Inchieste
Lavoro Nero e Lavoro Vero Il punto di vista del Ministero del Lavoro
Intervista al dott. Emmanuele Massagli della Segreteria tecnica del Ministro del lavoro e delle politiche socialiQuali sono i dati sul lavoro nero in Italia?
Le ultime stime dell’Istat calcolano come “nero” l’11,7% dell’occupazione, ovvero
circa 2.800.000 rapporti di lavoro. Il dato è in leggero miglioramento rispetto agli anni
precedenti, per cui il lavoro nero è sceso di oltre due punti percentuali dal 2001. Si tratta di un trend leggero ma comunque positivo che siamo certi risentirà anche dei più recenti provvedimenti in materia lavoristica per facilitare la creazione di nuovi contratti di lavoro. Pensiamo innanzitutto ai buono lavoro che stanno permettendo l’emersione di lavoro nero in comparti come l’agricoltura, tradizionalmente arretrati dal punto di vista della regolarità dei rapporti.
Che percentuale di stranieri e che percentuale di italiani?
Secondo dati Censis, il 33% delle persone coinvolte in rapporti di lavoro irregolari è
straniero. Sono innanzitutto gli immigrati a cadere nella rete del lavoro nero, troppo
spesso con la pressione di dover mantenere se stessi e una famiglia in condizioni di
instabilità.
Quali sono gli strumenti di rilevamento di tali dati?
Strumenti e metodologie di calcolo del sommerso sono argomenti molto complessi e dibattuti in sede internazionale. La metodologia più accurata e prudente, adottata
dall’Istat e dalla maggior parte degli uffici statistici, parte dalla ricostruzione dell’input complessivo di lavoro con la successiva moltiplicazione per il valore aggiunto pro capite ricavato dalle rilevazioni statistiche disponibili. Il metodo utilizza tutte le informazioni disponibili sull’occupazione, confrontando quelle dal lato della domanda di lavoro (rilevazioni presso le imprese) con quelle dal lato dell’offerta (rilevazioni presso le famiglie). In estrema sintesi, il criterio fondamentale di stima prevede che, se il numero degli occupati dichiarati dalle famiglie risulta superiore a quello rilevato presso le imprese, la differenza costituisca occupazione irregolare; al contrario, un’eccedenza di occupati dal lato delle imprese rivela la presenza di più posizioni lavorative in capo alle stesse persone (“doppi lavori”).
Potrebbe esserci una correlazione tra le difficoltà di accessibilità al permesso di
soggiorno e il lavoro nero legato all’immigrazione?
Solo in parte e in fasi diverse. Il lavoro irregolare è un ostacolo all’ottenimento del
permesso e perciò un incentivo alla ricerca del lavoro regolare. In ingresso dunque sussiste la necessità di avere un lavoro regolare per ottenere quello che è chiamato permesso di soggiorno per lavoro. In un secondo momento invece, alla scadenza del primo permesso e soprattutto in momenti di crisi come quello attuale, si registrano crescenti tassi di lavoro nero. Non esiste però correlazione tra i ritardi di concessione del rinnovo del permesso di soggiorno con la diffusione di lavoro nero, in quanto, per il lavoratore straniero nei confronti del datore di lavoro, fa fede la richiesta di rinnovo.
Quali sono le zone d’Italia dove si concentra il tasso più alto di lavoro nero e per quali motivi in suddette zone il dato ha un’impennata?
Le regioni con le percentuali di gran lunga più elevate sono la Calabria (27,3%), il Molise (19,6%), la Basilicata (19%) e la Sardegna (18,9%). In generale tutto il Sud ha
percentuali di sommerso oltre il doppio di quelle del Nord (18,2% contro 8,9% circa).
Il dato, letto unitamente ad altri indicatori economici, non è inaspettato ed è coerente
con una diversa struttura dell’intera economia delle regioni del Mezzogiorno, afflitta
da ritardi, carenze infrastrutturali e incidenza malavitosa che sono noti.
Quali piani di intervento ha in atto il ministero per ridurre il lavoro sommerso?
Fondamentalmente ci si muove in due direzioni. 1) Una più tradizionale: più controlli, ancora più efficienti. Quindi ispezioni del lavoro e ragionamento e incrocio dei dati per individuare settori economici e zone geografiche da tenere sotto controllo.
2) Semplificazione delle norme del diritto del lavoro per fare emergere tutti quei rapporti di lavoro “leggeri”, che solitamente sono erogati irregolarmente. Esempio classico è il lavoro estivo (solitamente informale e non tutelato) dei giovani o i lavori stagionali agricoli, ma anche le occupazione fieristiche e i “lavoretti” dei cassaintegrati… Sono tutti rapporti che uno strumento agile, semplice e intelligente come il buono lavoro (lavoro accessorio della Legge Biagi) sta permettendo di tutelare e fare emergere. I dati sull’utilizzo dei voucher sono molto incoraggianti in questo senso e ci auspichiamo che prendano piede anche nel Mezzogiorno. Stiamo inoltre ragionando con le categorie sociali affinché vengano intermediati anche in altri settori come i servizi di cura alla persona.
articolo pubblicato sul numero 13 di Maggio 2010
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