Un lavoro cinematografico che entra in contatto con il mondo delle persone senza dimora e di tutti coloro che vivono una condizione di profondo disagio economico e sociale: “Io sono Tempesta”, il film di Daniele Lucchetti, con Marco Giallini ed Elio Germano, è stato proiettato, alla presenza del regista, lo scorso 16 ottobre, nell’ambito della manifestazione Termini Sociali, presso la mensa dell’Ostello Don Luigi Di Liegro, a Roma.

Anna Maria Galli, psicologa presso il Centro di Riferimento per le Alcoldipendenze della Regione Lazio, al Policlinico Umberto I, racconta, in questo articolo, la sua esperienza e il suo punto di vista. Il CRARL, diretto dal prof Mauro Ceccanti, è una struttura di eccellenza della Regione e collabora da anni con la SOS e i servizi per le persone senza dimora, per la presa in carico, la cura e la riabilitazione di persone con Alcoldipendenze in condizione di estrema marginalità sociale.

La dottoressa Galli, che da anni collabora con Binario 95 nel sostenere percorsi di recupero dei casi condivisi con il CRARL, aveva voluto essere presente la sera della proiezione, assieme ad operatori ed ospiti della Caritas e di Binario 95.


 

Tanti punti di vista e diversi spunti di riflessione, quanti sono i protagonisti del film e della serata di Termini Sociali.

I punto di vista: Il “ricco” (Numa Tempesta)

Il “ricco” è portatore di valori e problematiche psichiche completamente opposte a quelle del “povero”: egli, pur avendo tanti letti su cui dormire, non riesce nemmeno a prendere sonno, mentre il povero riesce a dormire nell’unico letto assegnato dalla struttura di accoglienza, accettando con serenità la propria condizione e il proprio destino e mostrando acume e capacità di pensare con la propria testa, spesso riuscendo a vedere oltre, quasi oggettivamente realtà ed emozioni e intenzioni nel momento in cui si parla di politica ed economia.

“Povero” e “ricco” sono, in realtà, entrambi senza fissa dimora, il primo per ovvie ragioni, il secondo (ammette di non aver una casa propria, ma di abitare in uno degli alberghi da lui gestiti) per evitare le responsabilità e la fatica di mantenere una casa, che il primo saprebbe tollerare meglio, proprio perché abituato a lottare quotidianamente per sopravvivere. Infatti, alla fine del film, è il “povero” ad “ereditare” l’albergo del “ricco” e a saperlo gestire con maggiore efficacia e senza perdere i valori fondamentali legati al bisogno di ricevere amore per sé e donarlo alla propria famiglia, allorché garantisce al figlio la formazione scolastica e gioisce dei suoi successi, al contrario del padre del “ricco” che continuerà  ad avere del figlio la stessa squalificante opinione.

II punto di vista: Il “povero” (gli ospiti della struttura di accoglienza)

Il “povero” mostra di non aver saputo sfruttare appieno le proprie risorse interiori in una sorta di “chiedi e ti sarà dato”, messo in evidenza anche dal “ricco” quando sentenzia che essi non sono ricchi perché non hanno dentro di loro, nel proprio immaginario, la ricchezza stessa.

Questo viene messo ancor più in evidenza allorché anche la responsabile della struttura di accoglienza non accetta, anzi rifiuta in modo drastico il raffinato e costosissimo pranzo offerto dal “ricco”, ordinando di cestinarlo immediatamente in nome di regole e norme che caratterizzano e guidano una struttura di questo tipo.

IlI punto di vista: l’operatore (Angela)

 L’operatore della struttura viene descritto nel film come “l’integerrimo”, colui  che non si fa corrompere dai meschini valori del ricco e viziato nuovo ospite, forse anche in relazione alla propria formazione politica e/o religiosa. Tant’è vero che, alla fine del film, invece, sembra essersi fatto corrompere proprio nei propri valori allorché cede alla possibilità di ricevere i finanziamenti per vie non del tutto dignitose, come quella della famosa raccomandazione da parte del “ricco”, rinunciando, peraltro, anche alla propria dignità di donna e lavoratrice che sa farcela con le proprie forze e lecite risorse e cadendo, alla fine, essa stessa nella rete della seduzione.

Purtroppo, il fallimento della possibilità di farsi comprendere da istituzioni ed organismi di elargizione dei finanziamenti per le strutture che si occupano di povertà estreme e persone senza dimora viene sottolineato anche dal fatto che l’operatrice protagonista finisce con il prendere i voti per diventare suora, alla continua ricerca di un’armonia cosmica, prima nei gruppi con i senza dimora, e poi nell’armonia dei canti liturgici delle suore.

IV punto di vista: l’ospite del centro di accoglienza

Secondo quanto si rileva nel film “l’ospite” è colui che si aspetta un aiuto dall’esterno e per questo non lotta personalmente per ottenere qualcosa di fondamentale. È in continua attesa di qualcuno che lo faccia stare bene dandogli un lavoro, un tetto sotto cui vivere, lavarsi, mangiare e dormire e infatti, finiscono con l’ammirare il “ricco” dopo un primo momento di feroce critica verso di lui, all’inizio del film . Addirittura ne accettano il denaro, ne mettono in pratica i consigli, si lasciano guidare da lui nella messa in atto del suo folle progetto, fino a rischiare essi stessi la carcerazione.

V punto di vista: le escort

Le escort sono descritte come aventi un ruolo consolatorio, non prettamente sessuale: il ricco ha dimenticato anche come e con chi si fa l’amore e utilizza i propri soldi per finanziare una sorta di maternage, un rapporto confuso tra una madre-adolescente-prostituta ed un bambino che ha paura di crescere e di diventare un uomo. Alla escort viene dato un ruolo di persona intelligente, colta (si tratta di studentesse universitarie) e sensibile che, infatti, si innamora della persona in difficoltà, qualunque sia la sua condizione: divenuto povero, separato dalla moglie e con un figlio minorenne, ospite insieme a quest’ultimo, di una struttura di accoglienza.

VI punto di vista: Il padre del “ricco”

Il padre del “ricco” è egli stesso una persona senzatetto e sembra quasi essersi “meritato” la propria condizione per non aver mai avuto fiducia nella vita, nella bontà degli uomini e nella loro capacità di fare qualcosa di buono per l’umanità compiendo, ognuno, il proprio capolavoro. Pertanto egli appare, in modo ridondante, molto squalificante nei confronti del figlio e delle sue capacità.

Molto probabilmente, è questo il motivo del senso di onnipotenza che ha portato il “ricco” protagonista a costruirsi un sé grandioso e delirante al punto da sviluppare una megalomania tanto nella vita privata quanto nell’ambito lavorativo, eludendo regole e norme morali e legali, come solo un figlio senza riferimenti maschili essenziali in famiglia può sviluppare.

VII punto di vista: Il bambino

Il bambino nel film è l’unico che sembra rappresentare saggezza e autenticità in un mondo che sembra impostato sulla corruzione e la disperazione, con la speranza che tutto possa cambiare se guardiamo il mondo da un altro punto di vista.

Il bambino è colui che parla anche solo con gli occhi e con lo sguardo. Di poche parole, si esprime solo per dire parole sagge e dense di insegnamento per gli adulti, in brevissime frasi, spesso non ascoltate.

Il bambino è colui che individua la necessità di far incontrare il “ricco” con suo padre, anche lui senzatetto, affinché possano avere un confronto da uomo a uomo, che avverrà, solo, alla fine del film anche se nella cella di una galera: la rappresentazione della prigionia dell’uomo che non ha saputo apprezzare la vita e l’energia che un figlio o la propria creatività possono dare e della  prigionia interiore di un uomo mai “visto” veramente dal proprio padre (e, forse, troppo visto dalla madre, la cui figura non compare nel film, ma se ne avverte potentissima, comunque, la presenza) e che si rende visibile con valori del tutto futili e non essenziali, come accumulare denaro, di cui il “povero” ha, tra le altre cose, una visione più realistica e nulla da invidiare all’esperto in affari economici.

Il bambino è colui che studia e pensa a farsi un avvenire attraverso l’onestà, l’intelligenza e le proprie esclusive forze. È colui che, in un albergo così grande e deserto come quello posseduto dal “ricco”, sente il freddo, la solitudine e la paura che, forse, il “ricco” ha sempre sentito, ma di cui non è mai stato consapevole.

Il bambino, in fondo, è anche colui che usa la tattica migliore, unendo intelligenza, scaltrezza e capacità di mostrare le proprie emozioni per guadagnarsi i favori del “ricco” richiedendogli candidamente una delle tante bische che egli possiede e, in realtà, ottenendo il Bingo alla fine del film, ricavato nell’albergo in cui il “ricco” dormiva.

Come se nel film fosse nascosto un grande segreto: tutti noi potremmo ottenere quello che vogliamo, se chiedessimo con l’innocenza di un bambino che sa che è un proprio diritto ricevere ciò di cui ha bisogno, perché ciò è nel significato stesso del suo essere al mondo.

VIII punto di vista: il regista

Il regista sembra voler evidenziare il modo di vedere di una società che assiste, quasi seduta alla finestra, all’impotenza da parte di coloro che operano con le povertà estreme e con le persone senza dimora nel far comprendere l’importanza di gestire la povertà e il disagio sociale e, in molti casi, abbatterli senza cadere nell’illegalità ed immoralità, perdendo quindi ogni dignità e credibilità.

Sarebbe necessario effettuare un’indagine per valutare cosa ospiti ed operatori dei centri di accoglienza hanno assorbito, elaborato e concluso durante e dopo la visione del film, costruito con intelligenza ed intuito, con quella equilibrata ironia che ha generato fresche risate d’impatto durante l’intera sequenza, ma che ha lasciato tanto, dentro, su cui riflettere, in ognuno di noi.

IX punto di vista: operatori ed ospiti reali e…il mio.

Nella mia esperienza di psicologa che opera sull’alcolismo nell’ambito del CRARL, ho avuto modo di osservare molti utenti afferenti al Servizio e ospiti di strutture di accoglienza, spesso in fibrillazione per il sovrannumero delle richieste da parte del territorio, il timore di non poter offrire ospitalità adeguata alla richiesta e la delusione per non essere stati compresi da un sistema sociale che non guarda agli “ultimi”, forse perché generano l’angoscia di guardare e trovare in loro se stessi, ignorati nei propri bisogni essenziali e costretti a fingere felicità e soddisfazione in un selfie che, invece, non ti assomiglia per niente e ti costringe ad essere quello che non sei, copia perfetta di questo o quel personaggio televisivo o cinematografico.

Ho conosciuto operatori di queste strutture che, lungi dall’essere dei “preti” o delle “suore” mancati ci hanno messo il cuore e l’anima (senza contare la fatica fisica) nel realizzare qualcosa che davvero serve ai poveri e agli ultimi, e che serve per guidarli a far fiorire quello che essi sono nella loro essenza: fac-totum geniali, artisti, padri e madri di famiglia, veri conoscitori della realtà sociale ed umana, saggi che mai vorrebbero diventare ricchi.

Ho conosciuto, per esempio, gli operatori di Binario 95 che con lo studio scientifico, la preparazione specifica degli operatori e l’attenzione e la benevolenza autentica verso l’essere umano, hanno creato un connubio molto funzionale alle esigenze degli ospiti, al punto da poter benissimo fungere da ottimo esempio per l’organizzazione di tante altre strutture di accoglienza future.

Quando si entra in strutture di accoglienza come l’Ostello di Via Marsala o Binario 95 si respira un’atmosfera di serenità ed armonia, vibrazioni di pace e amorevolezza in un ambiente lindo, ordinato, semplice e al tempo stesso moderno negli arredi, che fanno sentire l’ospite, chiunque egli sia (persona senza dimora o visitatore) immediatamente a proprio agio e con la sensazione di “respirare”. Chiunque entri, si apre ad un sorriso commosso nel vedere realizzati in queste strutture i propri sogni e desideri di effettuare per l’umanità intera quel capolavoro che secoli di vuote parole e promesse mai mantenute avrebbero già dovuto realizzare, così, semplicemente, come fanno loro oggi, gli operatori di queste strutture di accoglienza, mettendoci l’anima, il cuore, la testa.

Questa era l’immagine che ho trovato dinanzi a me, immutata ormai da anni, la sera della proiezione del film. Si respirava la fresca aria di una serata tra persone sorridenti, piene di speranza in un mondo migliore.

Si vedevano occhi limpidi, quelli delle persone oneste, che credono fermamente in quello che fanno, in quello che sono e che guardano “oltre”. “Oltre” ci sono loro, gli “ospiti” dell’Ostello e di Binario 95, anche quella sera dignitosi nella loro consapevolezza della propria condizione, grati anche nello sguardo a tutti coloro che li ospitano, rispettosi degli spazi loro concessi, della cena loro offerta come ogni sera, silenziosi o comunque educati nell’attesa dell’inizio del film e, alla fine di esso, seri e riflessivi dopo le risate che li hanno coinvolti insieme al resto del pubblico presente.

L’esempio di un’Umanità intelligente, sensibile e riservata che accetta ed accoglie il punto di vista dell’altro e riflette umilmente su se stessa e la propria impotenza di fronte ad un sistema che non vede o non vuole vedere la propria sofferenza nell’altro e formare finalmente, tutti insieme, istituzioni e servizi, quell’anello di congiunzione tra l’Uomo e l’Universo che consente di rendere possibile l'(apparentemente) impossibile, di risolvere l'(apparentemente) irrisolvibile, cominciando a parlare un linguaggio comune fondato sull’integrazione delle parti, soprattutto nella loro (apparente) diversità, perché l’esperienza ha insegnato ad ognuno di noi che scavando in profondità nei differenti punti di vista, si finisce con il trovare un’essenza perfettamente in armonia con le altre essenze, tutte governate dalla constatazione che nel mondo c’è solo bisogno di… amore.

E se “tempesta” può anche essere la metafora di una “rivoluzione interiore” affinché si valorizzi e si dia più spazio all’essenza della realtà umana, allora tutti noi possiamo essere… “Tempesta”.

AUTOREANNA MARIA GALLI – Psicologa CRARL, Policlinico Umberto I