INTEGRAZIONE CAPITALE: GENESI E GESTIONE DI UN’EMERGENZA

Roma tira fuori la grinta e come per riscattarsi da mesi di sofferenza e fango mediatico dovuto a un gruppo di malfattori che hanno creato e alimentato il fenomeno Mafia Capitale, serra i ranghi proprio attorno a uno degli assessorati che è stato al centro della polemica, quello delle Politiche Sociali.

E non per nulla a guidarlo, ormai da qualche mese è una combattente proveniente dalle file del CESV (Centro Servizi per il Volontariato) dove è stata presidente, ma con esperienze danese2anche all’estero su terreni complessi come quelli della Bosnia Erzegovina dove durante la guerra era in prima linea a portare aiuti alle popolazioni bisognose di Sarajevo e Srebrenica. E di certo l’esperienza di portare pace nella guerra è quella di cui l’assessore Francesca Danese ha bisogno in una Roma che continua a tirare il suo sindaco per la giacca cercando di farlo crollare prima per uno stupido divieto di sosta e poi per un’inchiesta, quella appunto di Mafia Capitale, dove da buon chirurgo,  la sua unica “colpa” è stata quella di “incidere il corpo infetto e far spurgare la ferita” per permettere alla città di guarire e quindi rinascere.

Ed ora è proprio la Roma buona che sta provando a rinascere, alzando la testa nel momento più difficile quello in cui centinaia di migranti si accalcano nella città e in particolare nelle stazioni a causa anche di un’incomprensibile per quanto assurda chiusura delle frontiere; come se con 170.000 sbarchi avuti in Italia nel 2014 e oltre 20.000 richiedenti asilo e rifugiati transitati nella capitale, l’immigrazione fosse un problema da risolvere creando barricate e non un processo da gestire favorendo l’integrazione.

E così  dai primi di giugno l’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale sotto la guida del “Comandante Danese” ha messo in campo le sue forze migliori favorendo sinergie attente e puntuali con istituzioni, imprese private, associazioni e anche cittadini. In questi ultimi giorni grazie a un tavolo tra Comune, Prefettura, Municipi e Ferrovie dello stato Italiane è nata la collaborazione che ha portato, grazie anche al lavoro di mediazione dell’Osservatorio Nazionale sul Disagio e la Solidarietà nelle stazioni italiane, all’individuazione del Ferrhotel di Via Masaniello presso la stazione Tiburtina. Uno stabile di quattro piani con 52 stanze con bagno, dove con una concessione a tempo di record e una disponibilità immediata dell’Assessorato ai lavori pubblici di Roma Capitale, verranno effettuati nel prossimo mese i lavori di ristrutturazione e resa disponibile un’accoglienza dignitosa e organizzata per oltre 100 persone tra quelle che fino a ieri transitavano proprio nei pressi degli scali ferroviari romani.

Ma l’emergenza non permetteva di aspettare nemmeno un giorno; centinaia di persone erano pericolosamente stipate nel centro Baobab di via Cupa poco distante dalla stazione e ben oltre i suoi limiti massimi di accoglienza; gli stessi volontari dell’Associazione Eritrea guidata da una figura storica e controversa della nostra città, Daniel Zagghai, chiedevano aiuto alla città perché la situazione nel centro stava diventando insostenibile. E così, mentre anche Milano cercava un posto dove poter dare accoglienza a migliaia di profughi accalcati nel mezzanino della stazione centrale, l’assessore Danese a Roma ha chiesto aiuto alla Croce Rossa e grazie alla disponibilità di un ulteriore terreno individuato da FSI nei pressi del piazzale Est della Stazione Tiburtina nella nottata tra venerdì 12 e sabato 13 giugno è iniziato l’allestimento del Campo per Transitanti di Roma Tiburtina. In 48 ore sono stati preparati posti per 150 persone, tende, bagni, docce e un presidio infermieristico dove sono stati trattati e curati immediatamente diversi casi di scabbia. E mentre si predisponevano gli scavi per portare l’acqua corrente e autobotti dell’ACEA arrivavano di continuo a rifornire il campo, l’informazione si incominciava a diffondere tra i residenti del II Municipio.

campo pano

E proprio questa è stata la sorpresa, diversamente dai timori di episodi di intolleranza, una staffetta di solidarietà si è incominciata a susseguire alle porte del campo: famiglie, coppie di giovani e anziani, ragazzi, scuole, scout, parrocchie, associazioni di cittadini, circoli di partito. Era un continuo di auto, pulmini e motorini che arrivavano portando qualcosa e rispondendo a un paio di post lanciati su facebook e tweetter dallo stesso staff dell’assessore. Una bella storia davvero, nei volti di persone che semplicemente venivano dicendo “voglio aiutare!”, come a dimostrare appunto che, oltre le ombre di Mafia Capitale, esiste una Accoglienza Capitale di una Roma fatta di solidarietà e condivisione. E il comandante Danese era incredibilmente sempre presente, ovunque, dal dipartimento alla prefettura, dalla giunta agli uffici delle Ferrovie, donando se stessa per la città, senza riserve, quasi fosse stata dotata del dono dell’ubiquità.

Ed è stata lei che sabato 20 Giugno nella giornata mondiale dei rifugiati, dopo due settimane di fuoco ha voluto chiamare a se tutta la “Buona Roma Sociale” proprio in Dipartimento a Viale Manzoni per raccontare e condividere con chi lavora e vive sul campo, le strategie che sta portando avanti per curare la nostra città e accogliere chi scappa da quelle guerre che proprio lei non ha mai smesso di combattere.

È stanca, provata, ma sempre determinata, ed è lei stessa con la voce rotta dalla commozione a raccontare alle decine e decine di associazioni raccolte in Sala Rosi, la genesi di questa emergenza e di come il suo assessorato abbia deciso di “prendersi la responsabilità” e di coordinare con un tavolo di confronto permanente e una cabina di regia e di monitoraggio della situazione della città, quella che non può più essere considerata un’emergenza, perché profughi, richiedenti asilo e rifugiati continueranno a sbarcare ed a passare per Roma  per cercare aiuto, protezione e assistenza.

Prima di lasciarla scappare verso un altro incontro in campidoglio le chiediamo dove trova tutta questa forza e determinazione, lei si ferma e ci racconta: “L’altra sera quando abbiamo allestito il campo a Tiburtina e sono incominciate ad arrivare le prime persone ho visto un ragazzo che non avrà avuto quindici anni, seduto da una parte nella tenda con gli occhi tristi e lo sguardo perso nel vuoto. Ho provato a scambiare due parole con lui: «How are you? Comme tu t’appelle». Lui mi ha guardato e in un inglese grezzo mi ha chiesto se avevo una telefono. «Certo!» gli ho risposto prestandogli il mio cellulare «Prego, chiama pure! Vuoi sentire un amico? Un parente? Non preoccuparti telefona pure…». Lui ha fatto scorrere le dita sulla tastiera, ha composto il prefisso di un qualche paese del nord Africa, 00291… Ho visto che si mordeva le labbra mentre attendeva il suono di libero. Poi ha iniziato a parlare. Ha dialogato pochi secondi e mi ha ridato subito il telefono ringraziandomi. Non ho capito nulla, ovviamente, ma ho visto i suoi occhi illuminarsi di commozione. Allora ho chiesto al mediatore culturale se fosse tutto a posto e così il collega mi ha tradotto la conversazione: «Mamma, sono in Italia, sono vivo». Questo è il motivo per cui non posso stancarmi; questo è il motivo per cui non posso fermarmi”, ha concluso il comandante Danese.

Il prossimo passo è quello di fare un accordo con una grossa compagnia telefonica per permettere a tutti gli ospiti del campo di avere dei telefoni disponibili e una connessione Wifi aperta.
Questa è la vera Roma.

collage roma