La panoramica che Romano Prodi ha fornito della situazione socio-politico-economica dell’Africa, durante la presentazione del Rapporto Annuale 2016 del Centro Astalli, è stata interessantissima e comunicativamente assai gustosa.

Intanto, ci ha fatto ricordare che è possibile spiegare una situazione molto complessa con parole semplici, senza tuttavia banalizzarne, appunto, la complessità. In secondo luogo, ci ha confermato quello che facilmente anche noi profani – mentre Prodi, oltre ad una serie di “emeritati” di altissimo livello, ha oggi l’incarico di Inviato Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per il Sahel, quindi ne sa – avevamo intuito, cioè che l’immigrazione dall’Africa continuerà a crescere più o meno per tutto il secolo XXI. Bisogna mettersi il cuore in pace.

Un dato tra i tanti elencati dal Professor Prodi: l’età mediana dell’Italia è 46 anni; quella di alcuni Paesi della fascia subsahariana 17. Significa che noi siamo vecchi e loro giovani e che, come disse Nostro Signore, da vecchi qualcuno ci cingerà la veste e ci condurrà dove noi non vogliamo.

Per rendere questa operazione meno dolorosa, sarebbe bene ragionare di immigrazione in maniera non ridicola, costruendo cioè muri di filo spinato alle frontiere, a beneficio dei media sensazionalisti e dei cittadini male informati da politici irresponsabili, ovvero deportando a carissimo prezzo (6 miliardi di euro!) i profughi in Turchia. Sarebbe bene, cioè, governare il processo.

Ma di tutte queste cose abbiamo già parlato.

La cosa che colpisce di più nell’intervento di Prodi, però, è l’autorevolezza delle fonti: ONU, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Ministeri vari. Non è, quindi, un collettivo di volontari anarcoidi ed invasati, ma il gotha delle istituzioni mondiali che dice che l’immigrazione è un fenomeno strutturale, in espansione, inarrestabile e, soprattutto, potenzialmente utile.

Dunque la famosa domanda nasce spontanea: perché i nostri politici, nazionali ed europei (che poi son gli stessi), ma anche locali, continuano a reagire in maniera tanto assurda e antieconomica? E i giornali, ipocriti quant’altri mai (vedasi il Corriere della sera del 19 aprile, con foto di immigrato sì sul barcone, ma che tende in alto il suo cellulare, come se si facesse un selfie, mentre con tutta probabilità cercava campo per chiedere aiuto), continuano a dire che sì, poverini, però poi rubano e stuprano.

Vero, rubano e stuprano, anche. Sono i rischi del mestiere, che conosciamo per avere ladri e stupratori nostrani. Nessuno dice che immigrazione e integrazione non siano sfide epocali. Reagiamo, però, alla pochezza dei nostri decisori politici almeno con scaltrezza, se non con spirito di solidarietà! Facciamo guadagnare ad Alitalia le migliaia di euro che gli immigrati sborsano agli scafisti: non avremmo morti e non arricchiremmo i criminali. Facciamo pulire strade e fossi, invece di regalare manovalanza alle mafie dello spaccio e della prostituzione. Insomma, facciamoci, se non buoni, almeno furbi.

Post scriptum.
Nel capitolo intitolato “Vanadio” de “Il sistema periodico”, Primo Levi racconta di essersi imbattuto casualmente, in una corrispondenza di lavoro (lui era un chimico), con il responsabile del laboratorio in cui era stato impiegato durante la sua prigionia ad Auschwitz, cui sopravvisse forse proprio grazie al suo mestiere, che era utile al nemico:

Ritrovarmi, da uomo a uomo, a fare i conti con uno degli “altri” era stato il mio desiderio più vivo e permanente del dopo-Lager. Era stato soddisfatto solo in parte dalle lettere dei miei lettori tedeschi: non mi accontentavano, quelle oneste e generiche dichiarazioni di pentimento e di solidarietà da parte di gente mai vista, di cui non conoscevo l’altra facciata, e che probabilmente non era implicata se non sentimentalmente. L’incontro che io aspettavo, con tanta intensità da sognarlo (in tedesco) di notte, era un incontro con uno di quelli di laggiù, che avevano disposto di noi, che non ci avevano guardati negli occhi, come se noi non avessimo avuto occhi. Non per fare vendetta: non sono un Conte di Montecristo. Solo per ristabilire le misure, e per dire “dunque?”.

Occorrerebbe riflettere bene su queste parole.