SASA'
di
Luigi Solano
PRESENTACI UNA STORIA, CI SERVE UNA STORIA m’han detto. Il tono e l’espressione di chi ha fretta, una sorta di premura istintiva per la prossima data alle stampe di questo giornale. Una storia coincide spesso e semplicemente con il racconto di una vita, o di una parte di essa. E quella che mi accingo a raccontare nel nostro NUMERO 2 è la storia di Salvatore. Salvatore era un giovanissimo uomo, tanta forza nelle braccia e la passione per l’Inter; un ragazzo come tanti, penserete; un ragazzo normale. Solo che Sasà era un ragazzo di strada. Era giunto a Roma dall’entroterra siculo, la sua terra. Una parte di mondo che fa ancora paura,che non promette mai nulla di diverso: la sua terra, che mai avrebbe voluto dimenticare. Chi vi parla è anche lui un ragazzo di strada, ed è stato il migliore amico di Salvatore. La paura, il terrore di finire come lui. Io e Sasà ci siamo conosciuti in una mattinata d’inverno, l’aria di fuori era feroce, i soldi in tasca pochi per entrambi. Ci siamo rincontrati poco tempo dopo in stazione (nella grandiosa cosmopolita maledetta Roma Termini). Lui ci passava gran parte delle sue giornate. In sostanza, ci viveva. Ricordo che diventammo subito amici; ci bastò il tempo di conoscerci per volerci bene. Salvatore, più forte e più grosso di me, non perdeva occasione di intervenire ogniqualvolta mi trovavo in difficoltà. Salvatore era un duro, una persona (come me, a parte Ele) senza affetti e un grandissimo amico. In fondo era un bambino cresciuto troppo in fretta. Lui mi parlava delle sue più grandi passioni. Una di queste, a parte la squadra del cuore, erano le donne: le belle, le bellissime donne. A Salvatore piaceva parlarmi del suo sogno: una donna da amare, dei bambini da accudire e da crescere, una casa. Io invece (e chissà poi perché) non gli parlavo mai del mio sogno, perfettamente uguale al suo: la serenità, una famiglia, nient’altro. Salvatore era un ragazzo di strada, la sua vita era ogni giorno una sfida, la sua professione arrangiarsi. I binari sono creature immobili, poste in ogni stazione ferroviaria. La loro funzione è coadiuvante a quella dei treni: ci aiutano a salutare, a dire addio a qualcosa, a qualcuno. La gente parte e si saluta nei binari. Molti piangono, tanti si ripetono A PRESTO; le coppiette - è tristissimo vederle- si mandano baci e carezze, il più delle volte non sanno cosa dire, si guardano negli occhi e si sentono morire. Quella sera era tardi, tutti i treni già partiti, ogni binario una desolazione. Non c’era più vita, nessuno a ripetersi A PRESTO, niente lacrime e sospiri; nessun amore che finisce. E quella sera Salvatore stava lì, in uno di quei binari, troppo simile a qualsiasi altro per non essere tristissimo. In un binario senza treni, come una cosa senza senso, stava lì. Sarebbe partito presto, ma non sarebbe salito in alcun treno.
articolo pubblicato sul numero 2 di Aprile 2007
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