MEMORIE SENZA DIMORA: RICORDI D’INFANZIA

La mia infanzia mi riporta alla vita domestica, alla mia casa di Pomezia e alla mia famiglia.

Il mio primo ricordo di bambino è legato ad un piccolo incidente domestico. Una mattina come tante, io e mio fratello stavamo giocando a ‘tana libera tutti’. Eravamo in casa con nostra nonna e lei stava preparando la pasta e fagioli. Nel tragitto tra la cucina e la sala, ci siamo scontrati, e mi sono provocato una grossa ferita all’arcata sopraccigliare. Una folle corsa in ospedale, 10 punti di sutura e venti giorni a letto.

Verso i 5 anni, nascosto sotto il lavello, mi sono alzato di scatto ed ho battuto la fronte. Pure in quella occasione ho visitato l’ospedale: 5 graffette poi a casa.

Insomma, giorni passati, come tutti i bambini, a giocare e fare marachelle. Il rapporto con i miei genitori era stupendo, e con mio fratello altrettanto.

Ricordo che durante il periodo estivo ci portavano  alla colonia “Santa Marinella” a Fiumicino.  Con mamma e papà andavamo al ristorante vicino al porto e nostro padre offriva alle educatrici un semplice omaggio: una bottiglia di profumo perché erano premurose e garbate con tutti noi. Con i bambini mi divertivo, anche se non sapevo nuotare. Arrivavamo tutti vicino alla boa.

Siamo andati in questa colonia per 5 anni, sono state vacanze bellissime, dopo tutto si stava bene e il mio passatempo erano le barche: mi piaceva osservarle, quando visitavamo il porto. C’erano anche dei ragazzi che non avevano i genitori, ma noi grazie a Dio ci siamo rimasti solo i periodi estivi.

Un anno, invece, abbiamo fatto visita ai nostri nonni e ai nostri zii presso la zona San Paolo. Ci hanno fatto tanti regali: un pallone di cuoio, un monopattino e una bicicletta. Appena sceso per la strada a provare la mia bicicletta, sono andato ad urtare contro un’autocisterna ferma.

A 6 anni sono entrato alla prima elementare a Roma, presso via del Gazometro, alla scuola “Nicolò Tommaseo”.

Lì avevo conosciuto un bambino che aveva buone doti nel disegno, si chiamava Gianni Loche. Era il mio vicino di banco stavamo sempre insieme. La scuola “Nicolò Tommaseo” ha poi chiuso per ristrutturazione. Così ci siamo trasferiti tutti presso la “Principe Amedeo”, dove io ho ripetuto la terza perché l’anno prima mi avevano bocciato.

Ripensandoci, nella mia famiglia erano tutti un po’ particolari. Un giorno, avevo forse sette anni, con la mia famiglia siamo andati a fare una scampagnata ai Castelli con la macchina. Guidava la zia Giorgina.

Mentre stava sorpassando le auto a tutta velocità, cantava a squarciagola. Gli altri guidatori gli urlavano dai finestrini: “A more’ che stazione è questa?”. E lei: “È una stazione umana”. E noi, tutti giù a ridere, perché sì, si rideva per poco.

A Natale, invece, si stava tutti insieme e mia madre cucinava tante cose buone anche se mio padre era carcerato. È risaputo che le meglio feste lui le ha passate in carcere, dove è rimasto per due anni. Passiamo alla sua professione: borseggiatore per guadagnare qualche soldo per la famiglia, anche se la discendenza era nobile, la sua famiglia era di sangue reale.

Mia madre nel frattempo andava avanti con il suo lavoro, come operaia in una fabbrica di medicinali. All’assenza di mio padre non mi sono abituato facilmente: io e mio fratello, spesso in custodia di zie e parenti, mentre mia madre andava a lavorare, facevamo un chiasso infernale.

Poi mio padre è uscito di galera e la sua prima tappa è stata la stazione Termini, dove è rimasto un po’ di tempo, spendendo tutti i soldi che aveva risparmiato in carcere.