INTERVISTA A PAOLO PEZZANA

Presidente della fio.PSD (Federazione Italiana Organismi Persone Senza Dimora)

di  Claudio Fulchiero

La ringrazio per aver accettato di realizzare con noi questa intervista. Vorrei approfondire con lei la questione del diritto alla residenza, che è un problema molto forte, che io sento anche in prima persona, convivendo con tanta gente in un ostello da parecchi mesi.

 

In Italia la legge afferma il diritto alla residenza? Come è tutelato concretamente?

Il diritto alla residenza è sancito dalla legislazione, in particolare dalla normativa anagrafica del 1954. La sua applicazione è stata precisata in numerose circolari amministrative, l’ultima – molto efficace – a firma dell’allora ministro dell’interno Giorgio Napolitano. Ciascun cittadino ha diritto a prendere la residenza anagrafica nel luogo dove elegge il proprio domicilio, ossia dove dichiara di risiedere e dove dichiara essere la sede dei propri interessi principali. Nonostante nessuno neghi che esista (e la giurisprudenza è concorde), è uno dei diritti più calpestati: un diritto di carta, perché moltissimi Comuni – soprattutto i piccoli e medi – si rifiutano di dare la residenza alle persone, trascurando il fatto che senza residenza non si può avere un medico di base, non si può votare, non si possono esigere i diritti fondamentali che fanno parte dell’essere cittadini.

Perché un ente locale dovrebbe garantire la residenza a tutti?

Ciò implicherebbe costi enormi, in servizi assistenziali.

Ribadisco: perché è suo dovere, la legge chiede di farlo. Sappiamo però, nel concreto, che solo le grandi città riconoscono la residenza. Così si crea un “effetto calamita”: le persone in difficoltà si spostano verso il luogo dove possono ottenerla e usufruire dei servizi che ne conseguono. Una soluzione plausibile sarebbe che tutti i Comuni concedessero la residenza, in modo da evitare concentrazioni improprie. Questo si potrebbe fare, da un punto di vista tecnico, se si applicasse una norma dell’ordinamento italiano (la legge 328 del 2000 e le leggi regionali che ne sono seguite) e si facesse la cosiddetta “pianificazione territoriale”. Cioè se i Comuni si sedessero intorno a un tavolo e si assumessero ciascuno il proprio pezzetto di responsabilità. Finché si affrontano questi problemi con la cultura della delega, dell’invio verso il soggetto più grosso, non si arriverà a soluzioni accettabili.

Cosa significa perdere la residenza in un percorso di grave emarginazione? Si sente parlare di “morte anagrafica”: è esagerato?

No, è corretto. Perdendo la residenza si perde l’accesso ai propri diritti, caratteristica fondamentale della cittadinanza. Si diventa realmente invisibili, non si esiste più per la pubblica amministrazione. La gente non ci fa caso, ma ogni giorno utilizziamo decine di volte il nostro essere residenti, e quindi cittadini, e l’avere diritto a qualche cosa, per le vicende più banali dell’esistenza quotidiana. Se la grave emarginazione è un percorso di progressiva perdita di contatto con la società, le istituzioni e le relazioni, di progressiva perdita di fiducia nella realtà circostante e quindi in se stessi, perdere la residenza è sicuramente una tappa molto significativa di questa involuzione.

Come si può accompagnare una persona senza dimora nella richiesta della residenza?

Le pratiche nei territori sono diverse, proprio a causa della disomogeneità di cui si è detto. In generale, il modo più semplice, per qualunque cittadino, è recarsi all’anagrafe con due testimoni che certifichino che si è la persona che si dice di essere, e avanzare la richiesta. Molti servizi che lavorano con le persone senza dimora si preoccupano anzitutto di informarle e di accompagnarle fisicamente alle anagrafi. Ma la risposta che si riceve è spesso un diniego; allora molte associazioni, soprattutto i gruppi degli avvocati di strada, accompagnano la persona senza dimora nella presentazione di un ricorso amministrativo (alla pubblica amministrazione) o giudiziario (al Tar), che in genere ottiene risposta positiva. In generale, la rivendicazione dei diritti va sempre coniugata con la cura della relazione. Il problema cambia per gli stranieri irregolari, che non possono chiedere la residenza. La legge lo impedisce: questione che andrebbe affrontata seriamente.

In molti Comuni italiani sono state “inventate” vie fittizie per i senza dimora. Però io ho parlato con persone che hanno preso questa residenza, e mi hanno detto che poi hanno tante difficoltà, per esempio nel trovare lavoro. All’estero le cose funzionano meglio?

Difficile fare paragoni. Il problema della residenza si pone anche all’estero. In alcuni paesi è anche più difficile averla, perché non è sancito un vero e proprio diritto. In altri, la residenza è strettamente collegata al percorso di richiesta d’aiuto: la si ha, fintanto che si sta dentro a un determinato circuito assistenziale.Quanto a noi, essere residenti in via Modesta Valenti, o in via La casa comunale, di certo comporta uno stigma. Allora torna il discorso di prima: se il percorso sta dentro una relazione (con una persona, un servizio, un operatore) diventa più facile ragionare con il potenziale datore di lavoro, per fargli capire che non è un problema risiedere in un luogo fittizio. Certo, più le residenze sono anonime, nel senso di non identificabili, meglio è. La normativa consente addirittura di prendere residenza su panchine, o dove è parcheggiata una roulotte, o in grotte, o luoghi simili: benché problematica dal punto di vista amministrativo, è una soluzione che molto spesso paga. In ogni caso in questa fase, in cui il parlamento italiano discute una modifica della legislazione che renderebbe più difficile, in alcuni casi addirittura impossibile, l’iscrizione anagrafica delle persone senza dimora, va difeso anzitutto il fatto di poterla ricevere.

Veniamo proprio al decreto legislativo 733 (il “pacchetto sicurezza”), il cui articolo 36 legherebbe il diritto alla residenza alla verifica, da parte degli uffici comunali, delle condizioni igienico-sanitarie dell’immobile in si intende fissare la residenza. Quali sarebbero le conseguenze per le persone senza dimora?

Paradossalmente a me preoccupano di più le conseguenze per la pubblica amministrazione. Non esistono, in nessuna città italiana, le condizioni per poter esercitare quei controlli. Lo afferma l’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci). Quando ci si infila in certi meandri burocratici, accadono questi paradossi. Pur troppo non sono certo che il Senato lascerà decadere l’articolo 36 (l’intervista è stata realizzata prima di fine gennaio, ndr); confido in ogni caso che, nella successiva lettura alla Camera, si possa efficacemente interloquire con il Parlamento. Sarebbe

un problema per tutti, se per fare gli interessi politici di alcuni, si mettessero ulteriori pesi sulle spalle delle persone che hanno bisogno. In ogni caso, sarebbe una norma sostanzialmente inapplicabile: si presterebbe alle iniziative di questo o quel sindaco-sceriffo che volesse colpire certi gruppi o soggetti, ma non potrebbe essere attuata in maniera uniforme nel territorio nazionale.

Sempre nel decreto legislativo c’è l’intenzione di dare vita, presso il Ministero dell’interno, a un registro dei senza dimora.Come giudicate la proposta?

Il registro è l’altro lato della moneta. Ma anch’esso comporterebbe disagi applicativi enormi. In Italia non esiste una definizione ufficiale di “persona senza dimora”: chi sarebbe iscritto nel registro? Tutti quelli che sono senza residenza? Compreso chi rientra dall’estero ma ancora non ha richiesto o ottenuto la residenza? E si potrebbero fare decine di altri esempi.

Il registro non sa di schedatura?

Certamente. E come tutte le schedature, va considerato con cautela: generalmente (la storia è maestra di vita) si tende a fare di questi strumenti un utilizzo più orientato contro la persona, che a favore di essa. In linea teorica, potrebbe anche essere utilizzato per orientare meglio gli aiuti alle persone. Ma io un po’ preoccupato lo sono. Se questa proposta avanzasse, occorrerebbe lottare anche sul piano simbolico, in maniera forte, provocando e richiedendo l’iscrizione di milioni di cittadini nel registro. Non è così che si risolvono i problemi. Soprattutto in un paese dove perdura una clamorosa mancanza d’investimenti nel sistema di protezione sociale. Siamo uno degli stati d’Europa che spendono meno, forse quello che spende meno, per affrontare la grave emarginazione. E senza risorse si rimane confinati nel limbo, pur meritorio, della beneficenza privata, ma non si raggiungono i risultati che sarebbe dovere istituzionale e dell’intera comunità garantire. Di questo si dovrebbe parlare, non di fumosi registri.

Per quale motivo l’Italia manifesta queste carenze rispetto ad altri paesi?

Nel nostro paese, le istituzioni non si sono mai nemmeno preoccupate di sapere quante sono le persone senza dimora. Un censimento oggi è in corso: promosso da fio.PSD, Istat, Caritas Italiana e Ministero del welfare, è un’iniziativa storica, avviata con il precedente governo, chiamata a dare risultati entro il 2010. Ma in generale i politici non investono su questi temi perché suppongono che essi non paghino in termini elettorali.

In Europa quali sono i nuovi progetti a favore dei senza fissa dimora?

Il 2009 è stato dichiarato dalla Commissione Europea Light Year sull’homelessness.

La strategia sociale europea si realizza su base triennale; siamo nell’anno di mezzo, dedicato di volta in volta all’analisi specifica di un tema, e nel 2009 tocca all’homelessness. La Commissione chiederà a tutti i paesi di verificare il loro sistema di servizi per la grave emarginazione e di presentare azioni e strategie attuate e progettate. E il 2010 sarà l’Anno europeo contro la povertà: l’intero continente sarà chiamato a uno sforzo di consapevolezza e sensibilizzazione in materia.

 

articolo pubblicato sul numero 9  di Marzo   2009


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