Inchieste

Io, lavoratore nei campi di Rosarno

di  Valentina Di Fato

Porta negli occhi le immagini della sua Costa d’Avorio, il sogno che ha è quello di realizzarsi come imprenditore import-export di caffè e cacao, il presente, però, gli viene negato. Abou è un ragazzo africano di 30 anni, arrivato a Roma subito dopo la rivolta di Rosarno, città in cui lavorava come bracciante agricolo. Abbiamo raccolto la sua testimonianza per dare voce a questo disagio e alla sua storia.

 

Da quanto tempo sei a Roma?

Sono arrivato a Roma a metà gennaio, subito dopo gli scontri di Rosarno. Mi ricordo che era una cosa impossibile: la gente scappava, piangeva e si sentivano spari. Insieme ad altri miei connazionali e amici siamo usciti da Rosarno. La polizia ci ha detto che era meglio se andavamo via da lì perché non eravamo più al sicuro. Così ci hanno accompagnati in stazione.

 

Cosa ricordi di quei giorni di “guerriglia”?

Ho i ricordi molto confusi. Un giorno abbiamo sentito degli spari e ci siamo accorti che alcuni dei nostri amici, lavoratori nei campi calabresi come noi, erano stati feriti. Così abbiamo deciso di scendere in piazza per farci giustizia.

Per capire meglio quello che stava accadendo siamo andati dal Prefetto di Rosarno, il quale ci ha detto che noi avevamo avuto il coraggio di denunciare il nostro maltrattamento e per questo motivo c’era stata questa rivolta. E da lì ci hanno cacciato dal paese. Io sono arrivato con il treno a Roma.

 

Che cosa facevi in Calabria?

Lavoravo in campagna alla raccolta dei mandarini, delle arance e delle olive. Raccoglievano la frutta e mettevamo in ordine le cassette piene e quelle vuote.

 

Dove vivevi?

Stavo in una casa abbandonata, mi pare che fosse una vecchia fabbrica, molto rovinata e fatiscente. Eravamo in tanti a dormire lì: dalle venti alle quaranta persone. Tutti ragazzi come me, quasi tutti provenienti dall’Africa e scappati dai loro paesi perché dove vivevano c’è la guerra.

 

Come era scandita la tua giornata?

Mi svegliavo solitamente alle quattro della mattina per andare nei campi. La giornata di lavoro iniziava più o meno alle sei e durava fino alle cinque e mezza del pomeriggio. La giornata era faticosa ma era l’unica soluzione per guadagnare un po’ di soldi e spedirli alla mia famiglia.

 

Come venivi assunto dal tuo capo?

La mattina, molto presto, andavamo nella piazza del paese, e lì i caporali venivano a prenderci per andare a lavorare nei campi. Sceglievano le persone in base ai lavori che c’erano da fare durante la giornata. Io non lavoravo tutti i giorni.

Ero uno dei pochi che parlava italiano, pertanto, spesso facevo da traduttore per i miei compagni. Ero uno dei pochi che in alcune occasioni chiedeva più diritti per tutti noi. Anche per questo motivo non mi lasciavano lavorare tutti i giorni.

 

Eri un ribelle?

Io mi battevo per i miei diritti e per quelli di tutti i miei compagni. Per questo motivo i miei superiori cercavano di intimidirmi. Una volta il figlio diciassettenne del mio capo prendeva in giro me e i miei compagni che ritornavamo a casa molto stanchi. Io mi sono permesso di rispondergli e lui mi ha minacciato dicendo che avrebbe preso il fucile. È ritornato dopo pochi minuti, nel grande spiazzo davanti la fabbrica dove abitavamo, con la macchina a tutto gas per cercare di investirmi.

 

Chi erano i tuoi capi?

A dire il vero non avevo un solo capo. Il proprietario della terra era colui che dava ordini “superiori” e che utilizzava un africano per comunicare con noi.

In primis venivano le decisioni del proprietario della terra, poi quelle del nostro capo africano. Ed era proprio lui che decideva se noi potevamo lavorare oppure no, tant’è che ogni volta che ci pagavano la giornata lasciavamo cinque euro al nostro “protettore” affinché ci scegliesse ancora l’indomani.

 

Quanto guadagnavi?

Lavoravamo per dodici- quattordici ore al giorno, per guadagnare 25 euro. Però a Rosarno stavo bene e con questi soldi riuscivo a mangiare e a comprare le medicine se ne avevo bisogno. Ora, invece, qui a Roma non ho soldi e dormo nelle strutture di accoglienza.

 

Come venivi trattato sul lavoro?

Mi stancavo molto. Stavamo per ore piegati sulle cassette a raccogliere la frutta. C’era sempre qualcuno che ci controllava e ci gridava di lavorare “veloce”.

 

Ti ha fatto paura la situazione di Rosarno e la strada, dove hai vissuto i primi giorni a Roma?

Dopo aver visto i fucili, la guerra, i cadaveri e i bambini che muoiono di fame come faccio ad avere paura di queste cose? Non ho paura più di nulla, chiedo solo una vita normale.

 

Ti piace l’Italia?

Sì mi piace molto: io però vorrei lavorare, ora non ho lavoro e quindi mi sento inutile. Sono arrivato due anni fa dalla Costa d’Avorio, perché nel mio Paese c’era la guerra e quindi sono scappato. Ho fatto la richiesta di asilo proprio nel vostro Paese perché mi piacerebbe lavorare e costruirmi una famiglia proprio qui.

articolo pubblicato sul numero 13  di Maggio   2010


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