INTERVISTA A GIOVANNI PALOMBARINI

Procuratore Aggiunto della Repubblica presso la Corte di Cassazione

di  Antonio Maniscalco

Buongiorno dott. Palombarini e grazie per la sua disponibilità ad essere intervistato dal giornale Shaker. Dopo un lungo confronto in redazione, abbiamo individuate dieci domande riguardanti il tema di questo numero, il “DIRITTO DI VOTO” che vorremmo sottoporle e con il suo consenso inizierei subito dalla prima.

 

E' d’accordo con noi che il voto è come la fede, se ci credi bene, se no non vai a votare?

Credo che si possa dare una risposta articolata. In un’organizzazione di democrazia il voto è un momento importante! Non è una questione di fede, di crederci oppure no. È che le forme moderne di democrazia passano necessariamente per una delega, per un momento di formazione di una rappresentanza: quello del voto è un momento necessario dell’organizzazione di una democrazia. Il problema che abbiamo oggi, detta con parole molto semplici, è che purtroppo, per le trasformazioni che sono avvenute e che hanno riguardato la società, ma anche il modo di fare politica e il funzionamento dell’istituzione, il voto è diventato una cosa diversa da come è stata tradizionalmente intesa: cioè come meccanismo di formazione di una volontà popolare, che poi si traduce a livello istituzionale in una realtà complessiva che amministra, produce leggi, governa. Oggi il voto è diventato una cosa assai più misera, se vogliamo, con un’importanza molto minore. Siamo di fronte una crisi della democrazia ed in particolare del sistema politico, bloccato e chiuso, in cui cioè quelli che sono i presupposti del voto: la partecipazione effettiva, scelte effettive, una formazione della rappresentanza, sono caduti. Oggi c’è un sistema politico chiuso, che si autoriproduce, si autogestisce, cerca il consenso con calcoli puramente elettorali, prescindendo dai bisogni che bisognerebbe rappresentare. In un sistema di questo genere il voto rischia di diventare una formalità. Conosco persone che hanno deciso di non andare a votare perché pensano che, rispetto a questo sistema politico, il voto oggi è una cosa inutile.

 

Perché un senza dimora dovrebbe votare, anche se in tutti i programmi dei candidati non c’è una voce che tratti l’inclusione sociale degli emarginati?

Questa è una bella domanda. A vedere con attenzione, quelli più importanti e che hanno anche maggiori probabilità di vincere non hanno un programma del genere, non lo prendono proprio in considerazione per le ragioni che dicevo prima. Se si fa una politica che tende al consenso elettorale, ovviamente ci si rivolge a ceti ampi, a ceti abbastanza consistenti anche numericamente, ci si fa portatori dei loro interessi. Si è parlato tanto in questi ultimi anni della cosiddetta corsa al centro. Si ritiene che al centro ci siano delle fasce numericamente consistenti di cittadini, da cui dipende l’esito della consultazione. Vince uno o vince l’altro a seconda di come questi ceti si orientano. In questa prospettiva, quindi, la questione dell’emarginazione dei senza dimora e di tanti altri soggetti sono destinati ad una sostanziale estromissione. Ai margini della politica italiana, c’è qualche soggetto che ragiona ancora non in termini di competitività e considera prospettive di uguaglianza, di tutela dei ceti più deboli. Ma oggi, per effetto del meccanismo elettorale, il rischio è di non avere rappresentanza in parlamento.

 

Cosa fa lo stato per agevolare il voto dei senza dimora?

Oggi come oggi non fa niente. A me non risulta nulla. Il diritto di voto è affermato formalmente, è un diritto di tutti. Tutti sono uguali davanti alla legge. Tutti hanno il diritto di voto. In realtà poi la vita concreta mostra che tutti sono molto diversi. Alcuni poi sono più diversi degli altri. Dopo la caduta del Fascismo, il problema per una democrazia nuova era fare in modo che chi era molto più diverso dagli altri ad un certo punto acquistasse anche in via di fatto l’uguaglianza, che permette non solo di votare, ma di essere anche eletto in un comune, di avere un ruolo politico attivo. Su questo piano sono stati fatti dei piccoli passi, ma sono 15 o 20 anni che di passi non se ne fanno più.

 

Se una persona senza fissa dimora volesse candidarsi senza risorse di denaro, secondo lei avrebbe le stesse possibilità di condurre una campagna elettorale paritaria alle altre? E in questo modo si gioca il senso profondo della democrazia?

Non avrebbe nessuna possibilità. Potrebbe fare la sua mini campagna elettorale, molto personalizzata e molto ristretta sul territorio. Le possibilità di consenso sarebbero ridotte. Oggi nel nostro paese a livello di società civile abbiamo delle componenti che hanno presente questo valore generale di uguaglianza e che conoscono bene l’esistenza di tutta una serie di soggetti emarginati.

Questi soggetti sono però espressione della società civile, sicuramente: movimenti per la pace, contrari all’aumento continuo che c’è stato coi governi sia di centrodestra che di centrosinistra nelle spese militari; soggetti per la tutela dell’ambiente, per la tutela della salute, della salute in fabbrica, la salute di chi lavora; una serie di soggetti che sono attenti ai diritti civili, alla effettività dei diritti a partire dal significato del diritto di voto.Nella società civile sono presenti, spesso anche consistenti, ma faticano a trovare rappresentanza politica, perché manca un vero momento centrale di coagulo, di unificazione, di queste istanze, di queste aspirazioni. Nessuno sembra averne interesse. Oggi come oggi, in tutte le democrazie dei paesi cosiddetti sviluppati, le campagne elettorali si basano moltissimo sulla grande potenza economica. In alcune situazioni poi vince soltanto chi ha dietro di sé investimenti enormi, che obbligano a restituzioni, che non corrispondono ad interessi generali, ma ad interessi settoriali di chi ha investito denaro sulla sua candidatura.

 

Cosa pensa lei rispetto al voto di persone di cittadinanza straniera presenti sul territorio da anni? Cos’è la cittadinanza?

Cominciando dalla fine, dalla questione della cittadinanza e arrivando poi alla questione del voto, intanto per le amministrative – ma non solo per le amministrative perché in linea di principio le distinzioni non è che ci siano, non ci dovrebbero essere – posso dire che un problema che ha uno stato nazionale è proprio quello del significato di cittadinanza. Per una lunga stagione essere cittadini voleva dire conquistare dei diritti, vederseli riconosciuti. Progressivamente aumentava il numero dei cittadini, nel senso che aumentava il numero di persone che aveva una pienezza di diritti.

Si tenga presente, tanto per dirne una, che nel nostro paese con la Repubblica viene riconosciuto il voto alle donne. Oggi il problema è che la cittadinanza, invece che un meccanismo di diffusione dei diritti, diventa un meccanismo di esclusione. Bisognerebbe fare uno sforzo verso un concetto di cittadinanza che includa il riconoscimento dell’universalità dei diritti. Alcuni parlano di cittadinanza europea e già è un primo passo avanti. Sebbene il voto sembri marginale rispetto ad altri bisogni come la casa e il lavoro, questo diritto di voto ha un valore simbolico e formale molto importante, perché nel momento in cui tu riconosci un diritto di voto vuol dire che riconosci che quella persona, italiana o non italiana, entra in una determinata comunità in una situazione di godimento dei diritti. Fino ad oggi il ceto politico italiano ha balbettato, inventando ad esempio che per concedere il voto amministrativo agli immigrati sarebbe necessaria una modifica della Costituzione, quando basta una legge ordinaria che lo stabilisca a livello istituzionale.

Rispetto alle persone che vivono qua stabilmente, che hanno un lavoro, che pagano le tasse, non vedo perché non debbano avere il voto politico.

 

Sa che ancora oggi alle persone in emergenza sociale c’è chi propone il voto previo pagamento?

Io penso di sì. Ne ho sentito parlare spesso. Una volta, quando ero molto giovane c’era un forte imprenditore, a Napoli, che usava questo sistema: ti dava una scarpa, se veniva eletto poi ti dava l’altra in modo che potevi camminarci. Oggi quel sistema non c’è più, ma che ci sia questa situazione è vero. I voti si vendono e si comprano.

 

È vero che esiste il diritto al non voto? Come lo si esercita?

Il diritto al non voto ormai è pacifico e tranquillo. C’è stato un momento nella nostra storia in cui, se uno non votava, si ritrovava una segnalazione sui documenti. Mi pare di ricordare che si sono vergognati un po’ tutti per aver introdotto questa misura.

 

Secondo lei i meccanismi di voto non sono troppo complicati per essere compresi da tutti? Ma chi spiega alle persone fuori dai circuiti principali di informazione come si vota?

In genere il voto non dovrebbe essere una cosa complicata perché alcuni soggetti si organizzano prima e fanno sapere alla pubblica opinione dov’è il loro simbolo.

Una volta si diceva: in alto a sinistra era il partito comunista. Una complicazione certo è arrivata con il moltiplicarsi dei partiti e delle sigle, perché molte si assomigliano e questo può indurre in errore. Nella polemica sorta ultimamente una certa ragionevolezza c’è. Una volta era effettivamente molto semplice. Si votavano simboli storici: il Partito Comunista, la Democrazia Cristiana, l’edera del Partito Repubblicano, il garofano del Partito Socialista. Tutti noti e stranoti. Per anni e anni, per elezioni ed elezioni quelli erano i simboli, mentre adesso cambia tutto in continuazione.

 

Ma chi ha precedenti penali può candidarsi? Se l’esclusione vale solo per alcuni reati, quali sono? Quando si perde il diritto al voto?

Questo non lo so. Per quanto riguarda le candidature, so che si perdono dei diritti quando ci sono state delle condanne per reati gravi. Allora non si perde tanto il diritto al voto quanto il diritto ad essere eletto. Perché, essendo eletto, vado a svolgere una funzione pubblica come parlamentare e lì ricorrono determinate condizioni, ma come diritto al voto tutti hanno il dirittoal voto, compresi i detenuti. Anzi presso le carceri vengono organizzati mini seggi.

 

Se sono “partiti” perché non sono mai arrivati?

Questo riguarda la crisi dei partiti. C’era un grande partito, una volta, in cui si poneva la domanda: da dove veniamo? Dove stiamo andando? Oggi questi problemi non ci sono, anche perché non sono mai arrivati. È un modo di dire che non sono mai arrivati! In una logica di conquista immediata del potere per ottenere immediatamente alcuni risultati in realtà arrivano prontamente. Certo, rispetto agli interessi generali del paese, non arrivano mai.

 

Che messaggio vuole dare ai nostri lettori?

Innanzitutto che questa vostra rivista abbia fortuna e che riesca a conquistare i lettori e che riesca ad attirare l’attenzione per i temi che tratta e per i bisogni che indica!

 

articolo pubblicato sul numero 5  di Aprile   2008


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