È giusto dare il massimo risalto possibile all’appello di Padre Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli, che deplora come i media abbiano smesso di dare conto delle notizie dei migranti morti nel tentativo di raggiungere l’Europa: “Ieri sono morti almeno 35 migranti – scrive iL gesuita – tra cui 11 bambini. Oggi le prime pagine di molti giornali non ne danno notizia.

È la prova che ci stiamo tragicamente abituando alla morte, prima degli uomini, poi delle donne, ora persino a quella dei bambini”.

Come dare torto a Ripamonti? Eppure tutto, nel nostro mondo, ci parla di migrazioni, di scambi, di uomini che si spostano per stare meglio e per incontrare altri uomini. È curioso che i grandi difensori del diritto naturale, che in questi giorni occupano – loro sì – le prime pagine dei giornali italiani per contrastare l’iter del disegno di legge Cirinnà, ignorino che andare è nella natura degli esseri umani. È chiaro sin dagli albori della nostra tradizione culturale, da quell’episodio della Torre di Babele, quando Dio disapprova un’umanità arroccata in un luogo solo, che è insieme baluardo difensivo e segno di superbia: una risalita al Cielo con la sola forza della propria tecnica. L’umanità descritta dal disegno di Dio, secondo i primi capitoli della Genesi, deve crescere, deve moltiplicarsi, deve popolare la terra, tanto che il Padre Eterno ritiene utile confondere le lingue degli uomini, perché quel parlare monotòno, quel monolinguismo che si protegge dal diverso, non va bene. È dunque palesemente naturale che gli uomini vadano popolando la terra, ondeggiando al ritmo dei decenni o dei secoli da un posto all’altro, prima in fuga, poi al sicuro, poi di nuovo in marcia.

In prima pagina, oggi, c’è invece la notizia, storica, di un imminente incontro tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill a Cuba. Un argentino, figlio di emigranti piemontesi, in viaggio verso il Messico, incontrerà un russo, in un’isola che è stata terra di immigrazione, deportazione, ma anche luogo da cui tanta gente è fuggita perché perseguitata.

Due Patriarchi, entrambi a capo di comunità lungamente perseguitate – i cristiani di Roma diciotto secoli fa, quelli di Mosca solo il secolo scorso – fratelli di altri Patriarchi di chiese perseguitate oggi, in Siria, in Egitto, in Africa, in Pakistan, si stringeranno la mano per la prima volta in un terreno che qualcuno ha definito neutro. A me neutro non pare. Mi pare piuttosto una splendida allegoria del mondo: una natura rigogliosa in cui la gente da secoli va e viene, attratta da opportunità di benessere (come gli zii dello scrittore libanese Amin Maalouf emigrati a Cuba all’inizio del XX secolo) oppure in fuga dalla persecuzione politica (come la figlia dello stesso Castro).

Il mondo è esattamente questo. E in questo mondo si incontrano con gesto profetico due uomini anziani, che hanno memoria personale di persecuzioni, che hanno ascoltato i racconti di chi ha affrontato viaggi pericolosi per salvarsi la pelle o per non far morire di fame i propri figli, o forse soltanto perché troppo stanchi di sopportare “il torto dell’oppressore, l’insulto dell’uomo superbo, il ritardo della legge, l’insolenza dei governanti”, come diceva Amleto.

I Trentacinque che sono morti ieri, insieme a quelli di cui non conosciamo la fine, sono come i genitori del Papa, come i confratelli del Patriarca di Mosca, come gli esuli cubani e gli schiavi loro antenati. Davvero qualcuno crede che possano essere fermati? Che possano essere parcheggiati in Turchia con i soldi dell’Europa, che se ne libera come di figli illegittimi?

Davvero non riesco ad accettare che questo nostro continente abbia dimenticato non dico i suoi figli che sono stati emigranti, ma i suoi venticinque secoli di civiltà e ragionamento sull’uomo e sulla società. Ignoriamo, ad esempio, che a Roma la discussione sull’estensione del diritto di cittadinanza è durata tre secoli, dalla Lex Plautia Papiria alla Constitutio Antoniniana, ed è finita con la concessione a tutti i cittadini dell’impero, mentre oggi i nostri scarsi legislatori ancora si chiedono cosa fare di gente che nasce e studia qui.

Forse, nell’esaltazione dei diritti individuali, che tanto piace al dibattito contemporaneo, ci si dimentica che quei diritti non cancellano i doveri che la somma degli individui ha verso i propri simili.