CALPESTA LA GUERRA

di  Luigi Bettazzi

La guerra è inumana. È più che bestiale, perché gli animali non uccidono i loro uguali. Uccidono gli altri animali per vivere; ma, per quelli della loro specie, si accontentano di dominarli, per motivi di territorio o di procreazione. Gli uomini, invece, si uccidono ed organizzano gli stermini. Si rendono conto che ciò è inumano; e allora coinvolgono la divinità (e fanno guerre “sante”) o vantano ragioni superiori (come le guerre “giuste”). In realtà la guerra nasce sempre da interessi, da conquistare o da difendere. Nel progresso della civiltà gli esseri umani, forse anche spaventati dalle conseguenze negative che ne vengono, hanno trovato motivi per evitarle: non ci sono più guerre tra le singole città, inserite in Stati più estesi; ed anche gli Stati si uniscono, evitando così le guerre tra di loro (per esempio con l’Europa, che ha reso impensabili le guerre dei secoli scorsi tra Francia e Germania, o tra Inghilterra e Spagna). Ci sono ancora guerre, ammantate magari di nobili motivi, ma in realtà sollecitate da interessi materiali o da garanzie di dominio. E questo fa auspicare un reale rafforzamento di poteri superiori – in particolare dell’ONU – che garantisca la soluzione dei contrasti senza il ricorso alle armi. Che fra l’altro, diventando sempre più raffinate e distruttive, diventano una minaccia non solo per chi viene dominato, ma per gli stessi dominanti. Eppure, al di là delle guerre in cui sono coinvolte le nazioni più potenti – come in Iraq e in Afghanistan – vi sono guerre civili che schiacciano settori di popolazioni all’interno di nazioni, particolarmente in Africa: penso al Darfur in Sudan o alla guerra tra bande in Somalia, così come abbiamo assistito alle guerre razziali in Ruanda o in Burundi. Ma se la guerra è la violenza contro un popolo, una guerra equivalente è quella che i popoli ricchi e più sviluppati stanno praticamente combattendo contro i popoli più poveri e più dipendenti. Le leggi internazionali di un mercato che garantisce l’interesse dei potenti ed impoverisce i poveri, mettendoli alla fame o togliendo la possibilità di curarsi, praticamente costituisce una guerra che provoca ogni anno milioni di morti e più ancora di persone costrette alla miseria.

Ritengo che accanto alle guerre che garantiscono il potere di dittatori o di mafie, questa del progressivo immiserimento di tanta parte dell’umanità sia la guerra più dimenticata, soprattutto perché a beneficiarne siamo noi, i popoli più benestanti e proprietari dei mezzi di informazione, premurosi quindi di far ignorare quanto potrebbe provocare reazioni o rivendicazioni che intaccherebbero il nostro benessere e il nostro potere. Dobbiamo renderci conto di questa guerra: la vinciamo veramente solo se vi rinunciamo. Perché il continuarla e il volerla vincere ci porterebbe da una parte ad una insurrezione inarrestabile dei poveri del mondo (e forse le pressanti immigrazioni ne sono un evidente anticipo), ma nello stesso tempo ad involuzioni interne, di cui ci preavvisano le odierne crisi finanziarie mondiali, così come le crescenti difficoltà, per tante famiglie negli stessi paesi più ricchi, di sbarcare il lunario!

 

articolo pubblicato sul numero 7  di Ottobre   2008


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