UN TRAM CHIAMATO LIBERTÀ

Shaker

L’altro giorno a Sofia mi è passato di fronte un autobus decorato con una scritta che diceva “Freedom is not defined by safety”, ovvero “la libertà non è definita dalla sicurezza”. Descritta o delimitata che intender si voglia, l’affermazione mi è parsa subito altamente condivisibile, deluso come sono dall’assurdità delle misure anti-immigrati che vediamo spuntare dappertutto in Europa, nell’incapacità dei governanti di dire una parola chiara e sensata: non possiamo dirci liberi se ci circondiamo di muri e barriere. Molti occidentali della mia generazione sono cresciuti nella convinzione che l’unica definizione della libertà sia la libertà del mio concittadino, ovvero degli altri uomini, in senso più esteso, con i quali il mio potere di dire e fare ciò che voglio si confronta. Ci hanno insegnato a condividere l’idea che dei principi superiori, sanciti in Carte e Dichiarazioni sottoscritte dalla maggior parte degli Stati, debbano prevalere sugli egoismi locali e personali, avendo ben presente che la nostra condizione privilegiata (quella di bianchi occidentali democratici) potrebbe un giorno ribaltarsi.

Oggi non pochi governi europei, alcuni al limite del paradosso – i Paesi orientali, che nell’ultimo quarto di secolo hanno esportato migliaia di concittadini alla ricerca del benessere; altri con somma ipocrisia – il Regno Unito su tutti, che solo dieci anni fa esportava democrazia guerreggiando in Iraq, usano il tema della sicurezza per convincere l’opinione pubblica che sia essa a garantire la nostra libertà, minacciata dai nuovi barbari che ci invaderebbero dall’Africa dall’Asia. In tanti ci credono, anche in buona fede. In fondo non occorre essere xenofobi per essere preoccupati. Anzi, c’è chi mette sulla bilancia i pro e i contro di certe libertà “teoriche”, rispetto a quelle “pratiche”, ovvero la sicurezza.

In un articolo interessante sul Washington Post, in cui mi sono imbattuto qualche mese fa leggendo della morte dell’ex primo ministro e pater patriae di Singapore Lee Kuan Yew, la giornalista Sahana Singh, indiana, scrive: “Dall’acqua pulita alle strade senza criminalità, dai trasporti pubblici affidabili al facile accesso alle biblioteche, il governo statale anticipa i bisogni primari per fornire ai residenti una buona qualità di vita ed eliminare gli stress che impediscono il progresso personale”. Dopo aver descritto con alcuni esempi questa qualità di vita – che ho potuto sperimentare personalmente per qualche giorno – la Singh dà spazio alle legittime obiezioni: “Non sopporterei di vivere in un paese dove le mie libertà sono limitate”, ha dichiarato altezzosamente una mia amica americana. Non ho potuto far altro che ridere. Ero più libera lì di quanto non lo fossi mai stata altrove in vita mia. […] Singapore mantiene un sistema giuridico efficiente, se non rigido, fondamentale per vivere in una società con un basso tasso di criminalità, che pur garantisce la libertà individuale. Avevo assaporato la vera libertà che si accompagna alla sicurezza”.

Questo discorso mi pare interessante, anche se non mi convince: tendo a pensare che il paragone con l’India, con la sua società così ineguale, sia la causa di un avvallo tanto entusiastico del modello Singapore. Ma la Singh considera anche il modello americano, più simile al nostro: “Molti sottolineano il prezzo che i cittadini e i residenti a Singapore pagano per la loro sicurezza. Il governo impone leggi rigide con multe salate e punizioni anche per le minime trasgressioni: violare il divieto di vendere gomme da masticare più costare una multa di 70.000 dollari. Il vandalismo si paga con le bastonate. Pene di questo tipo possono essere un affronto per gli ideali americani, ma a Singapore, come in molti paesi asiatici, assicurare il bene comune prevale sull’autodeterminazione. Gli stessi americani pagano un prezzo per la loro libertà individuale. Gli occidentali ridicolizzano Singapore per le sue restrizioni sulla libertà di espressione e di dissenso, ma guardiamo come la nazione offre più libertà di alcune delle più acclamate democrazie. A Singapore non c’è la cultura delle armi come in America, né ci sono strade da evitare perché occupate dalle gang ». E via discorrendo.

Sembra che anche l’Europa stia guardando a questo modello, così come i suoi cittadini. Ma sono convinto che nessuno qui sia pronto a farsi prendere a bastonate per un graffito su un muro. Farle dare da qualcuno, magari dalla polizia, forse sì. Ma anche ai propri figli ? o in quel caso invocheremmo, dall’Habeas Corpus in giù, tutta la nostra tradizione giuridica, che è andata via via eliminando le pene corporali ?

Il rischio maggiore è che facciamo una grande confusione, esaltando la sicurezza solo perché la crediamo minacciata dagli immigrati – da gente, sia detto per inciso, che ragiona piuttosto alla singaporeana, cioè anteponendo la tranquillità di vita a certe libertà per noi imprescindibili e che fugge da luoghi dove, diversamente dal piccolo Paese della Malesia, alla durezza delle leggi corrisponde anche la durezza della vita – quando non siamo per nulla disposti a sottoporci a misure restrittive. Forse è per questo che quel filo spinato ai confini dell’Ungheria, le notizie di frontiere chiuse, di madri che boicottano un asilo perché nelle vicinanze sono accolti dei migranti, ci ripugnano nonostante la nostra voglia, legittima, di sicurezza e tranquillità.

Come dice la Singh, anche noi paghiamo un prezzo per la nostra libertà. Abbiamo, tuttavia, memoria del contrario e sappiamo che, a fronte di un despota illuminato, ce ne sono cento che non lo sono e che fanno come il Caligola di Albert Camus: trasformano la loro filosofia in cadaveri.