Pubblichiamo con piacere il contributo inviatoci da Maritè Kabutakapua cittadina italiana, di origini congolesi. Le riflessioni di Maritè sono utili a descrivere ai nostri lettori il disagio che a volte i nostri concittadini, di origine straniera ma italiani a tutti gli effetti, vivono sulla propria pelle.

Un sincero grazie a Maritè!

  

In un caldo venerdì sera di giugno, decido di andare con un mio carissimo amico a fare una passeggiata e, perché no, a fare quattro chiacchiere davanti a qualcosa di dolce e fresco. Siamo seduti ad un tavolo, fuori dal locale che abbiamo scelto. Io sono di spalle al marciapiede, quindi non riesco a notare cosa accade dietro.

Ad un certo punto inizio a captare svariati occhi puntanti sulla mia persona, sguardi di gente che mi arriva alle spalle e che, non vedendo bene, si ‘affaccia’ per capire chi è quella ragazza nera seduta al tavolo. All’inizio penso: forse sono persone che hanno partecipato ai live fatti con la band di cui faccio parte, oppure avranno visto qualche rivista in giro. Alcuni sguardi sono forse di ammirazione e sono accompagnati da bellissimi sorrisi, ma la maggior parte sono decisamente interrogativi e oso dire dispregiativi.

Questo perché? La mia idea è quella che i media e i politici  non aiutano a far arrivare l’immagine del migrante in modo giusto e quindi, automaticamente, l’idea di una persona nera o di un colore diverso, un’etnia differente, viene associata a stranieri che vengono nel nostro paese a rubarci il lavoro.

Fin da bambina non mi sono mai posta il problema di esser “diversa”, ero  talmente a mio agio che non badavo per nulla al mio colore o a quello degli altri bambini attorno a me e, guardandomi allo specchio, qualcosa non mi tornava: ero convinta di esser italiana e bianca! Una volta capito chi ero, andavo molto fiera del mio essere nera ed italo-congolese, cosa che m’inorgoglisce tutt’oggi, ogni giorno di più.

Ma venerdì qualcosa si è spezzato, da prima pensavo di essere fortemente paranoica: “vedo occhi che mi guardano ovunque, ergo: sto impazzendo”. Dopo aver avuto la conferma dal mio caro amico e fratello, mi sono resa conto che non era così, che il problema non ero io ma gli altri che facevano fatica ad accettare il mio essere lì, vestita in un certo modo ed in compagnia di un italiano bianco.

Per la prima volta in trentun anni, ho avuto paura.
Per la prima volta in trentun anni mi sono sentita fortemente a disagio e fuori posto.

È facile giudicare, accusare, puntare il dito, dispregiare, quando non si è a conoscenza di fatti e storie importanti. Sono sicura che chi arriva qui sta scappando da: guerre, carestie, morte e preferirebbe di gran lunga restare nel proprio paese, nessuno di noi sa cosa significhi affrontare viaggi del genere, per lasciarsi sangue e morte alle spalle e sperare in un futuro migliore. Certo sicuramente non riusciamo a gestire questo flusso di persone disperate e sì, lo sappiamo, l’Europa dovrebbe cooperare sinergicamente.

Ma noi? Noi cosa possiamo fare?
Iniziamo con il non giudicare senza sapere, informiamoci davvero, senza dare per vere tutte le notizie che ci propinano i media e andiamo alla fonte se possibile. Internet è uno strumento potente, non usiamolo solo per andare su Facebook e varie. Leggere, Leggere, Leggere è importante. E soprattutto, cerchiamo di avere ‘memoria storica’: tutto quello che stanno vivendo queste persone è la storia che si ripete.

L’Italia è la mia nazione, sono nata qui e ne vado molto fiera e non voglio più sentirmi straniera nel mio Paese.

MARITÈ KABUTAKAPUA

 

MARITÈ KABUTAKAPUA