Parliamone

INTERVISTA AD ALDO MORRONE

Poeta e sognatore, Primario dell'Ospedale San Galicano di Roma

di  Rolando Clemeur

24.03.2009

Chi è per lei il senza fissa dimora?

La persona senza fissa dimora, a mio parere, è una persona straordinaria: una persona particolarmente sensibile, particolarmente intelligente, di una grande attenzione, che ha difficoltà o ha avuto difficoltà a vivere all’interno dell’istituzione, di questa nostra società, dove soprattutto chi possiede trova considerazione. Chi non possiede, non trova considerazione; chi è un poeta, non trova considerazione; chi fa affari d’oro, invece, viene molto ammirato. Quindi una persona senza fissa dimora, per la mia esperienza, è una persona particolarmente sensibile, che ha dificolta ad essere accetata dalla società, che è poco sensibile nei fatti.

Secondo lei la povertà è da considerare una malattia? Se sì, lo Stato che ruolo può avere e come dovrebbe intervenire?

La povertà è una malattia: è stato deciso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che la povertà rappresenti una malattia. Ha avuto anche un codice: si chiama Z 59.5, è definita povertà estrema e rappresenta una malattia. Lo Stato e le istituzioni dovrebbero cercare di eliminare le cause che determinano la povertà. Però io, più che di povertà, parlerei di impoverimento, perchè la gente non nasce povera. Diventa povera perchè c’è qualcuno che diventa ricco. Spesso c’è un meccanismo perverso: interi paesi sono stati impoveriti, perchè altri paesi sono diventati ricchi Quindi l’impegno dello Stato e delle istituzioni è di eliminare le cause o ridurle e poi intervenire, mettendo al primo posto delle politiche sociali proprio la lotta ai meccanismi che producono povertà, impoverimento delle pensioni. Oggi noi viviamo in una situazione per cui molte famiglie, che una volta riuscivano a arrivare a fine mese, molti pensionati, oggi arrivano fino al venti del mese e poi non ce la fanno più.

Si può pensare di curare l’animo delle persone e la depressione solamente con psicofarmaci?

È un’illusione... è un’illusione. Gli psicofarmaci possono essere utili all’interno di un processo di cura, che vede innanzitutto, come punto più importante, il prendersi cura delle persone. Allora ha senso curare le persone: se io mi prendo cura di loro, altrimenti non ha senso nè con gli psicofarmaci, nè con i farmaci normali. Io mi devo prendere cura delle persone: quella persona mi deve interessare, devo sentire che che la malattia e la salute di quella persona sono per me importanti, molto importanti.

Quali sono le patologie che lei vede più di frequente in persone in emergenza sociale?

Innanzitutto vedo la solitudine, vedo la perdità della dignità, vedo la mancanza di gioia, la mancanza di rapporti affettivi: queste non si chiamano patologie, tecnicamente, ma sono le codizioni base per cui poi scattano le malattie, che vanno dall’ipertensione arteriosa, alle malattie gastroduodenali, la scabbia, le malatie infettive, le malattie contagiose, ma sopratutto tante malatie tumorali, perchè in queste persone la diagnosi viene fatta troppo tardi.

Nella sua percezione, il Governo che considerazione ha del sociale?

Ogni governo, a mio parere, nel mondo crede che l’intervento sociale sia una spesa e basta. Se può ridurla questa spesa meglio, perchè tutte le grandi organizzazioni economiche internazionali tendono a dare questi consigli. Anche a noi, adesso il Fondo Monetario Internazionale ha detto che dobbiamo dare il tesoretto non ai pensionati, alle famiglie povere, ma dovremmo investirlo in altre cose. Io credo invece che i governi dovrebbero considerare il sociale come una grande risorsa per il paese.

Ha mai avuto l’opportunità di presentare un programma alle autorità competenti sulle politiche sociali per diminuire il numero delle persone disagiate?

Io ho avuto diverse volte questa opportunità, ma la gran parte delle volte i miei progetti sono stati bocciati e quindi non sono stati finanziati.

Ha iniziato come infermiere, poi come medico occupandosi degli emigranti senza permesso di soggiorno: quali problemi ha incontrato per questo suo impegno?

Intanto ha detto bene: io ho cominciato come infermiere, un’attività straordinaria. Ho avuto questa grande opportunità, questa voglia di prendermi cura della persona, iniziando a fare l’infermiere. Ho fatto la scuola, allora nel ‘74 si poteva fare la scuola per infermieri all’università, quindi ho fatto entrambe le cose. Ho lavorato come infermiere, ho lavorato come medico e sempre mi sono occupato di queste fasce di esclusione sociale: prima che degli immigrati senza permesso di soggiorno, mi sono occupato dei tossicodipendenti; degli anziani che nel quartiere di Centocelle, dove io lavoravo e vivevo, avevano la tubercolosi; degli immigrati italiani che tornavano con grandi sofferenze, perchè trovavano un’Italia diversa: questa realtà di grande esclusione sociale è stata per me una grande risorsa. Ho scoperto una grande dignità, ho scoperto un mondo di persone, come dicevo prima, sensibili intelligenti e straordinarie. Ovviamente, quando una persona si occupa di persone che non contano nulla nella vita e soprattutto non votano - e quindi non possono rappresentare un gruppo importante - va incontro a grandi problemi. Nel nostro ospedale ho avuto otto denunce per questa attività, che veniva considerata sicuramente illegale, clandestina e fuorilegge. Io ho precisato che non volevo andare fuorilegge, ma oltre la legge, ma i giudici non sempre erano d’accordo. L’ultima denuncia è stata recente, dell’anno scorso, per incompatibilità tra il lavoro in italia e il lavoro in Africa, quasi che io dirottassi i miei pazienti - che già non vuole nessuno - da qui all’ospedale che ho in Africa: paradossi, a volte, di chi si impegna e non viene attentamente ascoltato dalle istituzioni. Però non ho mai subito alcuna condanna e tutte queste denunce si sono risolte positivamente. Ma non nego una certa solitudine esistenziale e istituzionale, a cui ti costringono le istituzioni quando, come risposta al tuo lavoro, ti offrono una denuncia alla Procura della Repubblica.

Nel suo lavoro cura molte persone senza dimora: dal suo osservatorio, come è cambiata negli ultimi anni questa realtà, sia nelle patologie che nelle tipologie?

Nelle patologie è cambiata questa realtà, perchè oggi non abbiamo più le grandi malattie infettive, ma abbiamo le grandi malattie infiammatorie, le grandi malattie dismetaboliche, che sono più pericolose, perchè sono più lente nella devastazione della persona senza fissa dimora ed è difficile anche diagnosticarle. È cambiata questa patologia: noi vediamo molte persone che hanno i tumori, per esempio, nella fase oramai troppo avanzata, perchè non sono riuscite ad accedere ai servizi di diagnosi precoce. Anche le persone sono cambiate: oggi abbiamo molti giovani, abbiamo addirittura molti minorenni che finiscono per strada. Rispetto a venti o trent’anni fa, abbiamo molti stranieri. Prima fondamentalmente erano quasi tutti italiani: noi vedevamo tanti meridionali che avevano fallito il loro progetto di emigrazione venendo a Roma. Oggi vediamo molti stranieri e c’è stato un periodo molto interessante nel 2000, l’anno del Grande Giubileo, dove invece il numero complessivo dei senza fissa dimora era completamente cambiato: tantissime persone che erano per strada da pochissimo tempo e vivevano spostandosi continuamente in questo nostro piccolo pianeta.

Secondo lei, cos’è la solidarietà?

Io credo che la solidarietà abbia senso, solo se rappresenta la tappa intermedia verso la giustizia. Noi abbiamo più bisogno di persone giuste, che di persone solidali; abbiamo più bisogno di giustizia e, se ci fosse più giustizia, ci sarebbe meno bisogno di solidarietà. Ma c’è un altro termine che a me piace molto e che ha avuto scarso successo (perché la parola solidarietà è una parola che ha trovato tanto successo), una parola che mi piace molto: compassione, la passione di stare e di vivere insieme agli altri. Ecco, questa passione non è meno costruttiva ed efficace della solidarietà, ma guarda più alle persone. Talvolta la solidarietà ci mette in un circuito vizioso, per cui ci sono tanti impegni di solidarietà e ci dimentichiamo di dare una carezza o di parlare con le persone che ci sono accanto.

Siamo ormai in estate: vuole dare consigli ai lettori di shaker su come fronteggiare il caldo?

Intanto vorrei smitizzare questa idea del caldo, nel senso che non è vero che negli anni passati non fosse caldo d’estate. Noi dobbiamo tranquillizzare la gente, dicendo che d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo e questo non rappresenta un evento eccezionale. Sarebbe strano se d’estate facesse freddo e d’inverno caldo. Anzi, oggi ci troviamo anche in condizioni migliori: la gente può andare nei posti dove c’è l’ aria condizionata, può ripararsi al fresco. Ma cos’è che manca oggi alla gente per ripararsi dal caldo? Manca la solidarietà di vivere insieme. La gente è costretta ad andare al supermercato, ma vive da sola. Soprattutto gli anziani vanno al supermercato e che fanno? Passeggiano sempre? Sarebbe bello invitare tutti gli anziani al supermercato, nei grandi centri commerciali, offrire loro gelati, bibite, una lettura di poesie, un film, creare comunità, creare aggregazione.

Allora l’occasione del caldo potrebbe essere un’opportunità. Anche in passato faceva caldo, ma la gente stava più insieme; oggi fa caldo e la gente muore da sola.

Chi vive insieme, non muore, perchè c’è sempre un vicino che va a fare visita, un parente, un amico che telefona: “Come stai? Fa caldo? Non ti muovere, oggi vengo io a trovarti”. Invece oggi la gente vive da sola e il caldo uccide di più, ma non perchè faccia più caldo.

Cosa vorrebbe comunicare ai senza fissa dimora di Roma attraverso il nostro giornale?

Di fidarsi di più degli altri, di non chiudersi in se stessi. Loro hanno un grande patrimonio, un grande dolore e una grande sofferenza: va condivisa con gli altri, vanno fermate le persone, le persone vanno ammesse alla sofferenza di ognuno di noi, ognuno di noi dovrebbe avere la possibilità di dire: “Sto soffrendo, sto male, aiutami, facciamo qualcosa insieme!”. Le persone senza fissa dimorra potrebbero aiutare questo mondo a fermarsi un attimo e dire: “Ma non è che stiamo sbagliando? Loro sono nel giusto e noi, che facciamo una carriera infinita e corriamo sempre, stiamo sbagliando?”. C’è un libro di Tolstoj, La morte di Ivan Il’ic, dove il protagonista fa carriera tutta la vita, ma un giorno scopre di essere malato, e tutti i parenti e gli amici, che lo consideravano solo perchè potente, scappano via. L’ unico che gli sta vicino è un servo, che non lo fa perchè è servo, ma perchè gli vuole bene. Perchè gli vuole bene adesso? Perchè è vicino alla morte, alla sofferenza. Noi dovremmo imparare a scoprire questa realtà, dovremmo fare incontri con le persone senza fissa dimora. Le persone senza fissa dimora dovrebbero organizzare seminari per i nostri rappresentanti istituzionali, assessori, consiglieri, ministri: sarebbe bello che un giorno le persone senza fissa dimora organizzassero un film, una cena, un pranzo per i ministri, per i sottosegretari, per gli assessori e dir loro: “Adesso vi spieghiamo noi che cos’è la vita!”. Sarebbe una grande lezione per tutti noi.

Scusa, ma perchè l’avevano denunciata?

Di tutto mi hanno fatto. Una denuncia perché rubavo l’ energia elettrica; un’altra perchè rubavo le medicine per curare gli immigrati senza fissa dimora clandestini; poi mi hanno denunciato perché utilizzavo la carta; nell’ultima mi hanno denunciato per conflitto d’interesse tra la direzione di questo ospedale e l’apertura dell’ospedale in Africa. Ho detto: “Forse voi pensate che io dirotti i miei pazienti dall’ospedale pubblico all’ospedale in Africa?”. Voglio dire: ma che conflitto di interessi ci può essere? Però loro hanno detto: “Noi dobbiamo valutare”. Qui ci sono spesso i NAS, che oramai

sono diventati amici, ogni volta c’è una lettera anonima alla Procura della Repubblica, che cerca di capire perchè faccio queste cose. Le ultime due sono state: troppo uso di ricettari rosa, quasi che noi ce li vendessimo. Evidentemente non sanno che gli immigrati irregolari non hano diritto al medico di base, ergo, per poterli visitare, devo fare la richiesta su foglio rosa, una volta riconosciuti come STP. Io ne ho circa due o trecento ogni mattina: è chiaro che noi consumiamo ogni giorno due o trecento fogli rosa! Un’altra accusa è stata di usare farmaci veterinari per i pazienti umani. La più brillante è stata l’accusa di importare medicine dall’Africa per sperimentarle sui pazienti italiani. Ora, dall’Africa si può importare tutto, meno che le medicine: le malattie, l’artigianato. Ma le medicine importate dall’Africa, vi assicuro, non esistono! Casomai uno le manda in Africa ma non ho mai visto il contrario. Quando uno è accecato dalla volontà di distruggere queste esperienze si inventa le cose più folli. Posso capire dalla Cina, ma dall’Africa: chi vuoi che porti via i medicinali? Questa è la realtà, caro mio.

Prima di salutarla, vorrei dirle che l’ospedale S. Gallicano è stato il primo ospedale dove mi hanno visitato appena arrivato in Italia e se ora sono in buona salute lo devo a voi.

Grazie, mi fa piacere quando i pazienti ritornano. Mai nessun medico mi ha accusato di rubare un paziente, come si fa usualmente tra medici. Loro sono contenti: te li mandano tutti qui. C’è una canzone di Fabrizio De Andrè presa dall’Antologia di Spoon River, che dice: “Diventai dottor professor truffatore imbroglione, perchè i miei pazienti avevano tutti un’unica malattia: la fame, la miseria, non avevano soldi per pagare”.

 

 

di Rolando Clemeur

articolo pubblicato sul numero 3  di Luglio   2007


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