Se ci fosse un campionato per le discipline artistiche più solitarie del mondo, credo che scrittura se la giochi bene per aggiudicarsi uno dei primi posti. Lo scrittore è solo mentre pensa, è solo mentre scrive e spesso è solo anche quando pubblica, visto che in Italia i libri vendono pochissimo.

Tuttavia ci sono delle grandi eccezioni a questa solitudine. Me lo ricordo ogni volta che partecipo a un laboratorio di scrittura e quello che ho tenuto a giugno al Binario 95 è stato particolarmente esemplare. Addirittura i miei allievi erano persone “senza fissa dimora”. Come dire “sole” per definizione, a rischio emarginazione, ecc… E tuttavia tutte queste solitudini sedute allo stesso tavolo (la solitudine della scrittura, la loro e anche la mia che non è niente male) hanno fanno succedere qualcosa di molto diverso dalla solitudine.

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Il laboratorio di scrittura tenuto da Claudio Morici

Quando si scrive, si entra in una comunicazione sfalsata nel tempo. Io ti scrivo adesso quello che penso e quello che mi succede, tu lo leggerai domani o chissà quando, in ogni caso quando non starò più scrivendo. (Eppure, se è scritto bene, tu avrai l’impressione che io sono lì, davanti a te, in quel momento). Questo sfalsamento, tra l’altro, fa sì che io mi senta più a mio agio quando scrivo, che possa pensare bene a come dirtelo, che mi rilegga e magari che possa scegliere di non dirtelo più. È così che funziona. Nei laboratori come il nostro, però, questo meccanismo viene mandato all’aria. Io scrivo una cosa e la leggo davanti a tutti dopo 15 minuti che l’ho scritta. Lo stesso vale per gli altri. Praticamente ognuno ascolta quello che ha scritto per la prima volta insieme agli altri.

Devi fidarti. Se sei tu a coordinare il gruppo devi fare in modo che gli altri si fidino. Quello che credo di aver fatto per stabilire questo rapporto è dimostrare come la scrittura può parlare di noi, senza parlare direttamente di noi. Come se fosse una firma, dalla quale si capisce chi sei anche se non ci leggi luogo e data di nascita. Le persone che partecipavano avevano esperienze di vita incredibili e molto delicate, che mi hanno solo accennato. Spero abbiano avuto occasione di esprimere agli altri quello che sono affinando uno strumento che, da una parte maschera il contenuto, dall’altra lo ingrandisce. Io pratico questa disciplina da 20 anni. Se racconto la storia di un ragazzo biondo mai visto prima che mi mostra in foto l’insegnante, dove compaiano le parole “viaggio” e “fine” (è un esempio di esercizio) è probabile che parli di me molto più che se l’esercizio fosse stato “parlami di te a modo tuo”.

La cosa più incredibile, dal mio punto di vista, è l’evidenza che ognuno di noi rappresenti un intero genere letterario. Un genere che assomiglia sempre a un altro genere più canonico (tra di noi c’era chi scriveva alla Fante, chi alla Calvino, e chi era decisamente postmoderno, tanto per fare un esempio), ma che porta con se anche caratteristiche tutte sue. A forza di leggerci ad alta voce e di ascoltarci questo diventava evidente. E riconoscerci attraverso il genere letterario che uno rappresenta è un gioco utilissimo e devo dire anche divertente. È un passo importante per il controllo della propria scrittura, la costruzione di uno stile ma è anche utile per intuire il senso profondo delle tecniche di scrittura. La verità si serve di regole, meccanismi, tecniche, strategie, almeno quanto di sincerità. E anche se questa verità non verrà mai raggiunta, tantomeno da noi, cercarla insieme ci fa sentire un po’ meno soli.

Autore: Claudio Morici

GALLERIA FOTOGRAFICA

Foto: Stefano Salvi