Un operatore sociale che si rispetti, di quelli che “o-d-i-a-n-o” veramente il loro lavoro, perché si sono inzuppati di esso, in esso si sono immersi come in un temporale estivo, come in un amore non corrisposto, in un dolce troppo zuccheroso… un operatore sociale di quelli, insomma, che dopo la speciale attrazione verso quella cosa che gergalmente chiamo il ‘bene’, ne sono usciti talmente tramortiti e scottati che solo la repulsione all’altruismo può ripagare il credito. Ecco solo un operatore sociale di questa fibra, prima di darsi all’ ‘odio’ riparatore, si è confrontato ennesime volte al giorno con la domanda: “Cosa, in particolare, fa di un uomo, un uomo?”.

Mi spiego meglio. Dopo aver visto l’essere umano ridursi nel più scabroso stato che l’incubo peggiore dell’uomo più crudele non potrebbe rappresentare, queste domande te le fai. Quanto meno in via preventiva: della serie “fammi fare due-conti-due sui modi per evitare di ridurmi come certi esseri ‘ex-umani’ ”.

Quando, ad esempio, assisti alla penosissima scena dell’ubriaco senza dimora (no, non ce l’ha la barba come nei film americani di Natale!!!), che per anestetizzarsi dalla vita, terribile, vuota, straziante, che ha, piomba in quel particolare stato di ebrezza che porta il suo cervello a non ricordarsi di essere ancora in un corpo; quel particolare stato d’ebrezza dei veterani del vino da cartone, per intenderci, che non è lontanamente vicina ad una sbornia dell’ultima notte da celibe del promesso sposo e non è ancora il coma etilico da ospedale, ma quasi.
In quelle condizioni per evitare, in fondo, il dolore. L’alcool è solo una di esse, lo immaginerete, e il nostro sciagurato senza dimora-senza barba può ritrovarsi allora a dormire sonni senza fine.

Detto così sembrerebbe che il nostro anti eroe si trovi in uno stato invidiabile di oblio, da vacanze da atollo, per capirci. Invece no, ahimè, i sonni senza fine di cui parlo io, diventano meno invidiabili se ci aggiungete che spesso si ritrova a farli rigirando le sue membra zuppe di alcool e disperazione nei suoi stessi escrementi, come spesso ho visto fare. Oppure se il suo sonno è disturbato da orde di spettatori solitari che ti camminano accanto facendo finta che non esisti, ma scrutandoti bene, quanto meno per non calpestare i rigagnoli più o meno abbondanti di urina.

Oppure, altra scena a cui l’operatore sociale è abbastanza abituato, è quando assisti da spettatore solo apparentemente partecipante ai “dialoghi” dello psicotico, del “pazzo”, come direbbe il mio vicino di casa, che fa altro nella vita. Ecco, in quegli strani dialoghi, in cui sei coinvolto soltanto contingentemente, dopo un paio di volte che ti capita, sai benissimo di essere solo, esattamente quanto il tuo “stralunato” interlocutore; forse di più, in realtà, perché il pazzerello di turno, in fondo, ha tutti i suoi fantasmi interiori a cui dire tutte le parole che forse non ha mai detto, e a te, invece, lui proprio non ti ascolta.

Dicevo, quando sei dentro questo tipo di monologhi affollati è proprio lì che ti chiedi: quel particolare essere umano dove è finito? Ti domandi, in altre parole, quando ha smesso di essere l’uomo che era, ed è diventato il ricordo, per lo più angoscioso, del “lui” che una volta è stato.
Quando vedi l’essere umano arrivare a tanto distacco da se stesso, non puoi non chiederti cosa faccia di un uomo, un uomo, appunto… o meglio cosa gli permetta di esserlo per la maggior parte del tempo possibile.

Me lo sono chiesto ennesime volte appunto, e tante sono le risposte che ho tentato di darmi.

Ho provato inizialmente con l’immaginare cosa, se mi venisse tolto, farebbe di me, la ‘ex me’.
Ho pensato tante volte che io sono già meno me quando dormo meno, per esempio, qualche ora già basta; lo sono per molti giorni quando finisce un amore; per mesi quando capita di perdere un’amicizia; quando (lo so, sono un essere umano particolarmente fortunato) per diversi motivi, non posso ascoltare musica, fare una buona colazione, coccolare i miei gattini, abbracciare mia nonna, decidere cosa mangiare per cena, o sono costretta a prendere freddo, o evaporare dal caldo per qualche giorno di seguito, perdere tempo prezioso aspettando un autobus che non passa.

Sono sicuramente molto meno me stessa, pochissimo un essere umano, quando sento al Tg il racconto della morte di un bambino, l’assenza dei diritti di un certo gruppo etnico, quando assisto al gesto spersonalizzato di un pensionato della terza settimana che rovista nell’immondizia dopo il mercato del sabato mattina. Sinceramente non so quanto poco rimarrei me stessa se quel pensionato fossi davvero io, la morte del bambino fosse quella di mio figlio, il gruppo etnico fosse quello della mia famiglia e da generazioni e io fossi costretta per questo a lasciare la mia terra; quanto residuo di me esisterebbe ancora, se le ore di sonno non fossero solo qualcuna, ma giorni, settimane, sempre. Se non solo non potessi scegliere la cena, ma perdessi pian piano tutti i denti, perché alla mensa pubblica il cibo offerto è spessissimo pane e pasta e poco frutta o carne.
Non sarei di certo davvero più me stessa se non mi potessi più innamorare, se non avessi più amiche, se mia nonna e tutta la mia famiglia, per qualche motivo fosse lontana o, peggio, fosse stata sterminata.

Così si diventa senza dimora: ricordatevelo, non per qualche epica scelta di ribellione civile.
Beh, non c’è molto da aggiungere, come in quei giochi in bianco e nero sull’enigmistica in cui devi cercare le differenze tra due figure. Non c’è molto da aggiungere tra quella me che non sarei più dopo tutte queste cose in meno e il nostro omino dell’urina o il nostro pazzerello dei dialoghi solitari.

Non credo di aver risposto del tutto alla domanda che mi sono fatta ad inizio pagina, ma forse un po’ mi sono spiegata dove è finita l’attrazione masochista ai lavori d’aiuto e perché l’attrazione è diventata quella particolare stizza di chi ha giocato col fuoco e si è bruciato che ho chiamato nella concitazione della scrittura catartica, sicuramente sbagliando, ‘odio’.