UNA NUOVA REGIONE PER UN NUOVO SISTEMA DI WELFARE – INTERVISTA A RITA VISINI

Shaker, Pensieri senza dimora

Shaker

A poche settimane dall’incarico assegnatole dal Presidente Zingaretti, Rita Visini, Assessore alle politiche sociali della Regione Lazio, ha rilasciato alla nostra rivista e ai nostri redattori, Daniele, Massimo e Renato, un’intervista sul futuro del sociale nel territorio laziale. 

 

Partiamo con una domanda semplice: cosa è per lei la povertà?

Domanda proprio semplice non è. Parlare di povertà è difficile e complesso. Parlare di povertà è parlare di persone private dei diritti e delle libertà. È una realtà che le marginalizza, in particolare sul territorio in cui vivono. Sono persone costrette a non usufruire dei diritti, soprattutto quelli di cittadinanza.

Quali azioni prevede di attuare nel suo nuovo ruolo di assessore, per contrastare le varie forme di povertà presenti nella regione?

Il discorso sulla povertà è sicuramente previsto nel programma che dovrò attuare. Bisogna dire che questo tema s’inserisce nel percorso più ampio di una programmazione legislativa. Come saprete, il Lazio deve ancora recepire la Legge 328/2000, la Legge Nazionale sulle Politiche Sociali. Stiamo disegnando un percorso per la costituzione della legge quadro e sicuramente includeremo anche questo fenomeno. Prima di tutto, ci metteremo in ascolto di tutto il territorio regionale, per verificare quali sono le situazioni estreme, attuando un programma, il più idoneo possibile, a contrastare il problema della povertà.

Secondo lei, esiste un modo diverso di affrontare la povertà da parte della politica di destra e quella di sinistra, o dipende principalmente dalle persone che ricoprono uno specifico ruolo di governo?

Credo che non ci dovrebbe essere una maniera di affrontare la povertà dal punto di vista di una destra o di una sinistra politica e nemmeno di quello di una persona in particolare. Penso, invece, che il problema vada posto dal punto di vista di chi si trova ad affrontare quella situazione. Ripeto, l’importante è mettersi in ascolto di chi vive quelle situazioni, quelle realtà, ed insieme trovare la maniera più giusta, più congrua per risolvere le grandi difficoltà. Oggi parlare di povertà è diverso rispetto a dieci anni fa: siamo di fronte a molte nuove povertà, di cui fanno parte anche le famiglie cosiddette normali. La problematica oggi deve essere rivista, soprattutto, da chi ha responsabilità istituzionali, affinché si possano verificare e studiare le situazioni particolari, appurare realmente quali siano i bisogni, da cosa nascono e cercare di arrivare ad una soluzione concreta e concertata.

Quali sono i punti nodali che ha lei in mente per migliorare le politiche di welfare della Regione Lazio? E quanto è determinante il ruolo dell’integrazione socio assistenziale?

Noi stiamo partendo con una proposta di legge che dia forma al welfare laziale nel recepimento della legge nazionale. La programmazione socio-sanitaria è sicuramente uno dei fulcri di questa nuova legge, perché sappiamo che è solo con l’integrazione socio- sanitaria che possiamo far fronte anche ai grossi problemi economici in cui versa la Regione Lazio, in questo momento difficile. A mio avviso, solo un’integrazione socio-sanitaria può ottimizzare risorse non solo di tipo economico, ma anche umane in senso più ampio.

Nella sua esperienza si è mai occupata nello specifico dei problemi delle persone senza dimora? E cosa prevede di fare per garantire i diritti a questa categoria di cittadini?

Non mi sono mai trovata di fronte a questo problema, se non ora che ho ricevuto il mio incarico. La cosa che mi ha sorpreso maggiormente è stato vedere con i miei occhi quante e quali realtà sono sparse sul nostro territorio, rispetto alla possibile risoluzione delle molte problematiche, tra cui questa delle persone senza dimora. Da parte mia, posso dire che intendo aiutare tutte quelle associazioni, quei gruppi di persone che si adoprano per questa tipologia di problematiche, non solo ascoltandole – che è il punto di forza che deve avere per me questo assessorato – ma, attraverso l’ascolto, riuscire a capire quali sono le problematiche vere, che stanno dietro queste realtà ed insieme arrivare ad una soluzione efficace.

Quali sono le prospettive cui tende la Regione in fatto di servizi di accoglienza notturna, diurna e di secondo livello per le persone più emarginate?

Noi abbiamo tutta la disponibilità a trovare degli spazi da offrire, perché la soluzione di questo problema possa risolversi nel migliore dei modi. È fondamentale il tipo di assistenza ed accoglienza che danno le varie associazioni, in particolare quelle di secondo livello. La Regione si è già attivata nel fare una ricognizione, una panoramica, di quegli spazi che potrebbe avere a disposizione. Una volta completata una mappatura, si potrà valutare la possibilità di affidare questi spazi immobiliari a chi opera in queste aree tematiche. L’idea è proprio questa: concedere nuovi spazi, immobili al momento inutilizzati, magari in usufrutto, alle associazioni che lavorano per gestire e risolvere le problematiche del territorio.

Molto spesso, tra le persone senza dimora ci sono stranieri ed in particolar modo rifugiati e richiedenti asilo. Come pensa di affrontare i problemi dei rifugiati a Roma e nel Lazio?

È un argomento molto serio e articolato. Il Lazio si riesce a muovere abbastanza bene su tutta la tematica. Siamo inseriti, infatti, nei progetti europei, non solo per l’accoglienza, ma anche per l’inserimento dei rifugiati sul territorio. Ci sono in quest’ambito diverse realtà, soprattutto su Roma e provincia, che lavorano appositamente per i rifugiati. I progetti europei sono molto validi e molto ben utilizzabili e prevedono, in particolare, l’inserimento di queste persone sul territorio a partire dall’insegnamento della lingua, a corsi di vario genere elargiti direttamente dalle scuole, progetti integrati tra associazioni, prefetture e scuole. Molto però occorre fare ancora per la prima accoglienza. Una vera e propria legge regionale darebbe un percorso lineare e costante all’iter d’integrazione, ma è solo ancora un’idea da vagliare.

Quali saranno le nuove politiche per le famiglie del Lazio e quale il suo programma di avvicinamento dei cittadini alle istituzioni pubbliche?

La famiglia rappresenta un nucleo centrale della società, perché da essa si forma e si sviluppa quello che poi ritroveremo, in modo ampio ed articolato, nel tessuto sociale e civile. È il piccolo nucleo della società, ovvero la società stessa in piccolo. Pertanto è chiaro che le vada data la giusta rilevanza e sarà uno dei punti centrali della politica del welfare laziale: i giovani, i bambini, ma anche gli stessi lavoratori, le mamme, tutto ciò che circola intorno alla famiglia richiede fondamentale attenzione. Il fatto di coinvolgere direttamente i cittadini nelle istituzioni pubbliche deve essere fondamentale in questa amministrazione: secondo me le istituzioni sono uno strumento nelle mani dei cittadini, e bisogna fare in modo che questi si possano avvicinare sempre di più alla politica in senso lato, cioè nel senso più nobile che essa può esprimere. Ad esempio, se questo assessorato esprime un luogo istituzionale, io dico che, allora, deve avere le porte aperte a tutti, a chiunque voglia avvicinarsi, non solo per avere informazioni, ma anche per raccontarsi, semplicemente. Le istituzioni servono, sono uno strumento essenziale per lo sviluppo della democrazia in questo Paese. Poiché stiamo vivendo un momento di crisi, in primo luogo etica oltre che economica, occorre rafforzare la fiducia verso le istituzioni e la politica, facendo sentire i cittadini padroni delle istituzioni, che dovranno essere aperte a tutti i cittadini, indistintamente, senza inutili intermediari ed iter spesso umilianti.

Riesce ancora a conciliare il suo grande impegno in Azione Cattolica con quello attuale presso la Regione Lazio?

Ahimè, no. Per questioni di statuto interno all’Azione Cattolica, i compiti politici ed istituzionali non sono compatibili con le responsabilità all’interno dell’associazione. È chiaro, però, che la mia vicinanza ad AC resta la stessa, come anche il mio percorso formativo che continua comunque, tempo permettendo. Naturalmente un conto è il servizio da dirigente e responsabile all’interno dell’associazione, che ho già assolto, ed un altro quello della responsabilità istituzionale che sto assolvendo in questo momento: fino a quando occuperò l’assessorato, l’associazione mi vedrà come una semplice socia.

Dimenticando il ruolo che oggi ricopre, facendo una domanda alla persona Rita Visini, chi è, secondo lei, la “persona senza dimora”?

Personalmente io non ho mai avuto modo d’incontrare questa problematica nella mia vita personale e lavorativa. So a cosa ci si riferisce in generale, quando se ne parla, ma credo che dovremo, io ed il mio staff, imparare a vedere, a guardarla con occhi attenti, come recita lo slogan del vostro ultimo numero di Shaker “Se mi guardi ti voto”. Una realtà così complessa, quella dei senza dimora, ha bisogno sicuramente della dovuta attenzione: non l’abbiamo ancora imparata a guardare in faccia, con il rischio che ci passi ancora davanti, inosservata.

 

Rita Visini

È nata a Terracina (LT) il 19 Febbraio 1966. È laureata in Scienze Politiche, indirizzo politico-internazionale conseguito presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” nel 1999. Già presidente regionale dell’Azione Cattolica ed esperta di formazione socio-politica, la dottoressa Visini è funzionario, dal 2009, all’Istituto Superiore di Sanità presso il Centro Nazionale Trapianti (CNT) ricoprendo l’incarico di responsabile dei rapporti con le Regioni per le procedure di accreditamento/rinnovo dei Centri trapianto. Sempre al CNT dal 2011 ricopre l’incarico di coordinatore dell’area giuridico-amministrativa e responsabile del personale. Da anni è impegnata da anni nella ricerca di canali di comunicazione tra società e politica.