DIRITTO DI VOTO E RESIDENZA

Shaker, Pensieri senza dimora

Shaker

LA RESIDENZA ANAGRAFICA E I DIRITTI NEGATI

Le persone che vivono in strada in poco tempo accumulano vari problemi legali. Multe per vagabondaggio che non vengono pagate e che si moltiplicano, fogli di via che si trasformano in denunce penali,  mancanza di documenti: queste sono solo alcune delle problematiche che colpiscono le persone che vivono ai margini, che ne peggiorano pesantemente la situazione e che rappresentano un ostacolo insormontabile nel percorso verso il ritorno ad una vita comune. Quando si parla di senzatetto si usa spesso la parola “invisibili”: il termine, anche se un po’ abusato, è senza dubbio appropriato, sopratutto se si pensa a cosa succede se si perde la residenza anagrafica, uno dei problemi più comuni a chi vive in strada.

 LA PERDITA DELLA RESIDENZA

La residenza si può perdere per diversi motivi: se si rompe un matrimonio e si esce dallo stato di famiglia, se si lascia una casa dove si era in affitto, se non si risponde ad un censimento. In tutti questi casi se non si comunica all’anagrafe la nuova residenza si viene cancellati dalle liste: si diventa invisibili e per lo Stato italiano è come se non si esistesse.

Senza residenza, infatti, si vengono a perdere una serie di diritti fondamentali. Non si può ricevere una pensione neanche se se ne ha diritto, non si può fare domanda per una casa popolare, in molti casi non si ha diritto nemmeno all’aiuto dei servizi sociali, difficilmente si riesce ad ottenere un documento di identità, e non si ha diritto all’assistenza sanitaria se non per le cure di pronto soccorso: vale a dire che chi vive in strada viene curato solo in casi estremi e se è in pericolo di vita, ma non può essere aiutato se ha malattie che richiedono cure continuative come l’epatite o il diabete.

IL DIRITTO DI VOTO

Chi vive in strada e perde la residenza perde anche il diritto di voto, attivo e passivo. Chi non risulta in nessuna lista anagrafica, infatti, non viene iscritto nelle liste elettorali, non può votare e non può candidarsi a ricoprire cariche pubbliche. Apparentemente questo aspetto può sembrare meno pesante di altri: chi vive in strada ha molti problemi, deve pensare a dove mangiare e dove dormire per sopravvivere, e probabilmente quello del voto è l’ultimo dei suoi problemi. Eppure la negazione del diritto di voto è molto grave e non degna di un paese civile: la Costituzione italiana all’art. 48 prevede che il diritto di voto “non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”. I senza tetto, anche se non hanno incapacità civili e non hanno subito sentenze penali, vengono quindi ingiustamente esclusi dal voto solo perché sono poveri: non possono esprimere il proprio voto e far valere le proprie idee, e in questa maniera vengono allontanati ancora di più dalla comunità delle persone cosiddette “normali”.

COME OTTENERE LA RESIDENZA

La residenza, come è evidente anche a chiunque non sia un esperto di diritto, è un requisito talmente importante che la legge italiana stabilisce che deve essere concessa a chiunque vive in un dato territorio. Per riavere la residenza è sufficiente recarsi presso l’ufficio anagrafe della città dove si vive, e fornire un domicilio che verrà verificato dai vigili urbani. La residenza può essere chiesta anche presso una roulotte o una grotta, e, se non si dispone di un indirizzo fisso, come spesso accade ai senza tetto, si può chiedere presso una via inesistente che deve essere stata deliberata dal consiglio comunale proprio a questo scopo. A Roma, ad esempio, la via fittizia è intitolata a Modesta Valenti, una donna che viveva a Termini, morta in stazione senza soccorsi perché sporca e piena di pidocchi. I sindaci, in qualità di Ufficiali di Governo, sono tenuti a far rispettare il diritto alla residenza, e possono essere sanzionati se vengono meno a questo dovere. Nonostante questo le amministrazioni comunali molto spesso si rifiutano di concedere la residenza a chi vive in strada: questo avviene spesso perché si ritiene che concedere la residenza può significare un aggravio di lavoro per le amministrazioni, che finiranno per ricevere più domande di alloggio popolare, di assegni familiari, etc, ma questo atteggiamento, oltreché contrario alle norme, è poco lungimirante. Se una persona è priva di residenza è condannata a restare ai margini, a dipendere dall’assistenza pubblica e a prolungare all’infinito la propria permanenza nel circolo dell’esclusione delle mense pubbliche e dei dormitori.

Le istituzioni vorrebbero, giustamente, che tutte le persone fossero autonome ed indipendenti: la concessione della residenza anagrafica a tutti coloro che ne hanno diritto rappresenta il primo passo per favorire il loro percorso di recupero. Per questo è importante che le amministrazioni comunali, i servizi sociali e gli uffici anagrafici si facciano garanti del diritto alla residenza delle persone che vivono in strada nel loro territorio, consentendo il rispetto dei loro diritti costituzionali e contribuendo alla costruzione di una società più giusta.

 

Avv. Antonio Mumolo

Presidente dell’Associazione nazionale Avvocato di strada, che tutela gratuitamente le persone senza dimora