Innamorato del suo Paese, Abdel Aziz, oggi ospite dei Binario 95, ha 63 anni e vive in Italia da 36.

Aziz, raccontaci un po’ di te.

Mio padre mi ha dato il nome di un suo amico, che poi ho conosciuto: era un bel signore, si chiamava Abdel Aziz come me. Aziz vuol dire “servo del caro, servo di Dio”.

Da dove vieni?

Dall’Egitto sono arrivato in Italia 36 anni fa. Sono entrato in Italia nel dicembre del 1980, faceva tanto freddo, e dall’inizio ho sempre lavorato. Il mio primo lavoro è stato quello di lavare i piatti ed è durato un paio di anni, circa. Lavorare al ristorante, però, per era difficile e faticoso, non era un lavoro che preferivo, così cambiavo spesso posto.

Io ed un mio amico abbiamo deciso di lasciare l’Egitto insieme, prendendo il visto dal Paese che ce lo consegnava prima. La prima tappa che abbiamo esplorato è stata l’ambasciata francese: il visto ce lo avrebbero concesso dopo 48 ore. Ma era troppo tardi per noi. Così ci siamo recati all’ambasciata italiana, dove ci hanno dato subito il nostro visto. E così, dopo qualche giorno, siamo arrivati in Italia.

Siamo andati prima a Milano, era dicembre, faceva molto freddo. Il mio abbigliamento invernale egiziano non era assolutamente adatto a quelle temperature, sentivo freddo, così ho detto al mio amico: “Senti: o andiamo a Roma o torniamo in Egitto”. E così siamo arrivati a Roma.

A Roma ho conosciuto gente della mia zona, che si riunivano spesso.

Avevo molte difficoltà con la lingua, cercavo di parlare inglese, ma pochi italiani lo conoscevano: era una situazione imbarazzante. L’italiano era una lingua strana per me, avevo problemi soprattutto con la lettera C. A dire il vero, mio padre, in Egitto aveva tentato di insegnarmi l’italiano, ma io avevo deciso che questa lingua non mi piaceva. Poi dopo, quando sono venuto in Italia, dopo aver girato per diverse città italiane, ho deciso di andare a scuola per imparare l’italiano.

Cosa hai fatto quando sei arrivato in Italia?

Dopo il ristorante ho fatto la mia professione, cioè il professore di educazione fisica, presso la scuola araba, in Via Massaua. Poi ho trovato un’altra occasione, come traduttore e speaker presso la Rai, dove ho lavorato per diverso tempo, fino a quando non hanno chiuso la sezione araba. Successivamente ho aperto dei call center, lavoro che con il passare del tempo non rendeva niente. E quindi sono rimasto così.

Nel frattempo l’Egitto è cambiato molto: quando sono andato lì, ho trovato tutto cambiato. Quando torno lì mi sento straniero.

Un’esperienza della tua infanzia che ricordi bene.

Vicino casa mia, in Egitto, c’era una cagna che usciva da casa soltanto con il padrone, che spesso andava a giocare in un campo di minigolf frequentato anche da noi bambini. I miei amici provocavano spesso questa cagna che correva dietro di loro. Eravamo soliti andare tutti di corsa verso il palazzo in cui abitavamo e chiuderci il portone alle spalle. Quella volta, io seguivo tutti i bambini che provocavano la cagna e tornavano di corsa, ma siccome ero ciccione e più lento, sono arrivato per ultimo e con il portone già chiuso e la cagna di fronte a me.

Il ricordo di una persona che ti ha supportato in un periodo della tua vita.

L’assistente sociale della scuola simpatizzava per me. Avevo dodici anni quando mi ha consegnato il bar della scuola, vale a dire che dovevo vendere, durante l’intervallo, ai ragazzi della scuola le bevande e le merende. Alla fine della giornata le dovevo consegnare l’incasso che, purtroppo, non era mai esatto. Ero in imbarazzo. Tutti i giorni per tre anni. Non che io rubavo, ma sbagliavo quasi sempre qualche cosa.

Ci racconti una separazione che ricordi bene?

La separazione dalla mia patria. Io sono innamorato dell’Egitto, della mia zona, un quartiere di Alessandria d’Egitto. Il quartiere era legato ad una fabbrica, era chic, molto bello, pieno di giardini ed abbastanza ricco. Era abitato da molti stranieri, inglesi, americani, tedeschi. Essendo lontano dalla città, erano state messe tutte le comodità: avevamo, per esempio, dei posti in cui poter fare sport, avevamo trasporti privati. Era un bel quartiere ed io, tutt’oggi, mi sento legato ad esso anche se non è più come prima.

Qual è il sogno di Aziz?

Tornare come prima, ad avere un lavoro ed una casa.

Quale colore ti senti di essere?

Oggi né bianco né nero, grigio, perché sono in situazione in cui non ho lavoro. Vorrei trovare un lavoro adatto alla mia età.