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IN UNA NOTTE SENZA DIMORA

di  Franca Iannaccio

Lo scorso 17 ottobre si è tenuto l’annuale appuntamento con “la notte dei senza dimora”, una iniziativa organizzata in contemporanea in diverse città italiane, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni di chi vive ai margini, senza le garanzie minime che pure dovrebbero essere riconosciute a tutti i  cittadini o forse, meglio, a tutti gli esseri umani.

L’iniziativa di quest’anno ha focalizzato l’attenzione sul cosiddetto pacchetto sicurezza, provvedimento recentemente varato dal governo che, nella definizione di misure a presunta tutela delle esigenze di sicurezza dei alcuni cittadini, identifica delle “categorie” di rischio corrispondenti a specifiche sacche di disagio. In questo modo le aree di intervento sociale vengono riclassificate nell’ambito della pubblica sicurezza come aree soggette a misure repressive. Si tratta di un travisamento consapevole della realtà tendente a ricondurre i temi delle nuove povertà nella sfera di competenza delle forze dell’ordine secondo una (facile) equazione che vede il povero automaticamente assimilato a delinquente. Sul tema della sicurezza dei cittadini si concentra una grande attenzione, molto spesso prodiga di accenti negativi sparpagliati alla rinfusa che cadono disordinatamente ora su una categoria ora su un’altra, alzando il tiro e spostando variabilmente il livello di preoccupazione da una categoria all’altra (i romeni stupratori, i barboni alcolisti, ecc.).

La verità o meglio, una delle verità da considerare in questa vicenda, è che la nostra è una società che stenta a soffermarsi sulle cause che generano tutti quei fenomeni – sociali e di ordine pubblico -sui quali si dovrà in seguito, e molto più onerosamente, soffermare per trovare le giuste soluzioni. Qualcuno diceva che una società veramente civile si distingue per la capacità di riconoscere i bisogni che il proprio stile di vita contribuisce a generare e si adopera per rispondervi adeguatamente. Secondo questo principio la logica conseguenza dovrebbe essere una maggiore attenzione alle proprie scelte per evitare  conseguenze troppo onerose da pagare.

Del resto non si fa così anche per i rifiuti? Consumo indiscriminato prima e incapacità di smaltimento delle scorie poi?

Il problema però è che mentre riusciamo a distinguere il tetrapak dal succo di frutta quando si tratta di conseguenze sociali tendiamo a considerare come scarto molto di più dell’involucro. E così, va a finire che preferiamo menare manganellate ad un barbone nella speranza di vedere sparire d’incanto l’incubo della miseria che rappresenta la vera fonte di disagio. Nostro Signore, nella sua infinità misericordia, di fronte ai lapidatori della Maddalena tracciò un circolo sulla terra per indicare chiaramente e circoscrivere il male (il peccato da lapidare) per separarlo dal bene (la persona) che va sempre salvaguardato per garantire che il potenziale progetto di eternità che vive, sopito, stordito, in ciascun essere umano possa essere finalmente espresso. Finché c’è vita c’è speranza, recita un detto popolare e la speranza è che quel potenziale, prima o dopo, riesca ad emergere dal mare di superfluo che lo sommerge, stupendoci tutti per i prodigi che potrà compiere. Molto più laidamente, lo spreco maggiore, il peccato più grande è proprio quello di rinunciare alla scoperta, di privarsi della possibilità di tentare nuove strade per liberare la straordinarietà dell’ordinario accontentandosi di inzeppare lo straccio putrido nel fondo del barile insieme alla speranza che in quello straccio ancora vive e vivrà fino all’ultimo respiro.

La notte dei senza dimora e iniziative simili, hanno l’obiettivo di dare una scossa alla opinione pubblica, di contrapporsi alla logica delle categorie che tende a negare l’umanità che si cela dietro alle diciture professionalizzate – immigrato, extracomunitario, barbone, - e ridare un nome e un volto alle persone che ne fanno parte. Mohammed, Dimitri e Mario sono parte della nostra vita e della nostra società; le loro condizioni di vita ci ricordano costantemente i nostri errori, pensiamoci.

Di tutto questo, però, non ho scorto traccia negli articoli che la stampa ha pubblicato per informare l’opinione pubblica circa l’iniziativa del 17 ottobre. Mi è sembrato, al contrario, che l’attenzione dei media fosse concentrata su tutti quei frikkettoni che hanno dormito in sacco a pelo per una notte come fossero loro i protagonisti dell’iniziativa. Certo i giornalisti devono aver trovato interessante capire se l’evento fosse pilotato da uno dei candidati alla segreteria del PD (ma no loro queste cose non le fanno) o se ci fosse lo zampino di qualche comunista, o ancora se i politici locali fossero stati coinvolti o usassero l’evento come passerella (messi male poveri loro, sfilare tra schiere di sfigati zozzoni!).

Energia sprecata. Peggio, perduta negli indici puntati, nelle dichiarazioni ufficiali, nelle sottili allusioni precipitate nel piombo delle parole stampate sui giornali.

In tempi di crisi il giornale non serve più per incartare il pesce ma è un buon isolante quando si dorme sui cartoni!!!!


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