Ciao Mimmo! Allora: 64 anni portati bene. Napoletano, vero?

Confermo!

Quindi il caffè ti piace buono?

Per forza!

E se è cattivo?

Vuol dire che è di quello del piano di sotto!

Allora, facciamo questa chiacchierata, ma iniziamo in modo particolare: invece di farti io la prima domanda, fattela da solo. Cosa ti chiederesti se fossi al posto mio?

Mi chiederei perché sto qui oggi, in questo centro.

Ottimo! A questo punto, già che ci sei, datti anche una risposta…

Licenza poetica: necessità me lo ha imposto.

Cosa rappresenta questo posto per te?

È una domanda a cui rispondo volentieri. Binario 95 è la cosa più vicina ad una casa che c’ho. Perché io non ce l’ho una casa, al momento dormo all’Ostello della Caritas… purtroppo…

Cosa senti dentro di te quando pronunci la parola casa?

Eh… Sento come se vedessi un miraggio, un miraggio proprio. Una mia amica la casa la chiamava “la mia cuccia”. Effettivamente è una cuccia, in cui trovi le comodità, i tuoi spazi.

Quattro parole per descrivere la casa?

Te ne dico tre: I-miei-spazi. Davvero… nella casa mi piacerebbe avere n letto, un armadio, manco la televisione. Io sono spartano. Il telefono ce l’ho, sono connesso con il mondo. E poi vorrei dei libri, una grande biblioteca! Perché mi piace leggere. Leggo di tutto. Come si dice, sono “onnivoro”, anche se ho una predilezione per alcuni generi particolari: l’ultimo libro che ho letto era sul Santo Graal.

E in questa casa non vorresti, oltre a libri e mobili, che ci fosse anche qualcuno dentro? Che so? un amico, un’amica, un’amante…

Eh! Eh! Diciamo che mi prenderei quello che viene!

Tu adesso hai un compagno… una compagna?

No, per carità! Non riesco a badare a me stesso, figuriamoci ad altre persone!

Ma avrai comunque degli amici, immagino.

Eh, a’voglia! Di quelli quanti ne vuoi… e sono il mio problema.

E perché mai?

Eh! È un problema a monte perché… perché è un grosso problema per me. Ma forse è meglio che ne parliamo in un altro momento, se non ti dispiace.

Figurati. Mi sapresti dare la tua definizione di amicizia? L’amicizia la definirei come la forma più pura d’amore. Cosa ti aspetti da un amico?

Niente, non pretendo.

Come ci sei arrivato qui?

Per caso. A me piace fare la doccia tutti i giorni. Un giorno, era un martedì, avevo l’agenda vuota allora ho chiamato il numero verde (NDR: Numero verde della Sala Operativa Sociale di Roma Capitale 800440022): mi hanno detto di sentire l’Help Center e così ho prenotato una doccia al Binario 95. Il primo giorno, quando sono arrivato, ho trovato un amico che non vedevo da dieci anni. L’ambiente mi piaceva, mi sono appassionato e da allora non ho più mollato questo posto. Poi dall’11 gennaio 2016 sono passato dal servizio docce H4 all’H9, il diurno vero e proprio. Qui mi rilasso, con il wifi mi scarico un po’ di musica, faccio pure giardinaggio col laboratorio Sempreverde, curiamo l’aiuola qui di viale Pretoriano. Come dicevo prima, è la cosa più vicina al concetto di “casa” che ho trovato.

Com’è stata la tua vita?

Io nasco a Napoli 64 anni fa, da una famiglia povera, figlio di un impiegato e di un’operaia. A undici mesi mi becco la poliomielite: il primo sbaglio della mia vita. Se sbaglio si può chiamare. L’ho presa quando faceva morire la gente, come mosche. Mia madre  per salvarmi mi ha donato il suo sangue, ma lei era già malata di tubercolosi per le esalazioni che respirava a lavoro, stava alla Pirelli. Per colpa di questa donazione se n’è andata, è morta. Mi resta solo questa gamba, che ogni giorno mi ricorda la malattia e il sacrificio che lei ha fatto per me. Dopo ho passato un’infanzia abbastanza tranquilla, a casa di mia nonna materna. Poi un giorno mio padre è venuto a prendermi, mi ha portato a casa sua e mi ha presentato una donna che non avevo mai visto prima: “Questa è tua madre”, ha detto. Così, di punto in bianco. Mi ha messo col fatto compiuto. Questo non posso dimenticarlo. Io sono “capatosta”: 34, giocati questo numero; ma so anche adattarmi, è una delle mie qualità. Così con mio padre alla fine abbiamo raggiunto un accordo: nei giorni della scuola stavo a casa con lui, nei fine settimana e durante le feste andavo da mia nonna, e lì stavo veramente bene. Avevo tutta la famiglia per me, mi coccolavano come l’ennesimo figlio di tutti, ma anche per la mia disabilità. “Mimmuccio” mi chiamavano. “Mimmuuuuuuuuuccio!”. Stavo bene insomma. Poi, però, è cominciato il “problema”.

Il problema? Qual è il problema?

La droga. Ho iniziato a tredici anni.

Caspita. Hai cominciato presto! Come mai?

Quando ho capito che mia madre era morta a causa mia. Certo, col senno del poi lo so che non avrei dovuto considerare questa cosa una colpa, ma all’epoca mi sentivo responsabile. Così un giorno sono andato in piazza e ho detto a uno: “Vieni qua, fammi vedere come si fa”, e pum! Mi sono fatto la mia prima pera. Eroina, tanto per non farsi mancare niente. Ho collassato, ma poi ho continuato a fare guai. A sedici anni, poi, non mi stava più bene di stare a casa e così sono partito da Napoli e me ne sono andato a Milano, da mia sorella. Ho una sorella, più piccola di me, ma che a quindici anni si era sposata e trasferita a Milano.

Quanto costava una dose e come recuperavi i soldi?

Allora costava poco, 10.000 lire. Parliamo di cinquant’anni fa. E i soldi… a Napoli sai quante volte ho alleggerito il portafoglio di mio padre? Poi quando sono arrivato a Milano… Vabbè, o’ssai, ero napoletano… Comunque è lì che ho fatto il salto di qualità: ho iniziato a spacciare. Mi piaceva la vita milanese, ci sono rimasto per una ventina d’anni. Fino ai venticinque ho lavorato come operaio specializzato in una ditta di un napoletano: impermeabilizzatore, mettevo la guaina sui tetti delle case. Avevo imparato il mestiere a Napoli e preso anche la qualifica. Ero bravo! Nonostante la menomazione alla gamba facevo servizi acrobatici! Una volta ho fatto un lavoro che… sono stato nominato in tutta Italia. Sono arrivato però a un punto in cui i soldi non mi bastavano, non ce la facevo più! E allora mi sono messo a spacciare e lì mi sono accorto che con questa attività “traevo il mio profitto”: quello che da operaio guadagnavo in un mese, come spacciatore lo intascavo in due minuti. Così ho lasciato il lavoro e mi sono fatto una casa e un’attività.

Chi ti dava la roba?

A Milano la mafia c’è sempre stata. Conoscevo una tipa a Napoli e ho fatto anche il corriere, Napoli-Milano, quando, se andava male, ti pagavano con un colpo in testa: portavi la roba e pum! Così spacciavo e mi facevo; e così ho continuato per un po’ di anni. L’ultima pera me la sono fatta il 25 dicembre del 1988, in carcere.

Dove spacciavi? Come ti trovava chi voleva comprare?

“Parco Lambro” era il mio quartier generale, un vero e proprio bazar della droga, si rovava di tutto. Sapevano tutti quello che vendevo, tu non dovevi chiedere, ero io che dovevo avvicinarmi a te: La vuoi? Venivano soprattutto uomini ricchi, manager d’azienda! Arrivano con la ventiquattrore, in giacca e cravatta, persone normalissime. E io mi meravigliavo: ma proprio tu vieni a cercare la droga? Venivano anche ragazzini a chiedere, ma a loro mai! A loro la robba non l’ho mai voluta dare. Poi nel 1988 mi hanno beccato e so’ andato in carcere. Quando sono uscito, mi sono detto: “Basta, basta con la droga!”. Ho capito che dovevo cambiare città. Ero in stazione e ho deciso di prendere il primo treno che partiva: all’arrembaggio proprio! Era un treno per Roma. Quando sono arrivato la prima notte ho dormito alla stazione Tiburtina. Lì ho trovato un amico che mi chiamava Guido, che mi ha detto subito: “Lo vuoi un lavoro? Vieni qua che ti faccio vedere una cosa”. E così ho iniziato subito a lavorare come parcheggiatore, a via dei Frentani. Si guadagnava bene, arrivavo fino a un milione a settimana! Perché io ero furbo: mentre gli altri prendevano tremila lire, io me ne facevo dare duemila. A volte facevo anche il doppio turno, me ne andavo il fine settimana al parcheggio dell’università Gregoriana, a piazza della Pilotta e integravo altre due o trecentomila lire. Poi un giorno feci amicizia con uno di Avellino, con cui decidemmo di scambiarci le zone di parcheggio: tu vieni da me, io vengo da te. Così dal 1995 fino al 2012 ho avuto il parcheggio più bello che c’era, a Testaccio. Considera che io faccio il parcheggiatore con le chiavi… e non so guidare! Ero abusivo e quando i poliziotti venivano per le multe da pagare e mi portavano via, io ovviamente mi portavo pure le chiavi di tutte le macchine parcheggiate. I proprietari dovevano venire in questura a riprendersele ed era buffo vedere tutta quella gente che arrivava e diceva: “Aho! Le chiavi della macchina mia, e la mia, e la mia…”. Insomma, ogni volta che mi portavano  in commissariato facevo un casino. Così alla fine sono riuscito a piegare anche i poliziotti e le multe me le portavano direttamente al parcheggio: “Scusa Mimmo, dovresti firmarmi questa multa”. Erano quattrocentomila lire al giorno, ora sono 652,17 euro. Che vogliono dire poi quei 17 centesimi, non l’ho mai capito.

Tu sei sempre stato autonomo o dovevi rendere conto a qualcuno?

Sempre autonomo. Una volta è venuto un tipo e ha detto: “Levati che questo è il parcheggio mio”. “Vabbuò, mi sposto”, gli dissi. S’è messo lì a lavorare, ma la gente le chiavi le portava sempre a me sapevano dove stava la roba, qualcuno m’ha accattat’ (NDR: mi ha venduto). In tribunale il maresciallo che m’ha arrestato sembrava non ci credesse ancora: “Ho arrestato Mimmo, ho arrestato Mimmo!”, continuava a ripetere tra sé e sé. In fondo lo  conoscevo da quando ero arrivato a Testaccio. M’hanno dato 4 anni per questa cosa. Però i carabinieri erano bravi; io ho avuto dal 2006 al 2013 la diffida da Roma. Il maresciallo passava e mi chiedeva: “Mimmo, hai ancora il divieto?”, e io: “Sì”. “Bravo” diceva lui. Devo dirgli grazie.

Sembra quasi un rapporto “amichevole” o piuttosto, direi, professionale: tu fai la guardia e io faccio il ladro. Se mi becchi vado dentro, altrimenti resto qui.

Bravo, esatto! Loro da un lato e io dall’altro, ognuno a fare il suo lavoro. È bello quando ci sono le posizioni distinte. D’altronde i veri amici sono quelli che ti guardano e ti dicono le cose in faccia, così come stanno. Poi io c’ho una dote, come dire, mi è facile fare amicizia. E poi penso che non bisogna mai buttarsi giù: chi si ferma è perduto!

Parlaci del carcere: come lo hai vissuto?

Il carcere è la privazione della libertà. Ancora ce l’ho in testa quando chiudevano, la conta della sera o della mattina, il ferro che sbatte alle sbarre: Bum! Bum! Bum! Una bella sveglia alle 7.30 di ogni mattino, mammamia… Ma si fa una vita normale, alla fine. Non credere a tutti quei film. Io non ho mai subito violenza, nemmeno psicologica. L’importante era che tu ti ponevi in chiaro per far sapere per quale motivo eri in carcere, che non eri dentro per infamità… Poi io ho sempre saputo stare al mio posto. Lavavo i piatti per tutta la camerata, so’ diventato un fenomeno a lavare i piatti! E anche a cucinare un po’… In cella lo spazio è ridotto, ci sono sei letti e un tavolo. Bisogna organizzarsi, ognuno c’ha un ruolo. Ma sono sempre stato bene. Diciamo che quando sei lì quella diventa un po’ la tua famiglia. Più o meno, per sommi capi. È comunque convivenza coatta, quindi devi starci, ti devi accettare reciprocamente.

A te piace la libertà, vero? Prati, cieli azzurri…

Avoja! E a chi non piace? Io sono uno spirito libero. Per me il posto più bello a Roma è Villa Ada, mi ricorda il Parco Lambro. C’ho belle storie di quel periodo. Una volta avevo occupato una fabbrica, proprio di fronte al Parco: casa e lavoro! È così. Vuoi mettere svegliarti in mezzo al verde, piuttosto che tra due pareti alienanti? A Roma sono stato anche a Villa borghese, avevo una tenda con un tappeto e una coperta. Dormivo con degli amici dietro alla Casa del Cinema, dove sta la giostra; uno adesso viene pure qui a Binario 95. Nessuno ci disturbava. In un anno e mezzo ho visto solo due volte le forze dell’ordine: una volta i carabinieri, e ci hanno portato la pizza, un’altra la polizia ed è stato ancora più forte. Il loro capo, un pezzo importante, alla fine si rivelato essere paesano di uno che dormiva con noi e allora, invece di cacciarci, ci ha portato acqua, viveri e un sacco di roba da mangiare. Insomma, i poliziotti basta che li sai piglià. Io non ho mai avuto scontri con le forze dell’ordine, diverbi magari, perché sono bastian contrario, ma non mi hanno mai messo le mani addosso… a parte una volta… che però è meglio che non la racconto.

Mimmo, che cos’è Dio per te?

Brutta domanda! È pesante questa domanda… Dio… C’è la Bibbia, che è un “ditore” di preghiere. Ma Dio… Non so definirlo. È tutto, praticamente. Io ho sperimentato una cinquantina di religioni fino ad oggi, ma dal di dentro, praticandole. Dai Testimoni di Geova, alle religioni indiane, fino a Scientology, ma riguardo a Dio, sono ancora alla Sua ricerca.

Anche Scientology? E come è successo?

Li ho conosciuti a Milano, in piazza Duomo. Stavo senza fare niente, si sono avvicinati e mi hanno detto: “Vuoi lavorare?”. Mi hanno dato un indirizzo, ci sono andato e mi hanno arruolato. Dovevo preparare e imbustare volantini promozionali; dopo tre giorni ero responsabile di tutto il reparto stampa. Ero andato lì per lavorare e loro non sapevano che usavo droghe. Ma il mio capo mi sa che aveva sgamato. Mi ricordo che mi diceva: “Occhio, che quando ti droghi le macchine non funzionano”. E non ci crederai, ma era vero! Verissimo! Io mi drogavo tutti i giorni, possibilmente, cercavo di non farmi vedere, ma questa cosa ho verificato che era vera, ma non solo in Scientology, anche in altri ambiti. Lì si fa un percorso particolare, loro dicono che “si sale sul ponte”. Il mio responsabile diceva sempre: “Il mio compito è mettere la gente sul ponte”, ed io gli rispondevo “E il mio è farli cadere dal ponte!”. Eh! Eh! Un’altra cosa strana che ricordo è che mi chiedevano continuamente ”Chi è tua moglie?”. “Come? Ripeti?”, rispondevo. Non so perché erano convinti che fossi sposato. Un’altra volta avevo un mal di denti terribile. A suo tempo avevo i denti buoni. Andai in chiesa lucido e tutti mi dissero: “Quante canne ti sei fatto?”, ma io non avevo preso niente… Mah! Perché lì non si accettavano né droga né alcolici, niente. È particolare come religione, io la chiamo la religione dei soldi.

Dei soldi? E perché?

Perché te li chiedevano! A me hanno proposto un percorso per purificarmi, ma volevano 30 mila lire! “E che so’ scemo? Che io do i soldi a voi!?”, gli dissi. Alla fine, però, ci sono andato al colloquio, sotto falso nome però. Mi ero convinto a fare il percorso di disintossicazione di Scientology, perché non usa medicine o psicofarmaci, ed io non uso medicine. Ti curano con tisane, saune, vitamine. Ha funzionato all’inizio. Solo che poi ho scoperto che i capi della comunità si facevano e allora: “Ah, è così?” gli ho detto. “Vabbè, non ti preoccupare, non dico niente”, e ho ricominciato a farmi pure io. Però funzionava, ho toccato con mano il metodo ed era buonissimo. L’anno scorso ho provato a rientrarci, ma non mi hanno voluto.

L’anno scorso? Ma non hai detto che avevi smesso nel 1988?

Sì certo, con la droga pesante ho smesso, ma la cannabis… No, figurati, l’eroina ormai ho imparato la lezione. Come si dice: “Se la conosci, la eviti”. Prendevo anche cocaina e sono stato alcolista. Quando lavoravo a Testaccio bevevo una bottiglia di whisky a notte.

E dell’amore che ci racconti?

Eh! Brutta storia. L’amore è la vita, ma può essere una brutta cosa. Ho perso la mia compagna tragicamente, purtroppo. Tamara… u ricord chiu bell da’a vita mia. La conservo in un posto nel cuore che conosco solo io.

Quali sono i tuoi sogni per il futuro?

Il futuro? Il futuro è work in progress, me lo costruisco io ogni giorno, il futuro.

Non pensi mai di tornare a Napoli?

Vorrei, ma non posso. Napoli è la città più bella del mondo, ma ho paura a tornarci. Ormai mio padre non c’è più e se vado a trovare “la mia amica”, ricapito in un giro brutto. E allora no. Che poi ovunque vado io a Napoli, trovo camorra, criminalità. Io vendevo eroina per un boss, eravamo amici da bambini, giocavamo a pallone, andavamo a scuola assieme. Non puoi uscire da quel giro quando ci sei dentro, ma lui… lui mi ha lasciato andare. Grazie! Grazie a Dio! Sono stato miracolato una volta, non mi conviene sfidare la sorte.