Salute mentale e persone senza dimora: l’esperienza dei gruppi aperti. Una sperimentazione innovativa tra il sociale e il sanitario.

 

Introduzione e premesse

Il progetto pilota “Gruppi Aperti di sosta, discussione comune, ascolto e confronto” nasce dalla collaborazione tra la Cooperativa Europe Consulting Onlus, e i conduttori del Gruppo il Dr. Giuseppe Riefolo, psichiatra psicoanalista DSM Asl Roma 1, SMES Italia, la Dr.ssa Silvia Raimondi, psicologa e psicoterapeuta SMES Italia. La Coop. Europe Consulting ha impiegato in questo progetto le risorse umane rappresentate dalle dottoresse Fabiana Alberti e Alessia Capasso, Psicologhe e Psicoterapeute, nonché il coordinamento del Responsabile del Polo Sociale Roma Termini, Fabrizio Schedid. Infine, ha partecipato ai Gruppi Aperti il Dr. Jacopo Lascialfari, ricercatore, Fondazione Devoto, SMES[1] Italia.

Prima di approdare al progetto pilota dei Gruppi Aperti, il team di psicologi/psicoterapeuti della  Europe Consulting già da qualche mese stava lavorando ad una mappatura del territorio di Roma che individuasse servizi specifici e gratuiti di supporto o presa in carico psicologica o psichiatrica a favore delle persone senza dimora, utenza target del Polo Sociale Roma Termini[2].

La mappatura sin da subito ha dato evidenza della mancanza di servizi psicologici o psichiatrici gratuiti, continuativi e con un’attenzione alle tematiche dell’esclusione sociale, nella città di Roma. Inoltre, la ricerca ha messo in risalto il forte legame tra presa in carico psi* e residenza anagrafica, ovvero quel diritto civico acquisito dimorando abitualmente in un determinato territorio.

Trovarsi nella condizione di senza dimora, per definizione, riporta all’assenza di legami relazionali e familiari, di abituale permanenza fisica in un determinato luogo, o una volontarietà/possibilità a tale permanenza.

Posta quindi la forte contraddizione tra problematiche specifiche della nostra utenza in stato di emarginazione sociale e le posizioni amministrative relative che consentono di fissare nel territorio di un Comune la residenza e di accedere quindi anche al diritto alla salute mentale, in questo caso, come gruppo di lavoro, eravamo di fronte ad un gap, ad un vuoto di azione e di intervento.

La difficoltà di accesso ai servizi del territorio non basta. I traumi vissuti dalle persone senza dimora e le conseguenti difese messe in atto da coloro che si trovano in uno stato di esclusione sociale spesso fanno il resto: la domanda che ci si pone, risuona forte. Come possono gli operatori sociali che lavorano in un centro diurno o in uno sportello di orientamento sociale o in qualsiasi servizio per persone senza dimora di una città avvicinare ai servizi di salute mentale un individuo ormai escluso? Un individuo, in altre parole, in preda a difese psichiche esacerbate come evitamento fobico, scissione o negazione, o che vive sentimenti di abbandono e solitudine fortissimi e che, al tempo stesso, come abbiamo accennato, ha perso o non ha mai conquistato il diritto ad un legame formale con un Comune?

Come colmare il vuoto tra la persona, in uno stato di forte fragilità psichica e in condizioni di vita fortemente deprivate di relazioni e di opportunità, e le regole formali del gioco? Come avvicinare ad un servizio di supporto psicologico o psicofarmacologico, persone per le quali ottenere una residenza e un documento regolare sono spesso dei risultati difficilmente raggiungibili? Risultati di un percorso che richiede motivazione e cambiamento rispetto alle più svariate e semplici abitudini di vita. Come supportare una persona con tale background complesso e frammentato in un percorso di ricostruzione attiva, di partecipazione voluta, di ripensamento delle emozioni, e di impegno nelle azioni?

L’equipe era alla ricerca di una terra di mezzo, di un luogo creativo dove questo gap, in cui entrano le mille sfaccettature di percorsi e derive di vita, avesse un tempo e uno spazio per essere sfiorato. Ci serviva un varo – termine con cui un beneficiario ha denominato i Gruppi Aperti – che consentisse alla nostra utenza fragile di rinarrare la propria storia e, soprattutto, ricevere degli strumenti da un team di professionisti per continuare a scriverla. Serviva un lancio, quindi, tra il territorio indefinito delle povertà – che sono qui relazionali e di legami – e il territorio dell’organizzato, rappresentato dalle istituzioni.

Serviva, in altre parole, un ponte tra il sociale e lo psico-sanitario. Il ponte tra queste due costellazioni, esclusione psico-sociale e civica da una parte e le professionalità psico-sanitarie dall’altro – il diritto alla salute, appunto – ha dato vita alla fortunata sperimentazione rappresentata dai Gruppi Aperti.

 

Descrizione del Progetto Gruppi Aperti: setting e beneficiari

La sperimentazione del progetto Gruppi Aperti è stata effettuata nel primo semestre del 2018. Il gruppo si è riunito a cadenza settimanale, nella giornata del martedì, presso il Magazzino Sociale Cittadino – MSC Nextop[3]. Il progetto pilota nasce dalla scelta di offrire uno spazio d’ascolto e di confronto, aperto alle persone senza dimora che vivono o transitano sul territorio capitolino, proponendosi, per definizione, “aperto” anche ai cittadini interessati e ai professionisti che, a vario titolo, operano nel sociale[4]. Nei mesi precedenti l’avvio, e durante la sperimentazione, l’Equipe ha effettuato un lavoro di promozione del progetto Gruppi Aperti, presentando l’opportunità di partecipare attraverso i vari servizi che sul territorio romano si occupano di emergenza sociale.

Nei locali del MSC – Nextop è stata allestita la distribuzione di una ventina di sedie disposte in circolo e l’organizzazione di un banchetto per il ristoro, con la possibilità di servirsi bevande calde e croissant. L’accesso ai locali è stato previsto a partire dalla mezz’ora precedente l’avvio della seduta di gruppo, al fine di consentire ai beneficiari di familiarizzare con lo spazio e sperimentarsi in uno spazio d’incontro accogliente e non strutturato, in cui scambiare qualche parola dinanzi a un caffè caldo. La scelta di offrire un ristoro accogliente e curato è in linea con la mission far sentire a casa chi non ha casa, che da anni rappresenta le fondamenta dei servizi gestiti dalla Coop. Europe Consulting, promotrice del progetto.

Nei sei mesi durante i quali è stata portata avanti la sperimentazione, sono state effettuate 26 sedute, della durata di 60 minuti ciascuna. I beneficiari che hanno preso parte al progetto pilota sono stati un totale di 47, di questi: 29 persone senza dimora; 14 operatori/addetti ai lavori in vari settori (Psichiatri, Operatori della Sala Operativa Sociale, Psicologi ed Educatori in formazione e Psicoterapeuti) e 4 cittadini volontari. Nella mezz’ora preliminare è stato richiesto ai partecipanti di compilare un foglio per la raccolta di alcuni dati ritenuti utili[5] (provenienza, età, identità di genere, condizione alloggiativa e situazione documentale) ai fini della ricerca. Nella tabella 1 riportiamo alcune informazioni anagrafiche dei partecipanti al Gruppo.

 

Partecipazione 

Il 36,18% dei beneficiari ha presenziato ad un unico incontro; di questi 17 partecipanti 9 erano operatori sociali, i restanti 8 persone senza dimora; alcuni di essi si sono affacciati al gruppo decidendo poi di disertare dopo il primo incontro, altri hanno aderito solo nella fase finale. Il 46,80% (22 beneficiari) ha presenziato a un numero di incontri inferiore o uguale a 10. Il 17,02% (8 partecipanti) ha partecipato a più di 10 incontri. In riferimento a quest’ultimo dato, va specificato che 7 beneficiari hanno aderito al progetto fin dalla prima seduta, presenziando a quasi tutti gli incontri successivi, registrando una presenza di 23/25 sedute su 26.

In media, a ogni seduta, il gruppo si componeva di almeno 10 partecipanti. In un’occasione hanno aderito solo 3 beneficiari; il numero massimo registrato è stato di 14 presenze. Il gruppo dei beneficiari era per lo più composto da ospiti di Binario 95 (Centro polivalente per persone senza dimora)[6], il 61,70% (24 persone senza dimora e 5 operatori/volontari); 4 beneficiari sono giunti al gruppo tramite il servizio Help Center (Sportello Sociale per le marginalità)[7]; 4 tramite la Sala Operativa Sociale (operatori sociali) e 10 tramite i membri dell’equipe (1 persona senza dimora, psicologi e psichiatri).

La sperimentazione è durata per un tempo relativamente breve, 6 mesi e, il maggior numero dei partecipanti, come sopra riportato, ha conosciuto il Gruppo tramite Binario 95. Il numero dei partecipanti è stato riletto con grande entusiasmo dall’equipe, la specificità del target ci fa pensare che può essere complesso per una persona senza dimora che non è stata agganciata e presa in carico dai servizi del circuito sociale emergenziale incuriosirsi e decidere di affacciarsi ai Gruppi. Il numero delle presenze ha risentito, ad ogni seduta, di vari fattori: le risonanze e il contenuto emotivo della seduta precedente, l’andamento della settimana, eventuali visite mediche concomitanti e, non in ultimo, il periodo dell’anno e le festività, momenti particolarmente dolorosi e delicati per le persone che vivono in situazioni di marginalità. Infine, facendo riferimento ai 7 beneficiari che hanno partecipato a un numero di sedute di 23/26, è stato possibile osservare una serie di cambiamenti, sia a livello delle dinamiche interpersonali che intrapersonali, che hanno avuto un’eco oltre che nelle sedute del Gruppo nella quotidianità del Diurno Binario 95.

 

Quali risonanze per gli ospiti del Centro Diurno Binario 95?

L’esperienza Gruppi Aperti può essere ascrivibile tra le buone prassi proponibili e considerabile, come si accennava nell’introduzione, come un possibile “ponte” tra il sociale e il sanitario, laddove il processo di gruppo consente di porre le basi per un lavoro che inevitabilmente avrà delle risonanze nei diversi settori. Gruppi Aperti ha rappresentato la possibilità di “sostare”, permettendosi di incontrare l’altro e di costruire insieme una narrazione.

La persona senza dimora rappresenta il sintomo di un sistema sociale e familiare che evidentemente non ha funzionato; si aggira ai margini delle stazioni, delle piazze, trascinando pesanti borse cariche di sofferenza e di esperienze traumatiche pregresse. La povertà relazionale, storie di infanzie infelici e dolorose sono spesso alla base della frattura che si crea e fa da preludio al paradossale tentativo di rendersi visibili attraverso l’invisibilità. Le  persone senza dimora che hanno aderito al Gruppo sono state un totale di 29, di queste 24 erano ospiti di Binario 95; il diurno ha probabilmente funzionato da “palestra” relazionale, offrendo loro la possibilità di sperimentarsi in un contesto di relazioni che costruiscono relazioni, relazioni che curano.

In un processo di circolarità, Binario 95 ha fatto da catalizzatore al Gruppo, quest’ultimo ha attivato una serie di echi a Binario 95. Gli ospiti della struttura di accoglienza, incontrando(si), hanno avuto la possibilità di narrare alcuni momenti della propria storia e di ascoltare quella degli altri. Il Gruppo ha rappresentato lo spazio in cui scoprire che pur frequentandosi quotidianamente al Diurno, a volte da anni, l’uno non conosceva nulla dell’altro. Il concedersi di incontrarsi in una situazione strutturata di gruppo, ha permesso agli ospiti di dare senso e andare oltre i comportamenti conflittuali che caratterizzano la convivenza e agiti con l’intenzione di affermarsi, occupando la stessa poltrona o lo stesso posto a tavola.

Seppur con qualche iniziale fatica, gli ospiti di Binario 95 hanno assimilato e rispettato la distinzione dei diversi contesti, il Gruppo e il Diurno, mantenendo riservatezza sui contenuti emersi nelle sedute e utilizzando gli incontri per discutere di problematiche di vita quotidiana.

Il confronto nel/con il Gruppo ha generato, in alcune sedute, dinamiche conflittuali tra i partecipanti; il conseguente malumore ha prodotto una scia nel successivo rientro al diurno, che ha richiesto la ridefinizione delle regole di contesto e l’importanza di continuare a lavorare e trasformare insieme al Gruppo gli elementi distruttivi emersi.

Infine, la possibilità di sperimentarsi in una relazione diretta con i conduttori, ha consentito loro di demistificare il ruolo dello psichiatra e di conseguenza quello di paziente, laddove, la richiesta di presa in carico presso il servizio sanitario territoriale, in alcuni casi necessaria, è resa più complessa dalla stigmatizzazione sociale.

 

Conclusioni

Il progetto Gruppi Aperti  nasce dagli studi approfonditi nell’ambito della psicologia dei gruppi che, negli anni, ha dimostrato che l’esperienza terapeutica di gruppo ha effetti positivi sui partecipanti. Il progetto è ispirato, nello specifico, all’esperienza ventennale avviata presso il Centro Ospedaliero Psichiatrico di Lisbona, dal dr. A. Bento e al lavoro con i gruppi condotto dal dr. Riefolo presso il Centro di Salute Mentale Asl RM 1, ed è pensato per le persone senza dimora. Il Gruppo proposto ha avuto valenza esperenziale-terapeutica. Il gruppo impara a comunicare, a condividere i propri vissuti, fino a pervenire a un confronto reciproco e più intimo, basato sull’accettazione di sé e degli altri, con l’obiettivo di rendere relazionali gli elementi concreti. Il gruppo consente contemporaneamente di “rivivere esperienze e atteggiamenti di vecchia data in un’atmosfera di tolleranza, di reciproca accettazione e relativa libertà, in cui non si danno giudizi di valore, si accettano tutte le reazioni del paziente e i rapporti interumani sfuggono alle normali conseguenze che avrebbero nella vita privata” (Foulkes[8]), attraverso la co-partecipazione al Gruppo i partecipanti vivono e co-costruiscono un’esperienza emotiva e sufficientemente sana, “potenzialmente capace di assicurare all’individuo la gratificazione di un certo numero di bisogni della sua vita mentale” (Bion[9]), potenziando l’attivazione delle risorse di ognuno per il cambiamento.

Concludendo, se poniamo che parte dei sintomi espressi dalla persone senza dimora non sono solo espressione di conflitti individuali inconsci, ma anche il risultato di un sistema di relazioni a vari livelli alterato e disfunzionale, l’efficacia dell’intervento terapeutico dei Gruppi Aperti, ha apportato azioni ristrutturanti a sostegno dei legami affettivi, ha definito in positivo dei ruoli e rinforzato alleanze sufficientemente buone fra i partecipanti, soddisfacendo bisogni di riconoscimento e identità, e migliorando in ultimo la comunicazione, sia verbale che non.

Auspichiamo che questo progetto pilota possa riprendere e continuare, rispondendo in tal modo ai bisogni psico-sociali al momento irrisolti. Auspichiamo che la capacità connettiva propria delle varie realtà che lavorano a favore dell’utenza a rischio di emarginazione sociale crei collaborazioni che aiutino la persona in difficoltà a relazionarsi con gli altri all’interno di ambienti reali di partecipazione. Auspichiamo infine che le professionalità psico-sanitarie con progetti sperimentali simili a questo, o sull’esempio di questo, trovino terreno fertile per mettere a disposizione le proprie competenze a favore di fasce di utenza senza reddito che non possono beneficiare di interventi di cura territoriali o a pagamento.

 

AUTORIFABIANA ALBERTI E ALESSIA CAPASSO– Psicoterapeute Polo Sociale Roma Termini


[1]
SMES (Salute Mentale ed Esclusione Sociale) Italia, è un’Associazione di Promozione Sociale senza fini di lucro nata nel 2017 dalla convergenza di psichiatri, psicologi, educatori, operatori e ricercatori sociali, appartenenti a diversi enti attivi nel campo dell’inclusione sociale, sulla necessità di sviluppare un organismo, con sede in Italia, che traducesse l’impegno e la mission perseguita da anni a livello europeo da SMES Europa, ovvero quella di sviluppare risposte, riflessioni, progetti sul tema, appunto, dell’esclusione sociale connessa con il disagio mentale.
[2] Polo Sociale Roma Termini: nasce dall’impiego sinergico di risorse messe a disposizione da Comune di Roma, Ferrovie dello Stato Italiane, ONDS e Cooperativa Europe Consulting ONLUS presso i locali della Stazione Roma Termini.
[3] Il Magazzino Sociale Cittadino – MSC Nextop, gestito dalla Cooperativa Europe Consulting Onlus, è sito a Roma, nei locali  offerti in comodato d’uso da Ferrovie dello Stato, nei pressi della Stazione Termini, in via di Porta San Lorenzo,5. Il MSC Nextop offre un servizio di raccolta e distribuzione di vestiario e coperte alle persone senza dimora  oltre che un servizio di biblioteca, con possibilità di usufruire di postazioni per la consultazione e il prestito di libri.
[4] La scelta di “aprire” la partecipazione al gruppo anche a operatori,  cittadini e volontari nasce dall’idea di offrire uno spazio in cui incontrare l’altro, nel tentativo di superare il processo di stereotipizzazione che spesso accompagna la formazione di idee preconcette sull’“altro”.
[5] Il foglio per la raccolta dei dati è stato posto all’ingresso della stanza, ai beneficiari è stato spiegato che l’impiego dei dati raccolti, nel rispetto della normativa vigente per la tutela della privacy, avrebbe avuto esclusiva utilità ai fini clinici e di ricerca. I dati sono stati presentati dall’Equipe Gruppi Aperti in occasione dell’evento Termini Sociali 2018, che si è svolto il 17 ottobre 2018 in occasione della giornata mondiale contro la povertà, alla tavola rotonda “Salute Mentale e Marginalità”.
[7] Help Center – Sportello Sociale per le marginalità attivo dal 2002 presso la Stazione di Roma Termini, in locali concessi in comodato d’uso da Ferrovie dello Stato Italiane e inserito nella rete ONDS (Osservatorio Nazionale sul Disagio e la Solidarietà nelle Stazioni Italiane, www.onds.it) e nel sistema dei servizi del Dipartimento Politiche Sociali del Comune di Roma Capitale.
[8] Foulkes S.H. (1969). Analisi terapeutica di gruppo. Boringhieri, Torino.
[9] Bion W.R. (1971). Esperienze nei gruppi. Armando Editore.