Ho pensato ad un modo per rendere meno pesante questo argomento ma non c’è: è intrinsecamente complesso. La legge dicono che “è uguale per tutti” ma a volte dubito sia così.

Ci si danno delle regole e ci si aspetta che vengano rispettate ma questo non vuol dire che siano sempre giuste. C’è chi si batte per cambiare le cose. Alcune questioni però se si migliorano da un lato, si peggiorano dall’altro. Ed allora il tema centrale sembra essere quello legato al male minore.

“Il legislatore italiano da tempo ha portato la sua attenzione sul problema complesso e pieno di aspetti delicatissimi sotto tanti profili, della condizione delle madri e dei minori che accompagnano la genitrice nelle condizioni di reclusione. Già il vecchio ordinamento penitenziario del 1975 prevedeva in questi casi forme attenuate di detenzione” ci spiega Gustavo Imbellone, membro del comitato direttivo dell’Associazione A Roma, Insieme – Leda Colombini e prosegue “la battaglia oggi è quella di ottenere una coerente applicazione della legge: a queste condizioni la legge 62/2011 può rappresentare veramente il “meglio” rispetto alla situazione passata”.

Con la legge 62/2011 il Parlamento ha inteso valorizzare il rapporto tra detenute madri e figli minori: “La legge introduce la “novità” in base alla quale in linea generale mamma e figlio minore (di tre anni) non debbano passare i loro giorni all’interno delle carceri. I meccanismi della legge, però, frutto di compromessi e di troppe incertezze, non hanno rappresentato nei fatti la vera svolta”.

Visto che viene sottolineata l’importanza di non far passare ai bambini i primi anni di vita dentro ad un istituto penitenziario, la legge prevede in generale le case famiglia protette come luogo ove mamme e bambini fino ai sei anni possano vivere. Al momento non è stata ancora aperta alcuna struttura di casa famiglia protetta, come la legge prevede.

E a Roma, al momento, si sta si sta realizzando la “Casa di Leda”, un progetto nato dall’intesa tra amministrazione penitenziaria, Roma Capitale e Fondazione Poste, finanziatore del progetto. Perché un’alternativa alla detenzione è c’è.

Salvo, ovviamente, situazioni di esigenze cautelative di eccezionale rilevanza, cioè tutte quelle situazioni che facciano seriamente ritenere che non ci siano alternative alla detenzione carceraria come forma di estinzione della pena. In questi casi il giudice decide che la donna e con sé il bambino debbano essere trattenuti dentro le mura del carcere.