Foto: Stefano Salvi

Perché è noto che la scrittura è terapeutica? Perché permettere che una narrazione abbia luogo tramite il mezzo scritto è curativo, meglio degli effetti benefici di un’erba officinale lasciata in infusione, di una lezione di yoga infrasettimanale, di mezza tavoletta di cioccolato fondente? Perché questo per una persona in stato di disagio sociale sembra un risultato enorme?

Provo a dare una risposta. Perché scrivere è comunicare, quindi comunicare a qualcun altro. E comunicare a qualcun altro per certe persone senza dimora è il tema di una vita, a volte un tema mai svolto o interrotto molto presto.

Per alcuni esseri umani, in alcune società, narrare o narrarsi, nel senso di fornire di senso accadimenti vari, essere in una comunicazione “a due, a tre.. a mille” significa avere la possibilità di essere “visti”, visti emotivamente da uno, due, da mille altri individui. Essere visto da un altro a volte è esistere, come, ad esempio, quando hai la mano che non si muove per diversi minuti e per sentire che ce l’hai devi spostarla e il contatto col pantalone ti ricorda che hai una mano.

Qualcuno diceva che “si conosce per differenza”. Se stai fermo, se ti sei chiuso in te stesso per trecento milioni di motivi, se nella tua zona di comfort ormai ci sei rimasto solo tu, vuol dire che non conosci più e dopo un sacco di tempo che non conosci, che non scambi, che sei deprivato, dubito che si possa affermare con molta leggerezza di esistere.

Se poi quello che comunichi, che narri, il senso che restituisci alle cose accadute, aveva prodotto in te, tanto tempo fa o poche decine di minuti prima, disorientamento o mancanza di equilibrio, si può proprio affermare che scrivere è un gran bel risultato. Se poi riesci anche a farti riconoscere in quel che scrivi, nel senso che riesci a dire ancora qualcosa proprio di te stesso, ci si avvicina molto a quel che avviene nelle situazioni terapeutiche, ci si sente accettati, confermati e anche solo per questo rispettati. Il rispetto.

Tutta questa questione dello scrivere rappresenta un’esperienza unica di condivisione, che è roba rara se dormi in un centro d’accoglienza o partecipi ad un laboratorio di scrittura creativa in un centro diurno per persone senza dimora. Provare a dire qualcosa sulla propria individualità, per tutto quello che abbiamo detto, rafforza l’identità e il tema identità per chi una volta era, non so, il fabbro del quartiere e oggi è una persona che dorme alla Caritas, è roba da toccare con le pinze: il riconoscimento di se stesso, anche attraverso la scrittura, ha un valore in-so-sti-tu-i-bi-le.

Foto del laboratorio di scrittura al Binario 95: Stefano Salvi