Mi sono resa conto che parlo spesso del mio nonno paterno e quasi mai di quello materno, eppure ha ricoperto un ruolo molto importante nella mia infanzia. Gli ultimi anni della sua vita non avevamo un bel rapporto ed io ora ho paura che non sapesse quanto bene gli volevo.

Quando ero piccola e finivo scuola, mamma mi metteva sull’aereo e mi mandava a passare un po’ di tempo con i miei nonni. In teoria, chi mi veniva a prendere doveva mostrare un documento per dimostrare che fosse la persona indicata al “recupero”. Quando lo vedevo, gli correvo incontro così velocemente che l’hostess sosteneva che il documento era una pura formalità e che non c’erano dubbi sul fatto che fosse mio nonno!

Lavorava molto e quando rientrava a casa per pranzo e si metteva sulla sua poltrona a guardare il telegiornale, per me era un onore potergli portare le pantofole. E poi qualcosa cambiò, forse solo la mia età. Quello stesso gesto mi pesava, mi faceva arrabbiare il fatto che non mi dicesse mai grazie. Poi anno dopo anno crebbi e smisi. Andavo direttamente alla casa al mare; io in spiaggia e lui no: mi aspettava al cancello puntandomi contro la pompa dell’acqua. Non potevo entrare in giardino sporca di sabbia! Si freddarono i rapporti fino a che fu troppo tardi.

Ho una bellissima fotografia di me e lui la sera di Natale: eravamo sorridenti, lui seduto ed io in piedi vicino a lui col braccio sulle sue spalle. Un bel ricordo, un bel momento. Ma di ricordi ne ho molti: per esempio di quando saliva tutta la famiglia in macchina e lasciava il sedile davanti, vicino a lui, libero per me. Non parlavamo molto lungo il viaggio ma i nostri silenzi trasmettevano comunque affetto: gesti che dicono molto. Non so per quale motivo ne parli meno, probabilmente perché devo superare i miei conflitti: sono consapevole che gli volevo molto bene ma anche che ho sofferto molto. Forse anche lui…