INTERVISTA ALL'AVVOCATO MUMOLO

AVVOCATO DI STRADA

di  La Redazione

25.03.2009

La residenza anagrafica è un requisito da cui discendono una serie di diritti civili. Le persone che vivono in strada nel momento in cui perdono la residenza anagrafica si allontanano ancora di più dalla società, e dalla possibilità di rientrarvi. La legge stabilisce che la residenza debba essere concessa a chiunque viva in un dato territorio. Colpevolmente a negare il diritto alla residenza sono le stesse istituzioni che dovrebbero garantirlo, i comuni e gli uffici anagrafe. I motivi sono presto detti: ignoranza o sprezzo delle leggi, paura, scarsa lungimiranza.

 

Per questi motivi sarebbe opportuno un intervento deciso e chiarificatore da parte della politica. Negli ultimi mesi un intervento su questo argomento è arrivato, ma va purtroppo dalla parte sbagliata. Stiamo parlando dell’iniziativa della Lega Nord che propone l’istituzione di un registro unico per le persone senza dimora presso il Ministero dell’Interno. È una decisione che comporterebbe problemi inimmaginabili (dove si curerebbero le persone che vi sono iscritte? dove dovrebbero recarsi per avere i propri documenti? ai servizi sociali di quale città dovrebbero fare riferimento, etc.) e che calpesterebbe i diritti alla privacy di tanti cittadini che non hanno nessuna colpa se non quella di essere poveri e quindi deboli.

 

In attesa di avere novità positive abbiamo posto alcune domande sul tema della residenza all’avvocato. Antonio Mumolo, presidente dell’Associazione Avvocato di strada, che sul tema della residenza lotta da anni.

 

Avvocato Mumolo, come si perde la residenza?

Può succede per diversi motivi. Se si esce dallo stato di famiglia, e non si comunica una nuova residenza, ad esempio, l’anagrafe cancella il nome dalle liste. Questo è uno dei casi più frequenti, perché sono moltissime le persone che finiscono in strada in seguito a una separazione o ad una rottura familiare. La stessa cosa può capitare quando si lascia una casa dove si era in affitto. Quando arrivano i nuovi affittuari e viene fatta l’opportuna comunicazione i vecchi inquilini vengono cancellati dalle liste anagrafiche. Infine può capitare che un Comune faccia un censimento. Se non si risulta più nel luogo dove si aveva la residenza automaticamente si viene cancellati dalle liste. Per questi motivi le persone, che non possono essere avvertite perché non se ne conosce il nuovo domicilio, molto spesso non sanno nemmeno di aver perso la residenza, e quando lo scoprono, magari dopo un lungo periodo, possono avere brutte sorprese.

Cosa succede senza residenza?

Chi ne è privo non può votare o essere votato, non ha accesso al sistema sanitario nazionale se non per le cure di pronto soccorso. Se ha diritto ad una pensione non la può ricevere perché l’INPS non sa dove spedirla. Non può concorrere ai bandi per l’alloggio popolare, difficilmente riesce ad ottenere un documento di identità.

Cosa fare per ottenere una nuova residenza?

Se si perde la residenza bisogna recarsi presso l’ufficio anagrafe della città dove si vive, e fornire un domicilio che verrà verificato dai vigili urbani. La residenza anagrafica, per l’importanza capitale che ha per la vita di ogni individuo, può essere concessa anche presso una roulotte, o in una grotta, non fa differenza. Noi siamo riusciti a far ottenere la residenza ad una persona che viveva in macchina, con moglie e figlia minore. Senza la residenza, tra l’altro, la minore non avrebbe potuto iscriversi a scuola.

Cosa succede nel caso delle persone che vivono in strada, si spostano di continuo e non hanno nessun domicilio?

In quel caso si può chiedere la residenza anche in una via inesistente.

Anche se è una cosa che sanno in pochi, la legge dice che ogni città deve dotarsi di una via fittizia, dove poter fissare la residenza a tutti quelli che vivono in città. A Bologna questa via si chiama via Senzatetto, a Verona via dell’ospitalità. A Roma la via inesistente è intitolata a Modesta Valenti, una donna senzatetto morta alla stazione Termini perché non era stata soccorsa in quanto sporca e mal vestita. In alcune città, come Foggia e Taranto, la via fittizia è stata inaugurata dopo l’apertura in queste stesse città di uno sportello di Avvocato di strada e su nostra richiesta.

Quali motivi possono spingere le istituzioni comunali ad essere restie nel concedere la residenza anagrafica?

Credo che i Comuni temano che dalla concessione di una residenza possano venire oneri supplementari e imprevisti. Questa, a mio parere, è un’analisi parziale.

Non dare la residenza significa alimentare un circuito vizioso, perché se a una persona non viene concessa la residenza significa condannarla a rimanere nelle maglie dell’assistenzialismo e negargli il primo lasciapassare verso un percorso di recupero. In pratica un Comune che non dà la residenza a una persona ha come unica speranza che questa persona a un certo punto vada a “disturbare” in un’altra città. Ricorda da vicino quella che in ambito ambientalista si chiama sindrome “Nimby”, acronimo di “Not in my Back Yard”, che vuol dire “Non nel mio cortile”. Si riconosce come necessario, o comunque possibile, l’oggetto del contendere, ma, ontemporaneamente, non lo si vuole nel proprio territorio per via delle eventuali controindicazioni.

Le istituzioni vorrebbero, giustamente, che tutte le persone fossero autonome ed indipendenti, e che potessero realizzarsi come individui.

Ma la concessione della residenza anagrafica è il primo passo verso questa strada, e non concederla, come può capire chiunque, non è un modo di risolvere i problemi.

 

 

articolo pubblicato sul numero 9  di Marzo   2009



 

 

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