Editoriale

Antilogia

di Gabriele Del Grande

Nelle “Città invisibili” Marco Polo racconta a Kublai Kan, imperatore dei tartari, le mille città del suo impero, mille sfaccettature di una stessa irraggiungibile città,  sovrapposte a memoria e divenire, a desideri e paure. Italo Calvino amava contrapporre verità e punti di vista, così nel suo schedario incompiuto, pubblicato nel 1972, all’immagine di ogni città corrisponde il suo negativo. Vale lo stesso oggi per le nostre grandi metropoli, dove non c’è centro senza periferia e non c’è periferia senza
centro. La frontiera tra questi due luoghi si apre come una cerniera lungo i margini della società. Non sempre è una distanza geografica a definire il confine tra dentro e fuori, quanto piuttosto la lontananza dall’invisibile rete delle relazioni, familiari, affettive, sociali, economiche. Capita allora di trovare fazzoletti di periferia nei centri storici ed economici delle città: uomini e donne che dormono su un marciapiede, tra i cartoni in una piazzetta, alla stazione dei treni o su un autobus notturno.
Seduti ai lati della strada, guardano la gente passare, come dai bordi di un fiume. Per
raccontare questa città, e di riflesso la città nel suo insieme, ho vissuto e dormito per strada, a Roma, per venti giorni, lasciandomi guidare da alcuni dei suoi circa seimila abitanti. E' dai tempi dell’università che mi interrogo sulle città nascoste. Allora vivevo a Bologna e per pagarmi gli studi, nel 2002, finii un po’ per caso a lavorare come operatore sociale in un dormitorio che ogni notte dava ospitalità a una trentina di uomini e donne finiti per strada. In via Lombardia. Ricordo le luci blu al neon che
durante la notte restavano accese sullo stretto corridoio su cui si affacciavano le porte delle camerate e le grate di ferro delle finestre. Da Bologna me ne andai con un carico di ricordi. I buchi fuorivena di Franco e i racconti delle sue rapine a mano armata tra Milano e Bologna. La gobba di Carmelo che a Napoli portava le paranze della  "Maronna” in processione e che era completamente analfabeta. I racconti delle telefonate di Massimo che per campare avevo trovato un lavoro part-time in una linea
erotica. Lo scherzo di Pietro, che si staccava le protesi che aveva al posto delle dita ogni volta che stringeva la mano ai nuovi arrivati.
E poi le sceneggiate di Chiara, che ogni sera guardava attentamente il telegiornale
per scoprire quali fossero i sette uomini che potevano liberarla dalle sette donne che le entravano nel cervello durante gli attacchi di cefalea a grappolo. E poi le rare lacrime di Angela, sprofondata nella depressione con tutti i suoi cento chili. Verso queste storie, fatte di violenza e tenerezza, di lacrime e coltelli, siamo tutti debitori. Perché una volta raccolte e ascoltate, abbiamo il privilegio di osservare le nostre città dall’interno delle loro periferie più nascoste. Quelle sociali. E lo facciamo senza filtri. Non da operatori sociali, ma da ascoltatori. Da viaggiatori.

articolo pubblicato sul numero 11  di Ottobre   2009


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