A Napoli il progetto ha avuto una configurazione diversa rispetto alla Capitale, a causa di una diversa strutturazione dell’Help Center che opera presso la stazione centrale. Il servizio, gestito dall’Associazione Centro La Tenda Onlus, rappresenta l’unico presidio sociale in stazione, mentre a Roma l’Help Center opera in stretta sinergia con altre strutture presenti presso lo scalo ferroviario e gestite dalla stessa organizzazione. Sono molti anche i servizi di accoglienza e di assistenza sanitaria che fanno capo all’Associazione Centro La Tenda Onlus, ma nessuno di essi si trova in stazione, come è il caso, invece, di Binario 95 a Roma Termini. All’Help Center di Napoli, quindi, ruota un numero ridotto di operatori, elemento che ha reso necessario prendere in considerazione un allargamento del gruppo target da coinvolgere nel percorso formativo. Tenuto conto del fatto che lo sportello di Napoli Centrale deve fare riferimento, per svolgere il proprio compito istituzionale di orientamento sociale, ad una vasta rete di soggetti attivi nel settore, si è deciso di allargare anche a loro l’opportunità di formarsi sul tema dell’accoglienza di genere, rappresentando essi, così come per Roma, un ulteriore livello di accoglienza degli utenti avvicinati in prima istanza in stazione. Da questo processo di coinvolgimento della rete si è giunti a formare, infine, un’aula di 17 partecipanti, appartenenti a numerosi servizi del territorio. Oltre all’Associazione Centro La Tenda Onlus:

  • l’Unità di strada Zona 2/Centro di Coordinamento S.Buttiglione
  • l’Unità di strada Zona 3/Centro di Coordinamento S.Buttiglione
  • il Centro di prima accoglienza del Comune di Napoli
  • l’Unità di strada Zona 1/Consorzio Gesco
  • il Comune di Napoli
  • la Fondazione M. Leone
  • il Binario della Solidarietà
  • l’Istituto Sant’Antonio La Palma (Centro di Accoglienza Notturno)
  • l’Associazione Napoli Insieme

In questo caso, la presenza di operatrici donne ha prevalso nettamente: ben 13, su 17 partecipanti.

La formazione è stata affidata all’Istituto Giuseppe Toniolo, presente in città da oltre 25 anni, che ha proposto di trattare, con l’obiettivo di accompagnare gli operatori nella costruzione di una metodologia di accoglienza in un’ottica di genere, i seguenti argomenti:

  • i vari tipi di colloqui (tempi, modalità, luoghi)
  • i punti rete, le collaborazioni
  • la comunicazione per costruire relazioni di fiducia
  • modalità di invio ad altri servizi
  • l’accesso alle risorse del territorio
  • la progettazione partecipata nelle situazioni multiproblematiche
  • la gestione degli incontri d’equipe
  • le emozioni degli operatori: distanza/vicinanza dalle persone prese in carico
  • la resilienza dei destinatari e degli operatori: “partire dalle risorse per affrontare le fragilità”

Anche nel caso di Napoli, è stata lasciata totale libertà ai docenti riguardo alla metodologia da applicare, che esse hanno voluto sviluppare di volta in volta in accordo con i discenti, in un’ottica partecipativa e funzionale anche alla loro provenienza variegata: alle lezioni frontali si sono alternati video, simulate, giochi di ruolo, esercitazioni e lavori di gruppo, con un approccio decisamente informale e fortemente incentrato sul coinvolgimento emotivo e sul pensiero riflessivo.

Diversamente da Roma, a causa della varia provenienza dei discenti, è stata decisa una distribuzione del corso su sei appuntamenti di tre ore ciascuno, per ovviare alla difficoltà di sottrarre risorse ai servizi differenziati per una giornata intera. Una sessione finale di valutazione, a cura dell’Istituto Toniolo, si è tenuta alla conclusione del ciclo formativo.

Al di là di qualche sforzo aggiuntivo nella fase iniziale dell’organizzazione, per tenere conto delle esigenze di un gruppo così eterogeneo, a Napoli il corso di formazione ha rappresentato un momento importante per il consolidamento della rete dei servizi cui fa riferimento l’Help Center, producendo così un risultato non previsto in fase progettuale, ma altamente significativo per la presa in carico partecipata degli utenti finali. Come si vedrà più approfonditamente nella sezione dedicata alla valutazione.

L’ISTITUTO GIUSEPPE TONIOLO
[www.istitutotoniolo.it]

La storia dell’Istituto Giuseppe Toniolo è strettamente legata all’Università Cattolica del Sacro Cuore, di cui promuove i valori fondanti: un’istruzione superiore adeguata e un’educazione informata ai principi del cristianesimo, nel rispetto dell’autonomia propria di ogni forma del sapere e secondo una concezione della scienza posta al servizio della persona umana e della convivenza civile. Dopo la creazione di un consultorio familiare presso l’Ospedale Gemelli di Roma, nel 1990 l’Istituto ha avviato un secondo Consultorio Familiare a Napoli che, pur ispirato – nella sua costituzione, organizzazione e modalità di lavoro – all’esperienza capitolina, è andato differenziandosene per tenere conto delle caratteristiche e dei bisogni del capoluogo campano.

Il Consultorio di Napoli riceve richieste per interventi relativi a problematiche sociali, psicologiche, sanitarie e relazionali che spesso si intrecciano e si sovrappongono e che hanno dato origine allo sviluppo di una fitta rete di relazioni collaborative con i servizi pubblici e del Terzo Settore.

Un tratto tipico dell’Istituto Toniolo sono i percorsi formativi rivolti ad operatori di consultori familiari, sia pubblici che privati, che sono attivati ogni anno a Roma e a Napoli, in collaborazione con l’Alta Scuola di Psicologia Agostino Gemelli.

I CONTENUTI DELLA FORMAZIONE 

Il percorso di formazione con gli operatori dell’Help center di Napoli, gestito dalla psicologa Anna Maria Cirillo e dall’assistente sociale Patrizia Ciotola, del Consultorio Familiare dell’Istituto G. Toniolo, è stato caratterizzato da un forte coinvolgimento dei partecipanti sin dalla fase di selezione dei contenuti da trattare. Le formatrici hanno lavorato per creare un clima di accoglienza e ascolto, che permettesse agli operatori l’approfondimento e lo scambio, su di un piano emotivo e di pensiero riflessivo, sui possibili percorsi di intervento a favore delle donne, vittime di violenza e tratta, e con forte disagio sociale, quali si possono incontrare all’Help Center e negli altri servizi verso cui sono orientate.

Secondo quanto concordato con i discenti durante il primo incontro, la formazione si è sviluppata lungo tre percorsi paralleli, risultati dall’applicazione di una metodologia di progettazione partecipata, che prevedeva una risposta alla domanda: “In base alla vostra esperienza e agli obiettivi del progetto, cosa vogliamo affrontare insieme nei prossimi incontri?”.

Gli operatori hanno risposto con attenzione e collaborazione alla costruzione del programma. È da rilevare che alcuni di essi si conoscevano, mentre altri si sono incontrati per la prima volta: ciò ha permesso di sperimentare una circolarità di comunicazione attraverso una conoscenza e approfondimento della diversità di intervento sullo stesso oggetto di lavoro (l’accoglienza delle donne e i possibili percorsi di accompagnamento). Non solo: ha consentito agli operatori che lavorano in rete nei diversi servizi di “riconoscersi” e di potersi confrontare in uno spazio neutro rispetto all’attività quotidiana – definito da una delle partecipanti come “spazio di benessere operativo” – approfondendo le reciproche competenze ed opinioni.

Tornando ai tre percorsi, il primo è stato rivolto alla costruzione e manutenzione delle reti interne al servizio di appartenenza e a quelle territoriali: un elemento, questo, che ha avuto un immediato riscontro nell’operatività dei servizi, facilitando i contatti e la gestione condivisa dei casi.

Il secondo percorso ha analizzato i tipi di approcci e colloqui possibili, in condizioni di precarietà e senza confini, in setting sfavorevoli, come i marciapiedi o la strada. In questo senso, le simulate hanno costituito un veicolo privilegiato per rafforzare gli strumenti a disposizione degli operatori.

Il terzo percorso, infine, ha preso in considerazione proprio la figura dell’operatore che impatta tanta sofferenza e criticità: “chi sono? dove opero? quale linguaggio uso? come mi sento? come mi tutelo?” sono state le domande che hanno guidato questo percorso di consapevolezza del proprio ruolo e della propria funzione relativamente alle problematiche di genere.

L’utilizzo di strumenti molto informali, come cartelloni, video, canzoni, giochi di ruolo, poesie, materiale fotografico per giungere alla rappresentazione di un concetto, tutti funzionali alla capacità di vivere esperienze sociali di costruzione, che il fatto di formarsi progettando ha alimentato. La formazione e la progettazione dialogica può svilupparsi solo in contesti in cui le diversità tra le  persone, tra i ruoli che ricoprono, tra gli apporti che riescono ad offrire, sono percepite come elementi insopprimibili della realtà, che occorre integrare e utilizzare per la loro ricchezza. È interessante come questo aspetto sia stato colto da tutti i partecipanti, che si sono detti arricchiti sia professionalmente che umanamente, beneficiando di un effetto secondario che il processo di empowerment, innescato dalla formazione, produce: cioè una forma di prevenzione dal burnout, tipico di chi svolge una professione sociale. La combinazione virtuosa degli aspetti umano e professionale si traduce, nelle professioni di aiuto, nel giusto equilibrio con cui l’operatore si deve porre di fronte al soggetto svantaggiato, senza lasciarsi sovrastare dalla negatività della situazione con cui è confrontato, ma evitando allo stesso tempo che il distacco necessario si trasformi, col tempo e l’abitudine, in indifferenza o disprezzo. Il corso di formazione, riunendo operatori attivi nello stesso settore, ma per organizzazioni diverse, e dando loro modo di confrontarsi, sembra avere favorito il senso di appartenenza ad un gruppo che condivide risorse e potenzialità, competenze e capacità propositiva, disinnescando così il senso di frustrazione comune in questo ambito professionale.

IMPATTO E RISULTATI

Per valutare l’apprezzamento del percorso formativo e il suo impatto sull’operatività nel contesto napoletano, è stato seguito lo stesso approccio creativo ed informale utilizzato per il corso. attraverso l’uso di immagini evocative estrapolate da un mucchio di riviste messe a disposizione dei partecipanti, i concetti chiave del lavoro sociale, approfonditi nell’esperienza formativa, vale a dire rete, colloquio e resilienza, sono stati rappresentati dai e dalle partecipanti in un’ottica di concretezza operativa in contesti di grave deprivazione psicologica legata alla violenza. Il ricorso ad una simbologia iconografica in grado di sintetizzare il portato emotivo ed esperienziale dei contenuti sviluppati ha avuto il merito di favorire una migliore comprensione dei concetti e di valutarne gli effetti sul piano professionale, prima e dopo la formazione.

Sarebbe troppo facile ricorrere agli stereotipi della fantasia e della creatività dei napoletani per descrivere i levitra discount walmart risultati di questo piccolo esercizio, ma ancora una volta non è possibile negarli. Da chi, per indicare cosa pensasse della rete prima del corso, ha scelto la foto di un famoso politico, commentando “Tutto fumo e niente arrosto”, a chi ha scelto l’indistruttibile Raffaella Carrà per indicare la resilienza, tutti i partecipanti hanno interpretato in maniera molto acuta il proprio percorso di crescita.

La rete

Continuamente evocata come conditio sine qua non per un intervento sociale efficace, la rete per alcuni resta un concetto teorico che stenta, nella pratica, a concretizzarsi. Ma tra i partecipanti alla formazione, che non sono altri che le maglie della rete che ruota intorno all’Help Center e che può essere attivata anche per una presa in carico in un’ottica di genere, essa esiste e può funzionare. Un gruppo di immagini tra le più significative, da questo punto di vista, mette in sequenza due eserciti avversari, un cane e un gatto che giocano insieme ed un’orchestra. La spiegazione è interessante: nella percezione dell’operatore che le ha scelte, si è partiti da una condizione di quasi belligeranza, “l’un contro l’altro armati” e, attraverso la condivisione del percorso formativo, si è arrivati ad una situazione di pacifica convivenza, ma l’obiettivo cui tendere è senz’altro l’orchestra, in cui i molti musicisti, suonando ciascuno il proprio strumento e seguendo le indicazioni del direttore, danno vita ad un insieme perfetto. Un proposito difficile, ma non impossibile, che richiede però una grande determinazione personale di tutti gli operatori, che un altro partecipante ha voluto rappresentare scegliendo un’immagine di Supereroi, indicando con molta arguzia cosa significhi oggi essere un operatore sociale.

Il colloquio

Se la rete è fondamentale per la presa in carico, il colloquio lo è per la comprensione della problematica di genere che la persona che si rivolge all’Help Center porta con sé, insieme alla richiesta d’aiuto. La relazione che si stabilisce con il colloquio può essere determinante per la persona vittima di violenza, come ha voluto rappresentare chi ha scelto l’immagine del salvagente, facendola seguire da una donna che guarda l’orizzonte, in una prospettiva di ripresa. Se le tecniche per affrontare il colloquio sono numerose, alcuni principi sono trasversali: qualcuno ha scelto l’immagine di un paio di scarpe, per dire che bisogna entrare in punta di piedi nella vita dell’utente, ricordando – l’immagine della molla – che quello del colloquio è un tempo mobile, che si allarga e si stringe a seconda di come reagisce la persona di fronte a noi, che può essere, come indica un’altra fotografia, sull’orlo di un precipizio. Per questo sono importanti il setting e la pazienza, perché il colloquio è come una gravidanza – lo dice l’immagine di una donna incinta – che porta ad un risultato attraverso una sofferenza che coinvolge anche l’operatore, che deve essere preparato anche ai risvolti più imprevedibili: l’immagine di un’insalata, perché “quando ci immergi la forchetta, non sai mai quale verdura ne verrà fuori”.

La resilienza

Tema per descrivere il quale i partecipanti alla formazione hanno avuto più difficoltà a trovare delle immagini giuste, la resilienza è un altro dei leitmotiv dell’intervento sociale: senza investire sulla capacità che ciascuno ha di reagire ad una spinta negativa, l’unico risultato che si può ottenere è di restare sempre più invischiati nella situazione da cui vorremmo uscire. Bene rappresenta questo sforzo da parte degli operatori l’immagine dell’uncino, con cui si può agganciare l’utente per aiutarlo a risalire, finché possa esplodere con tutta la sua energia, come la fotografia di fuochi d’artificio. Anche l’immagine della Raffaella Carrà – che non se la prenderà a male – spiega bene cosa significhi adattarsi ai cambiamenti, essere disponibili a ricominciare, lasciare tutto senza negare se stessi. Due immagini più poetiche descrivono quello che davvero c’è dietro la nozione di resilienza: riuscire a non spezzarsi quando si è stati piegati, come la ginestra, e rinascere, come una pianta piena di germogli, perché “in fondo, anche nell’utente più scassato, ci può stare la resilienza”.

ESPERIENZE

“Questa formazione mi ha arricchito non solo come operatrice, ma anche come persona”


“Questo è stato uno spazio importantissimo per la nostra testa: è come se avessimo visto un bel film”


“Ho potuto sfruttare il corso per il mio lavoro, soprattutto attivando la rete giusta per trovare la soluzione ad un problema concreto”


“Credo di avere acquisito maggiore consapevolezza sulla gestione delle risorse e sicurezza nell’agire: è proprio qui che si mostra la valenza del corso”


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