NOI E LA SALA OPERATIVA SOCIALE

Shaker, Pensieri senza dimora

Intervista alla Dott.ssa Angelina Di Prinzio, P.O. Gestione dell’emergenza sociale e dei sistemi di accoglienza del Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute di Roma Capitale.

 

Intervista ad Angela Di Prinzio, realizzata durante il laboratorio redazionale di Shaker

 

Che tipo di lavoro svolge per il Comune di Roma? Da quanto tempo e come si è evoluto?

Di base sono un’assistente sociale e lavoro al Comune di Roma da quattordici anni. Prima di questo importante incarico ho lavorato per la Comunità di Capodarco, che si occupa di disagio e, prevalentemente, di disabilità. Provengo, dunque, dal mondo dell’associazionismo. In particolare, in passato, mi sono occupata di disabili e di bambini in stato di abbandono. Sono stata direttrice di una casa famiglia, dove abbiamo accolto bambini che si trovavano in una condizione di abbandono morale e materiale. All’epoca non c’erano i tagli ai finanziamenti di oggi. C’era, piuttosto, la tendenza a deistituzionalizzare, a chiudere, dunque, le cosiddette istituzioni totali, come i collegi o i brefotrofi, ed aprire le strutture al territorio. I bambini di cui mi occupavo, infatti, invece di essere accolti in un brefotrofio provinciale, vivevano in casa famiglia. In seguito ho vinto un concorso al Comune di Roma e inizialmente ho lavorato all’Ufficio Immigrazione, in particolare all’Ufficio Nomadi, per poi essere trasferita al Servizio d’Emergenza.

Così è iniziata la mia avventura come responsabile del Servizio di Emergenza di Roma Capitale: mi occupo di seguire il lavoro dei singoli segmenti del servizio, che sono la Sala Operativa Sociale, le unità di strada, il servizio sociale professionale, i centri di accoglienza, le mense sociali (la Caritas, la Comunità di Sant’Egidio), i centri diurni, i pasti a domicilio per le persone in difficoltà, la rete alimentare cittadina e soprattutto il periodo freddo. Seguo questi progetti dal punto di vista amministrativo, per la parte sociale e coordino l’attività degli operatori. In Sala Operativa c’è un front office, con gli operatori che rispondono al telefono ed un back office, in cui lavorano gli assistenti sociali e con i quali coordino le singole attività.

Qual è la parte più difficile del suo lavoro?

È mettere insieme le persone, creare delle reti. Per fare bene questo lavoro bisogna avere la percezione di non sentirsi operativamente soli. Abbiamo, perciò, un approccio al lavoro che è di gruppo. Il mio faticoso sforzo è di tenere insieme le parti che hanno uno specifico linguaggio ed una data professionalità e farle entrare in dialogo. Tra queste ci sono gli interlocutori esterni, come lo psichiatra delle ASL, i gestori dei centri di accoglienza, gli assistenti sociali dei Municipi, il politico, e molte altre figure.

In cosa consiste il ruolo del Comune nell’Help Center, lo sportello di orientamento alla Stazione Termini di Roma?

A me piace chiamare l’Help Center con il nomignolo di “unità immobile”. Per noi questo servizio è un punto di riferimento, sia per le persone in difficoltà, sia per gli operatori stessi. Noi, come Sala Operativa, quando ci chiamano e ci segnalano una persona in difficoltà, consigliamo di rivolgersi prima all’Help Center per parlare direttamente con l’operatore in turno e vedere se ci sono delle soluzioni rapide al suo problema. Lo stesso avviene quando un ospedale dimette qualcuno o la Polizia Ferroviaria fa una segnalazione. L’Help Center è quel servizio che ascolta le difficoltà delle persone, per poi fornirci un cosiddetto “rimando”, cioè un rapporto sull’effettivo bisogno e l’intervento proponibile.

Quali sono le indicazioni che il Comune dà all’Help Center per lo svolgimento del servizio?

Più che dare indicazioni c’è una collaborazione fortissima, per dare, addirittura, una soluzione temporanea a un problema. È quel filtro per valutare realmente la portata del bisogno.

A chi si rivolgevano le persone senza dimora prima della creazione dell’Help Center?

Chiamavano il Numero Verde e noi mandavamo l’unità mobile. Oppure, se le persone erano autonome e noi assegnavamo loro un posto in un centro di accoglienza, andavano lì direttamente con i propri mezzi.

Quale apporto ha dato l’Help Center alla gestione delle problematiche sociali in questi undici anni?

Inizialmente ha risposto ad un bisogno espresso dalla comunità di stazione. La stazione è un luogo “non luogo”, un luogo di transito, dove passa tanta gente. Un servizio sociale all’interno della stazione è importante, perché di persone in difficoltà ne passano tante. Avere un riferimento che non sia un luogo repressivo come la stazione di Polizia può far fronte a tutta una serie di casi di difficoltà, che non necessariamente riguardano le persone senza dimora, ma possono essere di semplici viaggiatori che devono far fronte a degli imprevisti.

Parliamo ora della questione che, in fondo, finisce col definire le persone senza dimora. Quante domande di richiesta di alloggio in un anno ci sono a Roma?

Noi riceviamo circa trecento telefonate al giorno. Come Sala Operativa Sociale, poi, ci sono dei periodi di maggiore picco, come quelli dell’emergenza freddo.

Il Comune di Roma ha preso in considerazione l’idea di utilizzare spazi vuoti per creare centri di accoglienza?

Da parte dell’Amministrazione c’è stato grande interesse, in passato, ad utilizzare grandi strutture dismesse come gli ex collegi sparsi per Roma: naturalmente occorrono i fondi per fare i dovuti lavori di ristrutturazione, messa in sicurezza dell’edificio e restauro. Per quello che è stato fatto, si è cercato di utilizzare queste grandi strutture come centri polivalenti, anche se sono state incontrate delle difficoltà nell’adottare le normative vigenti, che prevedono l’utilizzo degli spazi sociali per un numero limitato di utenti.

Ha un ricordo particolare legato all’Help Center?

Beh, il grosso impegno quando c’è stata la “primavera araba”, l’emergenza Nord Africa, nel periodo marzo-aprile 2011: in molti arrivavano con i treni da Lampedusa, da Crotone alla Stazione Termini, dove c’è stato davvero un grosso impegno. Abbiamo partecipato ad un coagulo di forze dove unità di strada, Vigili Urbani, Help Center e noi del Comune abbiamo fatto insieme un lavoro molto condiviso.

Qual è il suo coinvolgimento rispetto alla problematica dei senza dimora, soprattutto da un punto di vista emotivo?

Dal punto di vista emotivo, va da sé che è difficile restare indifferenti, quando si lavora con persone che sono portatrici di problematiche, magari da anni. È vero che noi dobbiamo lavorare per responsabilizzarle e a volte bisogna prendere anche delle decisioni dure. Abbiamo comunque a che fare con una grande sofferenza, con fallimenti e storie pesanti che riguardano la sfera affettiva e relazionale. A volte si riesce a fare un percorso insieme, a volte no e ci si sente frustrati, colpevoli in qualche modo. Questo è un aspetto del lavoro che pesa sugli operatori che devono essere in grado, perciò, di saper gestire le proprie emozioni ed il senso di onnipotenza. Si deve essere capaci anche di gestire il proprio vissuto d’impotenza di fronte a quelle situazioni, in cui il rischio di etichettamento è forte, come lo è il pregiudizio. Bisogna sempre credere nel cambiamento, nella speranza. L’operatore deve essere disposto a dare fiducia, perché una persona in difficoltà e sola non sarebbe in grado di rimettere in ordine i cocci della propria esistenza. Sarebbe, però, pericoloso anche l’atteggiamento illusorio di essere in grado di risolvere tutti i problemi. Io dico sempre che nel lavoro sociale la parola da abrogare è “risolvere”. Noi non risolviamo, non siamo i risolutori. Semmai è la persona che risolve. Noi possiamo esserle accanto, possiamo condividere, ma non ci possiamo sostituire a nessuno o condizionarlo nelle proprie scelte.

Che cosa pensa delle persone senza dimora?

Sono persone. L’etichetta di “senza dimora” mi dà fastidio, mi turba. La posizione di vittime del mondo, parimenti, non aiuta. Bisogna recuperare la propria dignità, sempre e comunque. Fidarsi ed affidarsi, per poter guardare l’altro negli occhi. Mettersi in gioco è importante per scommettere sul cambiamento. Bisogna trovare l’equilibrio nelle piccole cose, nei piccoli cambiamenti. Uno spazio come il Binario 95 è stimolante e propositivo. Io oggi sono contenta di stare qui con voi, che siete accompagnati tutti i giorni dalle attività di questo centro diurno polivalente nel cammino difficile ed impegnativo di una sempre maggiore autonomia. In generale c’è, comunque, il problema politico dell’equità sociale, della giustizia sociale a cui tutti dobbiamo tendere. Ma bisogna rendersi conto che, in definitiva, le strutture tendono a porsi il problema di come affiancare chi assistono, non di accoglierlo stabilmente, tranne in rari casi. Ed è per questo che anche la persona deve fare quello che può per migliorare il proprio stato, approfittando del sostegno e dell’appoggio che temporaneamente le viene proposto.