DIRITTO AL VOTO AGLI STRANIERI

Shaker, Pensieri senza dimora

Shaker

Intervista a Bernardino Guarino, direttore dei Progetti del Centro Astalli di Roma, a cura di Renato Berardi

 

Il centro Astalli è una realtà importante, a Roma, per gli stranieri, ma soprattutto per i rifugiati e i richiedenti asilo. Di cosa si occupa?

Il Centro Astalli è un’associazione che da oltre trent’anni si occupa di rifugiati. Accoglie le persone che arrivano in Italia scappando da guerre e conflitti: somali, etiopi, curdi, afgani, iraniani e tantissimi africani. Ci preoccupiamo innanzitutto dell’accoglienza di chi ha una protezione internazionale: lo Stato riconosce che queste persone hanno subìto delle violenze, ma, in pratica, non riesce a garantir loro gli adeguati servizi. Il Centro Astalli si occupa di supplire a tale carenza e a promuovere la cultura dell’accoglienza nel nostro Paese.

Come è regolato, oggi, l’accesso al diritto al voto per gli immigrati in Italia?

Non è regolato. Chi non è cittadino italiano non ha diritto di voto. In alcune città italiane si sperimenta il voto agli stranieri, affinché abbiano dei loro rappresentanti nelle giunte comunali, come consiglieri aggiunti e, per quanto riguarda Roma, i rappresentanti delle comunità presenti sul territorio. Sono cittadini che pagano le tasse e dovrebbero avere gli stessi diritti di tutti, anche se sono visti ancora come rappresentanti di lobby particolari.

Quale la situazione per gli stranieri comunitari?

Attraverso delle procedure molto particolari, quando ci sono le elezioni europee, potrebbero votare anche in Italia. Però finiscono col non votare mai.

E per gli extracomunitari?

Non hanno alcun diritto. Pur stando in Italia da diversi anni, se non hanno la cittadinanza, non hanno diritto di voto.

Il diritto al voto presuppone, infatti, tra le altre cose, la cittadinanza. Come si diventa cittadini italiani?

Innanzitutto bisogna fare domanda. Bisogna avere dei requisiti e non è un diritto ma una concessione dello Stato Italiano: c’è una certa discrezionalità.

Quali sono le difficoltà in questo percorso?

Bisogna dimostrare di essere stati ininterrottamente in Italia, con permesso di soggiorno regolare, da dieci anni e avere anche un buon reddito. In pratica il primo presupposto è difficile da conseguire, perché gli stranieri tendono a spostarsi di città in città ed hanno dei buchi tra una residenza l’altra. Quando richiedono il Certificato Anagrafico Storico, basta uno di quei piccolissimi buchi per ricominciare daccapo la conta dei dieci anni richiesti. Questo non è tutto. Anche avendo le carte a posto, occorre chiedere un appuntamento per consegnare i documenti, cosa che avviene, per quanto riguarda Roma, dopo un anno. Dopodiché bisogna ancora aspettare due, tre anni per avere una risposta.  In sintesi, se uno ha tutti i requisiti, aspetta almeno quindici anni per avere la cittadinanza italiana.

Tante le proposte da parte dei partiti politici e della società civile rispetto alla cittadinanza. Come dovrebbe essere delineata la nuova legge in questo ambito?

Un conto è la cittadinanza per gli adulti, abbiamo visto di difficile attuazione per i più; altro è quella per i minori. Chi è nato in Italia, infatti, è cresciuto qui nella nostra cultura e magari non è mai stato nel paese di origine dei genitori e non ne parla neanche la lingua: a diciott’anni deve fare il permesso di soggiorno. Abbiamo a che fare, ovviamente, con una legge a dir poco arretrata, lontana dal presupposto dell’integrazione.

Il Centro Astalli, insieme ad altre associazioni, promuove la campagna L’Italia sono anche io che, oltre a sensibilizzare su questa tematica, ha proposto due leggi di iniziativa popolare, una sulla cittadinanza e l’altra per introdurre il diritto di voto alle consultazioni amministrative senza discriminazioni di cittadinanza e di nazionalità.

Nello specifico, cosa si chiede attraverso la campagna?

Dieci anni fa non avremmo mai pensato di fare una campagna sul razzismo, sull’integrazione degli stranieri perché li consideravamo degli argomenti ormai superati. Invece, oggi siamo di nuovo costretti a fare campagne di solidarietà su quegli stessi temi, sull’uguaglianza delle persone. Sembrerebbe ovvio affermare che un bambino straniero è uguale ad un bambino italiano. Invece non lo è quando si parla di norme, di leggi o di diritti.

La campagna L’Italia sono anch’io ha promosso due iniziative di legge, una sulla cittadinanza per coloro che sono nati in Italia, prendendo esempio da Stati come la Germania o gli Stati Uniti, per cui chi nasce in uno Stato è cittadino di quello Stato. Per gli adulti dovrebbe bastare poter dimostrare di essere stati continuativamente in Italia per almeno cinque anni di domicilio e non di residenza. L’altra è sul diritto di voto agli stranieri, almeno per le elezioni amministrative. Quando si scelgono i rappresentanti nel Comune in cui si abita, si ha la residenza e si pagano le tasse, non è comprensibile perché non si possano anche decidere le politiche locali da parte degli stranieri.

Negare il diritto al voto ai cittadini di origine straniera non comunitari, residenti regolarmente in alcuni comuni spesso da anni, inseriti nella vita della comunità in cui vivono, studiano e lavorano pregiudica la riuscita di un’integrazione completa?

Certamente. La persona così non si sente riconosciuta nella propria dignità. D’altro canto, non vengono invitate alla partecipazione attiva e responsabile nella società: non avere gli stessi diritti non aiuta l’integrazione e può generare frustrazione e rabbia soprattutto nelle nuove generazioni, come avviene in Francia. Chi è cresciuto e ha studiato in Italia deve avere gli stessi diritti ed è insensato da parte nostra non dare a queste persone delle occasioni: il capitale umano è la risorsa più importante per il PIL di uno Stato.

Quando in Italia si parla d’immigrazione sembra che non si riesca a ragionare pensando alle persone immigrate. All’estero possono anche essere molto più restrittivi di noi nel concedere la cittadinanza, ma una volta ottenuta si agevola il più possibile l’integrazione. Bisogna valorizzare il contributo che portano gli stranieri, se vogliamo far crescere questo Paese. Chi ha fatto in passato una politica coloniale, come l’Inghilterra e la Francia, si è trovato a dover accogliere immigrati di provenienza omogenea e solidale, che hanno potuto negoziare diritti ormai oggi consolidati, divenendo cultura e patrimonio comune di quegli Stati e fornendo oggi dei possibili modelli europei per l’integrazione. L’Italia, invece, ha molte provenienze disomogenee che non consentono di essere rappresentate, tantomeno in Parlamento.

Gli stranieri, da noi, sono ben integrati nei piccoli Comuni, che sono poi la vera cerniera dell’Italia. Sono ben inseriti nelle comunità locali, guadagnandosi anche la stima, con il lavoro, dei nativi del luogo. Questo sarebbe il modello italiano. Nelle grandi città, però, gli immigrati hanno grossi problemi: gli affitti sono molto alti, sono sfruttati sul lavoro e pertanto si riscontrano forme di riduzione in schiavitù ancora abbastanza diffuse.

Anche tra gli immigrati ci sono persone che non hanno una dimora. Cosa ne pensa delle persone senza dimora?

Penso che oggi le persone senza dimora siano persone sfortunate, che hanno perso delle occasioni, che hanno famiglie separate e che economicamente non ce la fanno. Oggi senza dimora ci puoi essere anche per motivi molto banali. Io penso che la nostra società non ha capito nulla di questo fenomeno. Ancora pensiamo che il senza dimora è uno che se l’è meritato, perché qualcosa avrà fatto. Come se la povertà fosse una colpa. Con la crisi stiamo tutti cominciando a cambiare idea: magari non è successo a noi ma può essere capitato ad un familiare, ad un parente, ad un conoscente. Ci cominciamo a rendere conto che non è una colpa, che a volte è anche la vita che ti porta a certe situazioni. Con gli stranieri questo è ancora più evidente per due motivi: non hanno famiglia e quindi, quando gli succede qualcosa, non possono fare affidamento su nessuno che li ospiti o li sostenga in qualche modo con una rete di contatti sociali. Tra di loro magari solidarizzano, quando possono, vivendo assiepati in appartamenti dormitorio. Per gli immigrati, poi, converge un altro fattore: il fatto di voler sempre mandare tanti soldi nel loro Paese, lo sentono come un dovere. Le famiglie hanno investito su di loro e sono disposti a fare lavori in condizioni molto precarie o a vivere in posti, come grotte, baracche o ponti che nel loro Paese non avrebbero accettato, per continuare a fare delle economie. È un fenomeno molto complesso che, però, va governato. Vanno messe delle regole, ma che devono tener conto della realtà: dovremmo avere più strutture di seconda accoglienza e colpire quegli italiani che speculano su queste persone. Magari sono gli stessi che protestano contro gli immigrati e poi gli affittano a caro prezzo quanti più posti letto possibile, speculando senza alcun controllo ed evadendo anche il fisco.

Tanti stranieri dormono per strada. Anche tanti rifugiati. Dopo il centro di prima accoglienza e il rilascio dei documenti vanno al Comune per chiedere un posto per dormire e trovano liste di attesa di mesi e mesi. Si ritrovano per strada, senza risorse ed esposti all’illegalità, malgrado abbiano ricevuto una protezione internazionale. Il paradosso è che più restano in queste condizioni di precarietà e più sono soggetti ad infrangere la legge e quindi divengono un problema di sicurezza pubblica. Le vere norme sulla sicurezza, pertanto, sono quelle che prevedono l’integrazione delle persone. Dobbiamo camminare molto, soprattutto sul versante dell’integrazione degli stranieri, ne guadagneremmo tutti.