizione all’usura, alla dipendenza dal gioco d’azzardo. La crisi è stata anche l’alibi per politiche emergenziali che hanno reso cronico il bisogno anziché risolverlo e hanno consegnato pezzi di politiche sociali al malaffare.

Ecco il contesto in cui mi sono calata accettando la sfida di ricoprire il ruolo di assessora alla casa e al sociale di Roma Capitale. La strategia della lotta all’esclusione deve superare la logica dell’emergenza, deve basarsi su politiche preventive e piani di accoglienza. Se è vero che mafia-capitale ha terremotato i nostri mondi, va detto che non ricominciamo da zero. Ci sono servizi che comunque provano a funzionare, che stiamo provando a risolvere coinvolgendo i territori, e altri che stiamo progettando, come un altro Ostello sociale a bassissima soglia. C’è una confidenza – anche grazie alla mia vita precedente – tra il servizio pubblico, il terzo settore sano e le tantissime energie del volontariato. È da questo incontro che sta nascendo il nuovo piano strategico dei diritti.