Parlando di nonni, ho chiesto alla mia adottiva” di raccontarmi la sua storia. È impressionante ed avvincente, soprattutto perché, quelle cose che per te evocano lezioni di storia o gite scolastiche, lei le ha vissute. È lo spaccato di un diario ipotetico di Lotte Dann Treves, nata ad Augsburg (in Germania) nel 1912. Lotte era la più piccola di cinque sorelle. Trascorse la sua infanzia in Germania fino a quando fu costretta ad abbandonarla a causa del Nazismo. Si laureò in medicina a Torino e conobbe suo marito – un italiano – a Londra, ma le è sempre rimasta nel cuore la sua casa ad Augsburg.

“I Dann erano l’unica famiglia con questo nome ad Augsburg e, per quanto si diceva, in tutta la Germania. In pieno nazismo i miei ricevettero una lettera di un signor Dann da una città della Renania, che voleva indagare se ci fosse una parentela; informato del fatto che eravamo ebrei, si astenne da ulteriori indagini, a differenza di Paolo (mio marito) che scrive: “Solo quando cominciò la lotta antisemita in Italia, il fatto di essere ebreo divenne qualcosa di distinto dall’essere uomo”. Per me e per le mie sorelle il fatto di essere ebrei era di importanza decisiva.

Non che fossimo particolarmente religiosi o ortodossi. Eravamo, persino, orgogliosi di discendere da uno dei grandi riformatori, il nonno materno di nostro padre, che si era impegnato a liberare l’ebraismo dalle incrostazioni fossili del ghetto, aveva tradotto in tedesco le preghiere e i canti della liturgia e posto l’accento sul ruolo delle donne nella comunità. Siamo state allevate nella credenza di un essere supremo non descrivibile e non conoscibile, che emanava un rigore morale severissimo. Questo voleva dire non dire bugie, non fare le altre cose vietate esplicitamente, amare e obbedire ai genitori e alle sorelle maggiori, essere scolare assidue e diligenti che prendevano quasi sempre buoni voti. La cosa più importante di tutte era che bisognava avere riguardo per chi soffre e per chi, da qualsiasi punto di vista, è più debole di noi. Si celebravano le feste ebraiche e i nostri genitori digiunavano per 24 ore il giorno del Kippur. Ma soprattutto, nostro padre era molto impegnato nella vita della Comunità ebraica: era responsabile per tutta la parte organizzativa degli aspetti non liturgici, ed è soprattutto merito suo, infatti, se la bellissima sinagoga, cominciata a costruire nel 1913, è stata compiuta ed inaugurata nel 1917, malgrado la guerra. In quella occasione, le mie sorelle ebbero un ruolo importante: dovevano porgere al presidente della comunità la chiave d’oro del nuovo tempio su un cuscino di velluto rosso, ed Elisabeth doveva recitare una poesia di cui anche a 90 anni e passa ricordava ancora alcune strofe.

L’altro aspetto del nostro essere ebrei era l’antisemitismo, anche questo di importanza decisiva. Avevo cinque anni quando mia madre mi fece questo discorso: “Tu sei petulante e ti metti in mostra, ma sei ebrea e la gente non dice la piccola Dann è petulante, dicono quella piccola ebrea è petulante e si mette in mostra, perché ci sono persone che odiano gli ebrei”. In altre parole bisognava evitare qualsiasi atteggiamento o comportamento che potesse provocare o giustificare l’antisemitismo.

Quando io sono nata i miei stavano già da due anni nella casa con giardino dove sono cresciuta. Era una casa non lussuosa, arredata con gusto raffinatissimo e sobrio e molto comoda. E per me era soprattutto importante il giardino perché le mie sorelle erano a due a due, io invece ero scompagnata, ma grazie al giardino con la cassetta della sabbia, l’altalena e l’attrezzo per arrampicarsi, venivano volentieri da me le amiche di cui due erano figlie uniche che vivevano in appartamenti”.

Racconto tratto dal libro Dalla mia finestra, di Valeria Farina