Primo piano

In viaggio verso est - Capitolo 8 - Dentro la Mongolia

di Stefano Bonanni
07.06.2010

Mi sveglio alle 7 con l'impazienza di un bambino che aspetta di andare al luna park, ma consapevole che dove stiamo andando non ci sono lunghe file, rumori o luci che lampeggino. Mentre usciamo noto una persona che aspetta nella hall dell'albergo. Somiglia più ad un cinese che ad un mongolo, basso, ha il viso schiacciato e due occhi molto piccoli, calza stivali da fantino e indossa una giacca di stoffa a quadri. In testa porta un basco quasi a rimarcare l'eccentricità del suo abbigliamento. E' impossibile non notarlo e non riesco a non sorridere quando si presenta come il nostro accompagnatore. Sembra avere mille denti uno più piccolo dell'altro, e un sorriso che si estende per tutto il volto. Pensare di dover affidare la nostra sopravvivenza a questo personaggio, oltrepassando il deserto e dormendo a temperature spesso proibitive, mi diverte. Finalmente trovo una persona originale. Insieme all'autista ci sono altre due ragazze, faranno da interpreti con la gente del posto. Oltre a noi c'è una coppia di francesi, anche loro viaggiatori. Fin'ora hanno seguito presso a poco il nostro stesso itinerario nel tentativo di compiere il giro del mondo, per far questo, contrariamente a noi, si servono anche di aerei. Ci sono tutti i presupposti per vivere un'esperienza indimenticabile. Il mezzo di trasporto su cui ci sposteremo non è da meno: un ex pulmino sovietico verde. Ha gli interni in pelliccia maculata, sette posti lungo i lati, e al centro un piccolo tavolino che si rivelerà utile per alcuni nostri pasti.

Dopo neanche venti minuti dalla partenza ci ritroviamo completamente in mezzo al nulla. Da qualsiasi parte mi volti, riesco solo a vedere un'immensa distesa bianca di neve. Sembra quasi di trovarsi alla fine del mondo, non si vede nulla a perdita d'occhio. Il panorama continua così per diverse ore. Non una persona, non un villaggio, non una macchina. Più la jeep procede, più mi rassereno al pensiero di lasciare
la città. All'improvviso nel paesaggio comincio a scorgere tanti piccoli puntini, dapprima neri, ma avvicinandoci assumono differenti colori. Intere mandrie di animali, selvatici e non, sono lì a poche decine di metri da noi. Attraverso i finestrini della jeep sembra di osservare un documentario. Appollaiate su dei massi, possiamo ammirare
delle splendide aquile. Ogni tanto l'autista devia il percorso avvicinandosi agli animali, dandoci  la possibilità di scattare qualche foto. Sono talmente meravigliato per ciò che osservo da non fermarmi a pensare di essere un intruso in questo incredibile paesaggio. Centinaia di piccoli uccelli volano accanto alla nostra auto, accompagnandoci per chilometri. Sembra quasi che si stiano esibendo in una danza:
all'unisono battono le ali e di tanto in tanto ci passano davanti, alternando la loro marcia da sinistra a destra. A volte è possibile scorgere qualche montagna, ma dopo poco si torna sempre nel nulla. Stiamo procedendo nella direzione del sole, forse è con questo che l'autista riesce ad orientarsi. Qui non ci sono strade, solo neve. Il
sole calando ci regala uno splendido gioco di colori. Tutto si illumina di arancione ed il cielo si fa sempre più viola. Qualche nuvola isolata nel cielo, con la complicità della nostra mente, da vita a mille forme. Arriviamo nel posto dove verremo ospitati quando ormai è notte. Appena sceso dal pulmino, alzo gli occhi al cielo, la volta celeste è
stupenda. Ogni stella è al suo posto, sembra dipinta. Si può tranquillamente vedere la via lattea e distinguere ogni costellazione. Dopo aver scaricato i bagagli, munito della mia torcia frontale, faccio  un breve giro di perlustrazione cercando di cogliere qualche
particolare di questo posto. Mentre cammino mi viene da pensare a quante persone oggigiorno è privato di godere di uno spettacolo del genere. L'inquinamento, le luci, fanno passare in secondo piano il cielo e le stelle nelle nostre vite. Eppure quanti, prima di noi, si sono affidati a loro. Dopo un breve pasto a base di riso e carne,
ognuno si infila nel suo sacco a pelo. Ogni tanto il padrone di casa entra a rianimare il fuoco, e la tenda subito si riscalda. Sono sempre stato abituato a pensare alla legna come qualcosa di indispensabile per accendere un fuoco, ma qui non ci sono alberi, il vento e la temperatura che di notte scende anche oltre i meno trenta gradi, ne
sono la causa. Qui il fuoco lo si accende con lo sterco di yak, quello non manca mai. Mi fermo a riflettere sull'importanza di questo animale,  indispensabile per la vita di queste persone, sia come alimento, che nella produzione di combustibile. Come sempre la natura ha una risposta ad ogni esigenza, eppure in occidente è ormai relegata in un vaso o in uno zoo. Ma non voglio rovinare questa atmosfera con i miei pensieri, questo posto è magico. Sdraiato nel mio sacco a pelo
rimango inerte ad ascoltare ogni rumore del vento, fissando da una piccola fessura sul tetto il cielo stellato, ma lentamente il sonno prende il sopravvento. Durante la notte inevitabilmente il fuoco si spegne. Mi sveglio poco prima che il sole si alzi in cielo, il mio respiro forma una nuvola di vapore. Infilandomi le scarpe noto che la bottiglia d'acqua poggiata ai piedi del letto è congelata. Mentre tutti dormono esco nel tentativo di scattare qualche foto all'alba, ma la fotocamera non vuole aiutarmi. Il meccanismo di messa a fuoco è bloccato per il freddo. Impostare la macchina manualmente vuol dire togliersi i guanti. Non riesco a fare che qualche scatto prima di
perdere la sensibilità nelle mani. Tornando alla tenda noto che l'autista sta già caricando la jeep. Si riparte di nuovo in cerca di un altro posto dove passare la notte. Quasi ci comportiamo da nomadi noi stessi. Queste persone vivono dipendendo completamente dalla pastorizia. Così per quattro volte l'anno, una ogni stagione, smontano le loro case, caricano i cavalli, i cammelli, gli yak e si spostano in
un altro posto. Loro conoscono la natura meglio di chiunque altro, e sanno che lo sfruttamento intensivo di essa può solamente nuocergli. Così vivono tranquillamente senza l'esigenza di aumentare il loro gregge a dismisura. Quando hanno bisogno di qualcosa lo barattano con la loro carne o con il loro latte. Qui non esiste il concetto di
proprietà. Fino ad ora non ho visto nessun recinto, nessun cancello, eppure tutti rispettano questa terra. Ai nostri occhi sembra una terra di nessuno. Sorrido all'idea di aver attraversato la Russia da ovest ad est e aver trovato nei nomadi mongoli ciò che di più si avvicina al comunismo. Quando non hai nulla che è tuo, non hai bisogno di fabbriche di armi per proteggerlo. Quando la tua vita dipende da qualcosa che è di tutti, fai di tutto per salvaguardarlo. Tante volte mi sono sentito dire che le mie sono pure utopie. Che in questo modo la storia si fermerebbe e non si andrebbe più avanti. Ma siamo tanto sicuri di aver preso la strada giusta? Se ci fermassimo un attimo capiremmo subito di essere sul precipizio di un burrone. A volte, purtroppo, è più facile andare avanti per inerzia piuttosto che fermarsi. Il pulmino parte e l'intera famiglia è lì a salutarci sbracciandosi. Tutti sorridono, è un sorriso che non sono più abituato a vedere, uno di quelli che viene dal cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Contatta l'autore:  bonanni@centrogandhiroma.com

 

 

 

 

 

 

 



 

 

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