DIRITTO DI VOTO
di
Carlo Giorgi
La notizia è che nella mia famiglia il 13 aprile siamo andati tutti a votare: sono contento, nonostante le capriole della storia e le porcate degli esseri umani, il sentimento della “fiducia”, tra quelli che mi sono più vicini, ancora resiste. Votare è tra i massimi esercizi di fiducia che io conosca. Quando penso al voto me lo immagino come quando da bambini, in cortile, ci dividevamo in squadre per giocare a pallone. I due “capitani” sceglievano a turno i propri compagni. Prima i migliori e i più simpatici.
Alla fine quelli scarsi e senza talenti. Chi sceglieva dava fiducia o la negava, dichiarando così la sua visione del cortile e del mondo. Votare un po’ me lo immagino ancora così: è decidere che vale la pena giocare, è il puntare il dito verso uno solo, scartando tutti gli altri, e dirgli: mi fido di te, scelgo te, ti preferisco ad ogni alternativa. Con la semplicità di noi bambini, che vedevamo in quella scelta una cosa seria e importante, il rispetto delle regole ma anche l’unico presupposto per poter giocare ancora. Durante queste ultime elezioni, una notizia mi ha colpito più delle altre: dei detenuti delle carceri italiane aventi diritto al voto, si sarebbe espresso solo l’8,5%, un decimo della media nazionale. Là dove è massimo l’abbandono dal parte dello Stato, la solitudine, la violenza subita, la gente non vota più. È vero dentro le galere, è vero fuori, tra la gente cosiddetta libera. Il voto o il “non voto” non è solamente un problema burocratico o amministrativo, è un problema più profondo del senso che diamo alla nostra vita. Decidere di votare ha a che fare con la fiducia nel genere umano e con il desiderio di contribuire alla sua storia malandata. La vita -che decidiamo di recarci alle urne oppure no- a ben guardare è una richiesta di voto continua. Oggi si vota come “consumatori”, scegliendo di acquistare un prodotto oppure no; se lo compro voto a favore delle politiche di inquinamento dell’azienda che lo vende; se non lo compro, voto per un cambiamento di quelle politiche; nell’era delle telecomunicazioni, si vota anche da “telespettatori”, scegliendo di guardare o no un programma televisivo: se lo guardo aumento la sua audience, galvanizzo i suoi sponsor e confermo il modello culturale che propone devastante o costruttivo che sia; se non lo guardo, abbatto lo share, deprimo gli sponsor, e ne affretto la chiusura.
Si vota scegliendo un giornale piuttosto che un altro. Prendendo i mezzi pubblici oppure l’auto mobile. Decidendo il tipo di studi o di lavoro. È un’illusione pensare di non votare. Votiamo sempre, dal primo mattino, quando abbiamo il coraggio di vestire ciascuno la sua faccia; il massimo voto che esista è quello che mi porta a prendermi sulle spalle la mia storia, dire cosa penso della vita senza sconti, accogliere le storie degli altri e scegliere dove andare. Decidere di puntare ancora l’indice verso se stessi e scegliersi perché non si è poi una squadra da buttare; per continuare a giocare e continuare a vivere.
articolo pubblicato sul numero 5 di Aprile 2008
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