Inizierà il 5 novembre il processo Mafia Capitale e una trentina di persone, chi più, chi meno, chi forse, chi forse per sbaglio, coinvolte nell’inchiesta terremoto che qualche mese fa ha fatto tremare le fondamenta del sociale di Roma, saranno finalmente giudicate. Nel frattempo, mentre il prefetto Gabrielli accanto ad un irremovibile Sindaco Marino cerca di recuperare in corner una città che improvvisamente sembra invasa da ogni parte da Mafia, Padrini e Re autoreggenti, in un’impresa così complessa che forse gli fa rimpiangere il recupero della Concordia, le vittime più dirette di questo ignobile pasticcio metropolitano continuano a girovagare per la città, in cerca di quell’aiuto che a quanto pare negli ultimi tempi ha gonfiato le tasche di qualche politico senza pudore svuotando nel frattempo le pance dei più poveri e diseredati.  Sì, perché magari qualcuno, una volta messi al fresco Buzzi e Carminati, ha pensato che tutto fosse tornato al suo posto, che i servizi avessero ripreso a funzionare a pieno regime, che i pocket money dei rifugiati fossero tornati nei pocket dei rifugiati, che il verde sarebbe diventato ancora più verde e che i rifiuti magari, si sarebbero questa volta differenziati da soli per evitare che qualcuno continuasse a speculare anche su di loro. E c’è anche probabilmente chi ha pensato che le cooperative rimaste “in piedi” perché non toccate dall’inchiesta avrebbero finalmente lavorato meglio, magari di più e bene; almeno ci avrebbe guadagnato gente onesta e non malviventi.
Ma non è andata proprio così.

Ogni terremoto lascia macerie, ogni diluvio, per quanto Universale e purificatore, spinge chi alla fine si è ritrovato sull’Arca a ricominciare da capo, partendo dalle rovine che faticosamente riaffiorano dalle acque, raccogliendo i resti generati da un cancro che per troppo tempo ha roso la nostra città eterna. E se prima quando si passava per gli uffici ricevevi un sorriso, un saluto, magari la richiesta del pulitore di turno di piazzare il figlio in qualche lavoretto, quella del dirigente di venire a ritirare le cianfrusaglie nella cantina del nipote “che può darsi servano a qualcuno di voi” o, nei casi più audaci, quella della segretaria  di dare uno sguardo al pc perché “mi si è impallato tutto e voi ci capite che siete della generazione digitale…”, oggi c’è il silenzio, la paura, il timore che la parola sbagliata possa essere intercettata da microspie nascoste nel colletto della camicia e la scena ripresa da una microcamera incastonata nell’asticella dei tuoi occhiali. Oggi la fetta di torta che ha fatto tua nonna è meglio non mangiarla  “Perché sai, da qualche mese ho un blocco allo stomaco… e poi… no, grazie c’è la pausa alle 13…”. Oggi la proposta di prendere un caffè insieme è un palese tentativo di corruzione; oggi chiedere se è stata pagata una fattura è un palese tentativo di corruzione; oggi domandare quando uscirà il nuovo avviso pubblico è un palese tentativo di corruzione. Oggi parlare del fatto che i poveri di prima sono i poveri di adesso ma le forze in campo di prima non sono quelle di adesso e quindi bisogna fare nuovi bandi e proporre nuovi progetti è, non solo un  lampante e spudorato tentativo di corruzione e turbativa d’asta, ma la chiara manifestazione della volontà di approfittarsi del prossimo più povero e più debole!
Forse stiamo esagerando e mentre blindiamo le finestre magari i nuovi Carminati stanno facendo il passi all’accettazione al primo piano per andare a parlare con il nuovo funzionario di turno.

I ladri di Roma non si sono portati via solo i soldi, i servizi e gli appalti ma ci hanno rubato anche la serenità di fare il nostro lavoro. Chi è rimasto si trova oggi ad essere guardato con la lente d’ingrandimento, placcato da un burocratese e un burocratismo che fanno dimenticare che siamo uomini e non macchine, con il buon senso di lavorare tutti con il fine di aiutare il prossimo e, certamente, di pagare lo stipendio, misero per quanto sia ma  meritato dai nostri bravi e tenaci operatori sociali.

Chi è rimasto oggi deve giustificarsi di fronte all’opinione pubblica, ai volontari, ai clienti, alla stampa, finanche ai propri vicini di casa se non alla propria madre: “…tu non le hai mai fatte quelle cose vero?”. Deve giustificarsi con i nuovi dirigenti cambiati appositamente e giustamente per creare discontinuità ma che tra poco si sentiranno in dovere oltre che in diritto di fare la radiografia anche al vigile urbano del semaforo di via Merulana per stare tranquilli che non sia un’infiltrato di qualche Banda della Magliana o uno scagnozzo dei Casamonica.
Adesso lo hanno capito tutti: a Roma c’è la Mafia. A Ostia certamente, dove il Municipio è stato commissariato proprio pochi giorni fa; non in Campidoglio però perché nonostante i vari Odevaine, alla fine a Marino, che non si fa comandare neanche dal PD, tutto puoi dirgli fuorché sia un mafioso. Ah! Ecco, perché…

Ma non è stata solo la collusione a generare questo pasticcio, molta è stata disorganizzazione. Eppure noi poveri cittadini, imprenditori e operatori sociali, lo abbiamo chiesto e richiesto più volte di “mettere le cose in ordine”: incontri, seminari, Workshop, Piani Regolatori Sociali… ma probabilmente era tutto troppo difficile e le parole restavano parole, belle e pitturate, ma abbandonate sul Power Point dell’ennesima presentazione, dell’ennesimo convegno di turno. Ora invece sembra essere piombati improvvisamente in una logica inversa che fino a qualche mese fa non era pensabile neanche nella Germania più integerrima e organizzata. Eppure le DD di affidamento restano ancora bloccate sotto pile di carte, mentre i servizi continuano ad andare avanti comunque…

Roma non è mai stata organizzata, non così almeno, e ne servirà di tempo per cercar di trovare il bandolo della matassa e provare a ricominciare, questa volta sul serio, però.
Ma nel frattempo, i poveri continueranno ed essere poveri e dei servizi ci sarà sempre più bisogno; così come di nuovi edifici  che accolgano chi non ha casa, o di vecchi magari, quelli già censiti semmai e ancora incardinati con bulloni pesanti sulle scrivanie di qualche stanza del Campidoglio e sui quali neanche Buzzi pare sia riuscito a mettere le mani.
E allora, visto che siamo alle porte del Giubileo della Misericordia, oltre a raccomandarci a San Gabrielli Arcangelo, speriamo che anche il Santo Padre Francesco, lui davvero uomo  dei Poveri, possa illuminare i cuori e le menti non solo di chi dovrà giudicare ma anche di chi poi dovrà fare in modo che Roma Sociale continui ad esistere.
Ed a resistere.