È già qualche mese che penso spesso all’idea di povertà: ecco sempre di più penso che la povertà è il luogo in cui stanno le riserve, il “bordo campo”, il luogo delle attese o delle espulsioni.

I luoghi della povertà infatti sono le panchine, quelle al margine del campo da gioco, reale o simbolico, ma anche quelle letterali dei nostri parchi o dei nostri marciapiedi, dove spesso e sempre di più vediamo quelli che attendono. Quelli che non hanno più, o non ancora, un lavoro. Quelli non hanno più, o non ancora, una partita in cui giocare.

Le panchine o le stazioni appartengono a loro, a quelli che aspettano, anche quelli che aspettano di arrivare migrando, in Germania, Norvegia. E quelli che aspettano che gli altri tornino, che torni un fantasma di un amore, della famiglia, la salute, il futuro.

La povertà è quella zona lenta di desertificazione in cui si combatte contro l’idea di passato e ci si terrorizza davanti al concetto di futuro, allacciati in bilico all’amo della dimensione presente. Il presente che incastra, che isola il virus della coscienza, a quel punto annegata nella rimozione delle radici o delle ali. Il passato e il futuro, appunto.

Si è quello che si è oggi, quello che si mangia oggi, dove si dorme oggi. Povertà è non potersi immaginare tra sei mesi, due anni, mai. È speranza di sopravvivenza, senza certezza di approdo. È sentirsi trascinare indietro dalla corrente senza potersi aggrappare a nessuno. È non avere la forza di trovare una liana a cui appendere le proprie speranze e allo stesso tempo è l’unico luogo a cui si sente di appartenere.

Per chi non ha dimora fissa, un ramo di fortuna nel torrente in piena è il luogo della sicurezza, è casa. Casa, per oggi, è il proprio armadietto nel dormitorio, il proprio bicchiere di plastica a mensa, il proprio asciugamano nel bagno in comune. Casa è appartenere a qualcosa o qualcuno; è sentire qualcosa o qualcuno appartenerci.

Oggi, sempre di più povertà è il panico di chi indugia troppo e vede tutto svicolare via veloce e inarrestabile. È il luogo in cui si guardano gli altri giocare partite a cui non si sarà convocati mai più o chissà quando.

Povertà è assistere senza partecipare.