INTERVISTA ALLA DOTT.SSA ADRIANA VOLPINI E AL DOTT. MARCO LEONARDI

Dipartimento della Protezione Civile - Servizio Rischio Sanitario

di  Samy Hamed

Com’è organizzata la Protezione Civile?

V – In Italia la Protezione Civile è un sistema di cui fanno parte tutti, dallo Stato, le Regioni, i Comuni, tutta la società civile e, in occasione delle grandi emergenze, questa componente civile viene integrata dalla componente militare. Quindi, ognuno di noi svolge un ruolo di protezione civile all’interno di questo servizio, che è un servizio nazionale. Le attività della protezione civile riguardano soprattutto la salvaguardia della vita umana, dei beni e dell’ambiente. Dunque noi ci interessiamo di tutte le attività di previsione dei rischi. E voi sapete che in Italia tutte le tipologie di rischio sono presenti, purtroppo: il rischio sismico, il rischio vulcanico, il rischio idrogeologico, il rischio industriale. Ad esempio, molte delle industrie che all’inizio erano fuori dal contesto urbano, con l’espansione delle città finiscono conl’essere incluse nelle aree abitate, con il conseguente aumento del rischio. Di conseguenza, una volta individuato il rischio che esiste sul territorio, si devono mettere in atto attività di prevenzione. Nel momento in cui si verifica l’emergenza, però, noi organizziamo i soccorsi. Soccorsi che naturalmente, per essere efficaci, devono essere preceduti da una fase di pianificazione del territorio, in maniera che si sappia esattamente quali sono le risorse da attivare, come devono essere attivate e in che modo devono essere coordinate.

Quali sono i meccanismi di accesso al volontariato nella Protezione Civile?

Il volontariato è una componente fondamentale del sistema. In Italia il numero dei volontari e soprattutto delle associazioni di volontariato (perché non utilizziamo più volontari singoli, ma associazioni strutturate e organizzate, con cui ci si prepara, attraverso le esercitazioni) è altissimo. L’accesso avviene attraverso l’iscrizione ai registri regionali e nazionali. In emergenza si procede all’attivazione delle associazioni, che vengono distinte per categorie. Per quanto riguarda l’aspetto sanitario, noi abbiamo delle associazioni specifiche, dotate di strutture che vengono utilizzate in emergenza: da posti medici avanzati di primo livello (che sono strutture minime che devono immediatamente intervenire sul luogo del disastro), fino ad unità mobili di secondo livello e ospedali da campo. Diciamo che già alcune Regioni si sono dotate di strutture così complesse. Tra queste le Marche, dove l’Ufficio di Protezione Civile, con all’Assessorato alla sanità, ha costituito un’associazione regionale per l’emergenza sanitaria, i cui componenti sono formati sulla gestione di una catastrofe. L’Ufficio della Protezione Civile, poi, acquista e mantiene tutta la componente logistica: le tende, la sala operatoria, le strutture necessarie per la diagnostica. Si tratta di una complessità di azioni che rendono poi possibile intervenire in maniera molto tempestiva, ma soprattutto molto organizzata. Credo che l’Italia sia veramente una nazione molto organizzata nella gestione dell’emergenza, perché purtroppo è sottoposta periodicamente sia a calamità naturali che antropiche.

Avete predisposto dei piani d’emergenza specifici per persone anziane rispetto al caldo? E per i disabili? Ci sono piani d’intervento e d’assistenza per le persone anziane e sole?

Dopo l’ondata di calore del 2003, che ha prodotto notevoli danni, soprattutto in Francia, il Dipartimento della Protezione Civile si è attivato e ha costituito un sistema nazionale di prevenzione delle ondate di calore. Questo sistema consente di prevenire, con 72 ore di anticipo, quelle che possono essere delle situazioni climatiche dannose per la salute. Salute di chi? Salute delle categorie vulnerabili e quindi prevalentemente di soggetti non autosufficienti, persone anziane e anche disabili, oltre che bambini piccoli, che ovviamente non possono regolarsi da soli e quindi non

possono adottare tutte quelle misure precauzionali, che noi adulti usiamo regolarmente. I Comuni hanno selezionato, soprattutto le 26 città che fanno parte di questo sistema nazionale, le persone a rischio verso cui avere maggiore attenzione, tra cui naturalmente anche agli anziani. La Protezione Civile, oltre che per le ondate di calore, ha attenzione per disabili e persone non autosufficienti anche nella realizzazione di quelli che sono i piani di emergenza, perché, nel momento in cui si dovessero operare delle evacuazioni immediate, si deve sapere quale sono i soggetti che da soli non possono muoversi. I Comuni devono redigere, all’interno di questi piani, degli elenchi di persone non autosufficienti da assistere in emergenza, in maniera da potersi attivare in caso di necessità.

La Protezione Civile, oltre a predisporre piani di intervento per sostenere un’eventuale emergenza, ha anche competenza riguardo azioni di monitoraggio di soggetti particolarmente a rischio?

Per quanto riguarda le ondate di calore e i piani di emergenza, la responsabilità è delle autorità locali, perché sono loro che conosco bene il territorio, sono loro che possono aggiornare questi dati e possono operare in caso di bisogno.

Rispetto agli altri Paesi europei, riguardo l’emergenza caldo, l’Italia in che cosa è indietro? E in cosa è avanti?

È una domanda a cui si può rispondere per tutti gli aspetti della sanità, perché dopo la modifica del Titolo Quinto della Costituzione, si tratta di una competenza delle Regioni. Questo cosa comporta? Che noi siamo all’avanguardia per quanto riguarda progetti nazionali: criteri di massima, linee guida, oppure il nostro sistema di prevenzione delle ondate di calore. All’interno di questa cornice nazionale, però, ci sono una serie di realtà locali diversificate. Non possiamo dire che tutte le Regioni adottano gli stessi parametri o le stesse metodologie. Sono metodologie molto difformi tra un Comune e l’altro, una Regione e l’altra e questo rende poco omogeneo uno scenario nazionale. Pur a fronte di disposizioni nazionali, la realizzazione operativa sul territorio è diversificata.

Qual è il piano nazionale per fronteggiare il caldo in Italia? Ci sono indicazioni specifiche rispetto alle persone che vivono per strada?

L – Non esiste un piano nazionale vero e proprio, però esiste un gruppo di lavoro nazionale coordinato da quello che era il Ministero della salute, che dà linee guida alle amministrazioni regionali e locali su come realizzare questi piani d’intervento, che sono comunque di responsabilità locale. Le persone che vivono per strada rientrano nelle categorie a rischio, non solo per l’età, per la condizione fisiologica, per malattia, ma perché aggiungono le difficoltà rappresentate da una condizione che non aiuta a proteggersi dal caldo. Sicuramente i problemi principali con queste persone riguardano il censimento e l’identificazione, perché il primo punto dei piani di intervento è indirizzare le azioni preventive proprio su chi ne ha bisogno. Chiaramente i senza fissa dimora non sono sempre identificati, né se ne conosce la storia clinica, per cui è assai complesso costruire gli interventi necessari.

Qualora la Protezione Civile indichi uno stato d’allerta per l’emergenza caldo, i Comuni sono obbligati a prendere dei provvedimenti?

L – Non c’è un obbligo di legge, però i sindaci hanno la responsabilità della salute dei cittadini in quanto prima autorità di protezione civile. Naturalmente l’Italia è un paese molto diverso in sé, per cui la qualità e la quantità di questi interventi non è uniforme, ma d’altra parte la risposta al caldo è specifica per ogni città, quindi non può che essere organizzata a livello locale. La qualità mediamente è buona, ma con varie differenze.

V – Vorrei aggiungere che sono i Comuni che decidono di partecipare a questo sistema. Il sindaco interessato sarà più facilitato ad attivare le misure di protezione nei confronti di questi soggetti più vulnerabili.

Quali sono i rischi maggiori che si possono avere durante l’emergenza caldo? E negli anni passati come si è intervenuti?

I rischi maggiori sono connessi all’effetto che il caldo può avere su soggetti che sono normalmente già affetti da patologie: questo va detto con chiarezza. Quindi il caldo è un fattore di rischio, non è un fattore in sé pericolo per la salute, salvo rarissime situazioni. Quello che si è fatto, appunto, è stato provvedere a censire la popolazione monitorabile. Su questo però la conoscenza va migliorando. Abbiamo cominciato ad occuparci della materia da pochi anni, quindi resta molto da perfezionare per quanto riguarda i piani di prevenzione, che fanno perno sui medici di medicina generale, che sono le sentinelle sul territorio dello stato di salute della popolazione, e sul volontariato, che garantisce un’azione di prossimità e viene pertanto attivato, soprattutto nelle giornate di massima allerta, per assistere quelle persone individuate come bisognose. Attualmente il problema è che queste persone vengano censite correttamente. Poi esistono altre iniziative, come rafforzare i presidi del pronto soccorso nei giorni di massima temperatura, perché può capitare un aumento degli accessi. Oppure si rimandano le dimissioni di determinate categorie di persone dall’ospedale, qualora non sia garantito che a domicilio abbiano quelle condizioni climatiche che possano proteggerle dall’eccesso di calore.

Il caldo uccide? Quali sono i consigli per fronteggiare l’emergenza caldo?

V –I consigli sono consigli di buon senso. Tutti noi, quando fa caldo, usiamo delle precauzioni: se è possibile, evitiamo di uscire nelle ore centrali della giornata, o stiamo in un ambiente refrigerato. Per quanto riguarda il ventilatore, è importante non indirizzare l’aria verso il soggetto anziano o che non è in grado di esprimersi, perché il ventilatore porta una disidratazione, che la persona difficilmente percepisce o può segnalare.

L –È opportuno ribadire che il caldo non uccide se non in condizioni rarissime, che sono legate al colpo di calore. Il caldo può aggravare la situazione di soggetti che hanno patologie. Le temperature che noi viviamo d’estate per un soggetto sano non hanno effetti importanti sulla salute. Chi vive per strada deve rivolgersi ai servizi sociali e ai medici e seguire i loro consigli.

V – È importante idratarsi e non bere alcolici, perché l’alcool produce una vasodilatazione e quindi un aggravamento dell’apparato cardiocircolatorio. Anche il fumo è un coefficiente di danno.

Che significa per lei “senza fissa dimora”?

V –Credo che sia un mondo veramente molto variegato, in cui si incontra chi è senza dimora per scelta, per necessità, oppure chi viene comunemente assimilato a questa categoria, come i rom. Un mondo molto complesso e molto difficile da raggiungere e da gestire, perché i bisogni sono veramente tanti.

Che messaggio vuole dare ai nostri lettori?

V – Credo che avere un giornale che fornisce delle informazioni così concrete e così mirate sia importante per un senza dimora, perché gli vengono date tutte quelle notizie che gli possono essere utili per meglio gestirsi e per affrontare le difficoltà della città. Il nostro sistema sanitario consente qualsiasi intervento in emergenza. Quindi, nel momento in cui una persona avverte un senso di malessere, è bene che si rivolga ad una struttura sanitaria, che provvederà di conseguenza nelle forme di assistenza dovuta.

articolo pubblicato sul numero 6  di Luglio   2008


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