TEORETICA DI UN’AMMINISTRAZIONE

Il sindaco di Roma ha presentato le sue dimissioni. Ci vorranno 20 giorni perché diventino efficaci ed irrevocabili. Da quel momento si scioglierà il consiglio comunale, cesseranno le cariche politiche, gli incarichi a contratto, gli uffici di supporto all’Amministrazione, quindi lasceranno anche i presidenti dei municipi, gli assessori, le commissioni, varie ed eventuali… Entro 90 giorni il prefetto Gabrielli unico sopravvissuto e fortunatamente ancora lucido, a presidio della desolata Walking Dead Valley Capitale, nominerà un commissario straordinario che avrà il potere di sindaco, giunta e consiglio e dovrà sostanzialmente svolgere il lavoro di tutta questa gente, in quindici municipi, fino alle prossime elezioni che non potranno avvenire prima del giugno prossimo. Facendo due conti e un paio di incroci con cavilli di leggi e articoli, il nuovo equipaggio dalla nave Roma, qualsiasi sia la bandiera che innalzerà, non sarà davvero ai comandi della città prima di autunno prossimo, anche perché dopo le elezioni ci sarà l’estate e con la faticata della campagna elettorale, un po’ di vacanze le vorrai dare o no ai poveri neo eletti?!

Nel frattempo il 5 novembre inizierà il processo a Mafia Capitale che certamente farà emergere nuovi interessanti dettagli sul “Pasticcio Metropolitano” e che porteranno via altro tempo e risorse ai sopravvissuti della capitale. Quindi sostanzialmente almeno un anno di limbo che ancora di più andrà ad allargare quella voragine amministrativa e politica che il sindaco dimissionario Marino, pur con tutte le sue leggerezze politiche e strategico comunicative, stava cercando di colmare con contenuti nuovi e onesti, prima che anche il portiere del suo palazzo lo accusasse di avere imbrattato con i pennarelli i muri della cantina condominiale e rubato i vasi di gerani.

Già, un anno di limbo che si inserisce perfettamente all’interno, udite udite, di un Giubileo, quello della Misericordia, dove ovviamente con sedi vacanti e controllori provvisori sarà molto più facile dirottare fondi e finanziamenti dove non dovrebbero andare. È la tecnica dei giochi di prestigio: non è tanto il trucco a fare la magia quanto la capacità di spostare  l’attenzione degli spettatori su qualcos’altro per… et voilà! Far sparire il Colosseo nel cappello!

Ma queste cose più o meno si sanno, o si intuiscono; quello però che non viene mai detto è cosa accade in situazioni come queste ai servizi e quale è l’impatto di continui cambiamenti politici e amministrativi su chi poi questa Roma la deve “servire”. La risposta? Lo smembramento delle funzioni, la creazione di falle e vuoti nel sistema che lasciano poi spazio ad attività non programmate e gestite dall’impresa, associazione o cooperativa di turno, sperando che anche quest’ultima non sia scritta nel libro paga del Cecato.

Tutti restano ad aspettare i nuovi eventi, i nuovi dirigenti, la nuova linea politica, “tanto a che serve programmare ora se poi si deve cambiare linea tra poco?”. Sì, è vero che “l’ordinaria amministrazione” deve essere garantita, ma vi risulta che a Roma ci sia qualcosa che non sia stra-ordinario? Ancora oggi, nonostante la lezione Mondo di Mezzo, nella maggior parte degli affidamenti si continua a fare proroghe mensili che ovviamente arrivano quando il servizio è già stato reso. E non è incuria degli amministrativi, ma semplicemente il fatto che, con dirigenti vacanti, rotanti, delocalizzati o arrestati, non si riesce fisicamente a far firmare i documenti. Ci stava provando Marino ad uscire fuori dal maelstrom, piano piano, un passo alla volta, ma vuoi mettere il brivido dell’incertezza? E allora eccoci di nuovo alla deriva!

Quello che manca a Roma è un organismo che, indipendentemente dal politico di turno, possa restituire la fotografia, anzi il film, giorno per giorno dei problemi della città e lavorare alle loro soluzioni oggettive. Se c’è una buca c’è una buca e non credo serva un consiglio comunale per tapparla o rifare la strada; se abbiamo 10.000 persone senza dimora che vivono in strada e ci sono 1000 posti scarsi di accoglienza, non serve una delibera per capire che ne mancano 9000! Ma se non è l’assessore che indirizza, il direttore che approva, il dirigente che determina… quella buca non viene coperta ed i senza dimora restano senza, dimora. E se assessori, direttori e dirigenti continuano a saltare e a cambiare, ma mi volete spiegare chi diavolo autorizzerà l’acquisto del cemento o l’apertura delle strutture? Tanto vale prendere la cazzuola e coprircela da soli quella buca; e magari piantarci sopra una tenda per i senza tetto.

Ecco allora che nel sociale di Roma le Caritas parrocchiali, il volontariato e le associazioni religiose diventano il modello di intervento per risolvere i problemi della povertà della città. Per forza, non hanno bisogno di programmazione, non hanno bisogno di fondi, sono autonomi e indipendenti dal sistema politico e amministrativo. Allora forse aveva ragione chi spingeva verso un Welfare basato sul volontariato. E in fondo in parte va anche bene come primo supporto, per raccogliere e distribuire pasti e coperte, per restare vicini agli anziani soli, per organizzare le giornate ecologiche, o le raccolte fondi; e fa bene anche spiritualmente, come movimentazione di anime, di emozioni e di buone azioni, e anche in fondo per far vedere che siamo la capitale della solidarietà e della misericordia (Giubileo! Giubileo!).

Ma poi quando si va a cercare un posto per dormire o un lavoro per un immigrato, quando si deve rinnovare un permesso di soggiorno per motivi umanitari,  o dare supporto per accompagnare un utente a fare la chemioterapia: il vuoto. Quando si cerca di capire come mai le due vecchie sorelle che da trent’anni girovagavano per la stazione Termini, dopo essere state finalmente (a giugno scorso) portate in una struttura sanitaria di ricovero grazie ad  anni di lavoro e concertazione dei servizi sociali istituzionali centrali e locali siano di nuovo in strada: il vuoto. Non c’è analisi e quindi non c’è programmazione e ad agosto, se Dio vuole, anche i volontari vanno giustamente in vacanza.

L’ultimo piano regolatore, quel documento che dovrebbe organizzare e sistematizzare l’assistenza alle persone più deboli seguendo le indicazioni della legge 328/2000, è stato redatto nel 2002  ben tredici anni fa. Negli ultimi sei anni sono stati effettuati tavoli cittadini, incontri assemblee per tentare ogni volta di arrivare ad un nuovo documento che fornisse un indirizzo, recependo i cambiamenti, continui delle evoluzioni della città, ma, nonostante gli sforzi fatti e le risorse anche economiche messe in campo, nonostante le numerose conferenze stampa in cui si “rivendeva la pelle dell’orso prima di averlo preso”, non si è mai arrivati a fine corsa, ossia all’approvazione da parte del consiglio comunale e quindi alla trasformazione di quegli indirizzi in pratiche e in servizi. Perché? Perché ogni nuova amministrazione nei pochi anni di governo, mesi a volte, giorni quando vittima di improvvisi rimpasti di giunta, non è mai riuscita a (o non ha mai voluto) “abbracciare” e dare continuità alle scelte dei predecessori; e non solo quando il colore della giunta cambiava ma addirittura all’interno della stessa fazione politica. In pratica un nuovo assessore difficilmente accetta le linee di indirizzo proposte dal precedente; a volte non le conosce proprio, ma questi sono dettagli.

Ecco, a mio parere, il dramma più grande della politica: l’incapacità nel riconoscere cosa di buono sia già stato fatto per il bene del paese o della città, indipendentemente dal fatto che chi lo abbia realizzato “ci stia sulle palle” o meno, indipendentemente che questo porti o tolga voti al proprio partito, ma solo per il bene della città e dei cittadini.

In questo delirio mentre indaghiamo sulla data degli scontrini del bar del campidoglio per capire se quel caffè sia stato offerto all’ambasciatore del Ghana, a Mark Zuckerberg, alla zia del sindaco o alla nipote di Mubarak (a proposito, a quanto ammontavano gli scontrini di quella tizia?), i vari “cecati”, camorristi, o malviventi di turno ridono di noi e si organizzano per fare la prossima mossa e mettere le mani anche sul gruzzolo giubilare. Non vogliamo portare  anche a loro un po’ di misericordia? Tanto, sempre che si riescano a finire almeno quelli di lavori, basterà attraversare la Porta Santa che inaugurerà proprio il Papa nel nuovo ostello della Caritas a Via Marsala il 18 dicembre per essere perdonati no? Prevedo una lunga fila…

Tutto questo sempre che il caro Marino non faccia il suo ultimo colpo di coda e decida di resistere in barba a partiti, zingari, vigili, mafiosi, al mondo di mezzo di sopra e di sotto, ai movimenti stellati, agli smile di whatsapp, ai like & don’t like di facebook , twitter, instagram e linkedin, e in barba pure al portiere del suo condominio, perché alla fine si è saputo, i muri non li aveva imbrattati lui e non si era neanche fregato i gerani. Era stato il nipote di otto anni dell’inquilino del quinto piano: un giornalista di Repubblica!